Skip to main content

Full text of "Curiosità popolari tradizionali"

See other formats


^l^Wr'^^W^^ 



.OW^VHAO 



^/ h^^^^i 



CURIOSITÀ 

POPOLARI TRADIZIONALI 



•-j$a-5«^*$e.. 



CURIOSITÀ 

POPOLARI TRADIZIONA 



pubblicati; per cuka 



GIUSEPPE PITRE 



VOL. Vili. 



TRADIZIONI ED USI 

NELLA PENISOLA SORRENTINA 



PALERMO 

LlBRtlUA INTERNAZIONALE L. PEDONE LaURIEL 

DI CARLO CLAUSEN 

1890. 



>a jìs 



Ud 



TRADIZIONI ED USI ; 



M. 



Isella 



PENISOLA SORRENTINA 



GAETANO AMALFI 



,S^^ 




PALERMO 

LlBKr.RIA INTKRNAZION'ALn L. PkDOSK LaURH-L ] 

iJi CARLO CLAUSI-N- < 






Proprietà letteraria 



Eàiiioue di soli 200 esemplari 
ordinalamente numerati. 



TipOgr.tlU liei GlOKNALE I>l SlCIL 



Jì^ 



0/4 




AL DOTT. GIUSEPPE PITRÈ. 




eco un picciol saggio demopsico- 
logico del mio luogo natio. Mi sono 
ingegnato d'essere possibilmente oggettivo, e 
di restringermi ad un sol paese, per avere agio 
d'esplorarlo un po' meno male. Di rado, e 
qua e là, per incidenza, accenno a qualche 
altro, specie a Tegiano, le cui vergini costu- 
manze mi fioriscono spesso nella mente. 

Si sa bene che tai usi in massima parte 
si ripetono anche altrove. Pure, ho voluto 
astenermi dalla parte comparativa. Vi hanno 
tanti volumi, che servono al proposito; e poi 
mi sarei allontanato dal mio scopo, ed im- 



jwR 



pinguate troppo queste modeste pagine, lì ba- 
stevole rendermi ragione di certe ubbie e di 
certe frasi; connettere il presente al passato, 
in cui spesso si rinviene la spiegazione ; 
serbar memoria di quanto si va obliterando. 
All'uopo ho attinto da libri e da opuscoli, 
ricordando i fonti. Talvolta sono stato largo 
nelle citazioni, sembrandomi ciò opportuno, 
i una volta che, prima, nessuno cx-projcsso tra 
di noi s'era occupato dell'argomento. Questo 
\ libercolo può servire come una specie d'in- 
troduzione, di battistrada alK) studioso. Non 
vi sarà molla connessione fra le parti, con- 
vengo. Ma non è da trasecolare , ponendo 
mente che quei titoli sono un pretesto per 
raggruppare alla meglio intorno ad un punto 
varie notiziucce . che altrove hannt) svolgi- 
mento, dovendo qui servire come un sem- 
' plicc accenno, un indice, e non altro. 

Sono riccnoscente a Cono Lamaida, e ad 
un'altra persona, che no.i vuole esser nomi- 
l nata, per avermi essi fornito parecchie notizie 
\ tegianesi; al mio carissimo cognato, lìnrico de \ 
5 Angelis, per alcune sorrentine; e più di tutti 
[ a Lei, tanto benemerito di si cari studi, per 



M' ^ 

] avere con isquisita cortesia accolto il vo- 
lumetto fra le Curiosità tntdiiionaìi. 

Certo, se avessi potuto aver maggiore op- 
portunità e calma, questo lavoruccio mi sarebbe 
riuscito meno impresentabile. Comunque, valga 
quale semplice tentativo; e sorga presto chi 
correggendo i miei errori, e colmando le la- 
cune, faccia meglio ! 

Di Padani, ai 7 di settembre, iSSp. 

Gaetano Amalfi. 



Mn. . : . _jì» 



fiU' 



è 



? 



ALCUNE TRADIZIONI ED USI 

NELLA PENISOLA SORRENTINA 



\p 



imi 



dIP- 




ALCUNE TRADIZIONI ED USI 

NELLA PENISOLA SORRENTINA 



GAP. I. 

BAMBINERIE. 




HE bel lavoretto si potrebbe raggruzzolare, 
raccogliendo tutte le dolci espressioni , che 
l'affetto suggerisce alle mamme , nell' invo- 
cazione de' loro bimbi ! Cesare Musatti l'ha 
tentato per Venezia, cavandone un grazioso 
librettino : Amor materno. 

Il nostro vernacolo non è meno ricco di tale sino- 
nimia; ninno, ninnillo, titillo, bellillo, titiriniello, core 
mio, e simili. Quando è nella culla o nella zana, lei 
soavemente gli concilia il sonno; cullandolo e cantic- 
chiando una delle solite ninne-nanne : 

Viénece, suonno, si noe vuò' venire; 
Viene po' mare, si nu' sajc la via, 






Si nu' la saje, tu fatt'ia 'mparare, 
È peccerillo, e la nonna vo' fare. 
Viene a cavallo a 'nu cavallo jaiico, 
Cu' briglia r'oro e sella re brillanti; 
Viene a cavallo a 'nu cavallo verde, 
Scila t'oro e briglia re perle ! 

Ovvero : 

Viene a cavallo a 'nu cavallo niro, 
La sella r'oro, e la briglia de rubbine ! 

Non manca di appendergli al collo, o di porre tra 
le fasce qualche amuleto contro i malocchi : una chiave 
maschile, un cornetto di osso o di argento, una mezza 
luna od anche un campanello, detto 'f Sanl'^nluono. 
(Sulla duplice forma di Antonio ed ^iiluono, cfr. G. ba- 
sile, III, 53). Questi questuanti, in altri tempi, giravano 
di casa in casa, sonando il campanello di ottone, che 
recavano in mano; e recitando : 
Sant'Antuono auto e potente, 

Clic passasti iu levante e lu ponente, 

Libera 'sta devota 

Da lu fFuoco 'nfernale e tTuoco ardente, 

Da male lengue e da la mala gente. 

Mamma de la Poten^^a, 

Dance salute, forza e pruvedenza; 

E lu santo timore di Dio ! 

Poi si faceva baciare « la figura del Santo, che tro- 
vavasi sul cassettino, dove si gettava l'obolo per la ele- 
mosina.... Se mai nella casa dell'operajo vi era qualche 
bimbo lattante, la madre dava a bere un po' di acqua 
al fanciullo nel campanello del questuante, credendo 









^ 



<; 



cosi, che il bimbo giungesse a parlare presto e spedito. » 
(V. De Bourcard, Usi e costumi di Napoli ecc. Voi. II, 
p. 265). Mi piace riportare due ottave di Giulio-Cesare 
Cortese, che si riferiscono, appunto, a queste antiche 
costumanze (Vaiasseide, I, 30-1): 

E caccialo tre bote quanno è nato 
A la fenestra, ca sarrà eojeto, 
La sera e tu lo chiamma sbregognato; 
No' lo chiamma' pe' nomme, te lo beto, 
Ca da janare non sarrà guastato. 
\ la cannola 'mpizza de segreto 
La fuorfece, e po' miette a la fenesta 
Vallariana, e statte sempe 'nfesta. 

A criature no' lo fa vasare, 
Ca po' non parla, ed a lo pignatiello 
Fa che beva, ca priesto sa parlare, 
E se fosse 'no poco vavosiello 
Da quarche schiavo tu lo fa vasare, 
E faccia 'mpumma a quarche campaniello, 
Chello che l'è 'mprommiso fall' avere, 
Se no' sempre Io vide po' cadere. 

Bartolommeo Zito nelle Annota:(ejune e scbiarefecaye- 
jiine de Io Tardacino, Accademeco Resoliito, fra le altre 
quisquiglie, annota in questo punto : — « . . . . Tutte 
cose de gente bestiale, e poco temmorate de Dio, che 
perzò lo Poeta le mette pe' deresione de simmole gen- 
taglia. Pocca, 'ncagno de le ffuorfece , e de la valla- 
riana, la sera, e sempe quanno la criatura stace dinto 
la connoia, a lo lietto, se deve armare co' lo signo 
de la S. Croce , ca accossi no' le po' nullo maligno 
splreto. Conta Bartolommeo Spina (zctato da Martino 



Delirio 1. 2. q. 15), che 'na Streca fu portata cchiù 
de 50 miglia lontano paricchie, e paricchie vote, co' 
'ntenzione d'accidere 'na criatura de la zizza; ma no' 
le potte fare niente, pecche la mamma l'armava sempe 
co' lo signo de la S. Croce e co' le sante a oraziane. » 
Ed a proposito del bere nel cainpaniello , glossa : — 
« Devozione, che hanno le femmenc Napoli tane de fare 
vèvere le ccriature Uoro, quanno so' peccerelle, a lo 
campaniello , che portano chille che hanno cercanno 
la lemmosena pe' S. Antonio ». — (Ediz. Porcelli, 
Voi. Ili, p. 71-2). 

Né voglio mancare di trascrivere , pure , la stanza 
seguente , che reca un curioso consiglio per non an- 
( dare in Cornovaglia : 

; Voleva dire cchiù; ma se sosio 

; Chell'autra, e disse: — » Tu che non saje l'uso 

) De li 'nzorate, siente che dico io : 

; Se filanno mogliereta, lo fuso 

5 Le cade, e tu lo piglia, figlio mio, 

) Mozzecalie la coda, ca si scruso 

; Da chello che da tutte eje temuto, 

; Zoe', ca majc non te farrà cornuto ». — 

) Resisto alla tentazione di ricopiar le chiose, per non 

( uscir di carreggiata {voi. cit. p. 72-3). Cercano special- 

< mente, determinar la differenza che corre fra becco, 

i pecorone e cornuto. Può far di riscontro un brano del La 

\ Tenta, egroca del Basile, in fine della giornata seconda, 

^ e che comincia : Fide 'no mai^na-magna, ec. (^t//^. cit. 

\ Voi. XX, p. 252). 



Il marmocchio balbetta le prime paroline: mamma, 
tata, cocco. Se chiama prima il padre, il secondo figlio 
sarà maschio; e viceversa. Si fa più grandicello; e, non 
vuole stare a segno. La madre l'ammonisce ed impau- 
risce, con la minaccia di chiamar Farfariello, Mammone, 
il Munaciello, che, nell'immaginazione fanciullesca, as- 
sumono un grugno strano e terribile. Già lascia la ve- 
sticciuola , e prende il calzoncino spaccato. Se è per 
avere un fratellino, temporaneamente si manda via di 
casa da una parente , o da un' amica. Quando torna, 
e si mostra un po' geloso del novello ospite , gli si 
dà ad intendere, che si è acquistato dentro un cavo- 
lofiore, o dentro una cappuccia, o che è nato da un 
prezzemolo , come Petrosenella. La nonna lo trastulla 
con le fiabe, coi conti, specie nelle lunghe serate in- 
vernali. 

Indi principiano gl'intertenimenti; e, talvolta, si acqui- 
; stano anche de' giocattoli. Un cavallaccio, una carroz- 
J zella, i soldatini, una pupattola^ l'altarino, la barchetta 
( di carta, la cometa, specie in quaresima, il giuoco delle 
/ nocciuole a Natale, il presepe con i pastori. Uno molto 
i celebrato con grossi pastori di legno era quello della 
l famiglia Sabino, Sotto-al-Monte, presso Sorrento. Io 
ricordo d'averlo visto da bambino. Sul Presepe in ge- 
^ nerale, ultimamente il Duca di Maddaloni ha letto una 
; sua prolusione all'Accademia Pontaniana, nella tornata 
> del tre gcnnajo; e l'ha inserta negli Alti, voi. XIX, oltre 
( gli estratti a parte. 
/ Innanzi tutto, il capitolo delle imitazioni. Ognuno, 



— 7 



almeno ne' primi anni, più o meno Iki qualcosa della 
bertuccia : è portato a scimiottar quello che Hinno gli 
altri. S'industria di ripetere tutto ciò che vede operar 
dalle mamme e da' babbi. 

In Tegiano, le .^cr/V, volendo imitar le tessitrici, col- 
locano una pietra vicino al muro {tclaretto), e poi ne 
lasciano passare un'altra di sotto, e battono forte, come 
per far risonare calcola e spola. 

La maggiore assume un tono materno; e guida le 
altre : — « Tessile, Jìiylie incje ! » — Si trasformano in 
formaggiaje; ed apparecchiano in casa miinccicddu. Pro- 
fittano vicino alle calcare delle pietre gittate , perchè 
non ben cotte. Le pestano; e pongono la polvere in 
una pezza, tenuta da du' ragazze da ambo i lati. Poi 
stropicciano nel mezzo, come se fosse uno staccio, e 

della farina sottilissima formano pezze di formaggio; 

o la pongano nelle carte e fingono di andar ven- 
dendo fiore. Talvolta, s'improvvisa un .... pranzo. Un 
po' di cìjiolla, un po' di pane , un po' di salsiccia o 
simile. Air occorrenza , fingono di volersi prestare il 
pane. Kc staccano un bocconcino, lo pongono sur un 
dito della destra spianata , e col pollice ed indice si- 
nistro danno un piccolo pizzicotto sulla pelle , come 
se volessero pesare, sclamando: — « So' doje ròlelle; e 
pò* vie r haje 'a resleliiesce ! » — Se il pezzetto è più 
grande, lo pongono sulla mano , bofonchiando per 
esempio: — « 5()' ijnatlo ròhllc!» — E restituiscono real- 
mente del pane, o fan vista d'impastare una pagnotta 
/ (schi(iiialii) con un po' di farina-, o simile. H fatta.... 




cuocerla, in un buco , la consegnano. Talvolta , i ra- 
gazzi vónno imitare i contadini. Si formano una zap- 
petta con una scheggia di legno; e si provano a smuo- 
vere un po' di terra. Sogliono comporre anche In cn- 
cenieddu, in mezzo alle strade. Ciascuno reca qualcosa: 
la padella, il sale, le legna, eccetera, che ottengono 
dalle rispettive madri. Cosi si ammannisce un boccone. 
Chi non ne tocca ... ed è più risentito, prende la ce- 
nere , la rovescia nel piatto , e guasta il . . . pranzo. 
Vogliono imitare una festa ? Mettono su un ciria di 
carta, mentre un pajo di ragazzi , acciottolando due 
sassi, l'accompagnano a suon di ... . musica ! 

Queste e simili scenette, con più o meno varianti, 
si ripetono in Piano, e dovunque. Già la genitrice non ) 
avrà mancato d' insegnare al ragazzetto qualche ora- < 
zioncella da recitare al mattino ed alla sera; e per lo ^ 
più in versi , più facili, a ritenere. Gli avrà inculcato l 
di pregare per la salute del babbo; per la prosperità 
] della fimiglia. Gli avrà imparato a crocesegnarsi; a ri- 
/ petere un po' della Dottrina cristiana ; a rispondere 
< alla dimand i : — « Chi li ha crealo ? » — Un tale re- 
^ plicava : — « i\Canima e tata ! » — Più grandicello, co- 
? mincia ad andare a scuola; a leggicchiare n^iW abbia, o 
\ santa-croce, del segno, che soleva essere a principio, 
) vicino alla prima vocale. Anche le lettere hanno il loro 
nomignolo, la loro caricatura : i:, \i cecatella; e, \i ;;/('^- 
::^aluua\ i, 'iia )na:(^arclla c'o piiìilo 'iicoppa; u, 'o vocca- 
pii'ìto; V, 'a fiiicciiclla; b, 'a pan -ut a. 

In iscuola non mancano i soliti castighi. Stare in 



ginoccliio, il cappellone di carta in testa, la si-loca dietro 
alla schiena, e le spalmate, specie una volta ! Sogliono 
giurare, ponendo le dita in croce, e baciandovi su. E 
si fa loro intendere, che la bugia esce in faccia, sulla 
lingua, o sulle unghie con piccole macchiette bianchicce; 
che è gran fallo mostrarsi ignudo; e che si corre ri- 
schio di toccare grave punizione. SuUj strade sogliono 
i monelli aggrapparsi dietro le carrozze per recarsi da 
un luogo ad un altro. Ma il cocchiere , se se ne ac- 
corge, li pcrcote con la frusta e li fa andar via. 
Una curiosa preghiera, è la seguente : 

Sant'Anna, mia Sant'Anna, 
Tu si' vecchia e tiene l'anne, 
Ajuta a (.... il nome dei bimbo) eh' è cinch' anne. 
E se trova rint' 'e scanne. 
Ha bisuogno re trenta carrine, 
Pe' se fa' 'nu cazuncine. 
Aggiungo due altri scherzi : 

Pepe e piselle, 
E di' addore re cannelle. 
E cannelle tantu fine 
E Santu Martine. 
Chella ronna, che te scnnne 
E scanna a vavone 
Chiliu bellu piccione. 
Scarpctelle figlie "e Re 
Tiro 'o pere a tei 

A li une, a li roje, a li tre cancelle 
La nianinia, la figli.i, la zi' Tcresella. 
Tcnghe 'nu vescuttielle, 
E ne facce quatte parte, 
Una, roje, ircje e quatte. 




dLP' 



Ognuno conosce il trastullo fanciullesco : lesce, iesce, 
sole, variamente illustrato (cfr. del Dial. nap. Mazzola 
Voccola, 1779, pag. 118), In Teglano giocano : Ala 
lappa, (a la lampa, a la lampa del Basile, Tenl. lor. II, 
Introd.). Si adunano sette od otto ragazzi o ragazze 
suppergiù della stessa età. Il maggiore h il padrone; 
e li chiama a raccolta : A la lappa ! A la lappa ! Prende 
posto in mezzo, con la destra spianata , e sospesa in 
alto. Gli altri sotto pongono ritto l' indice sinistro, 
mentre il padrone con la palma sinistra stropiccia sulla 
destra, recitando : 

A la lappa, a la lappa, 
Lu triste, che nce ancappa ; 
Nce ancappa 'n auciello, 
Cu 'na maneca re fierro ; 
Cu' 'iia maneca r' attone. 
Chi nce ancappa, che s' accova ! 

Pronunziando le ultime parole , chi resta col dito 
sotro la palma , si deve accorare. Poi ripetono allo 
stesso modo : 

A la nira, a la nira, 
Cu' 'na fronna r' auliva, 
Cu' San tu Salvatore, 
Chi nce ancappa, accova ! 

Quest' ultimo deve assolutamente accovarc , specie , 
se lo stesso di prima. Deve inginocchiarsi , mentre il 
padrone gli chiudo, o gli benda le palpebre. Gli altri 
fuggono, e si nascondono. F.d egli esclama:— 'f Tricca \ 
e scavipagnolal... Tricca l » — volendo dire, che l'ha la- ' 



^ 

^ sciato, e che pòniio ritirarsi. Allora essi cominciano a 

i correre, e s'ingegnano di toccare il padrone. Nell'aifer- 

? mativa godono deirimmunità; ne può abbrancarli più 

^ il... paziente. Se costui non afferra nessuno, è chiamato 

/ stupido (duolo); e si ricomincia il giuoco, facendo altri 

|J il padrone. Se qualcuno più svelto tocca un altro, il... 

^ toccato deve accovarsi. H cosi via ! \ 

\ Pìniyiiìa! Piiii^iila ! e un altro giuoco. Si raccolgono 

] parecchi ragazzetti e si pongono in giro da formare 

<■ una ruota, e con gì' indici destri sul ginocchio del 

^ ' o » 

< padrone. Il quale col suo indice destro, toccando su 
l ciascun dito, ad ogni parola, recita : 

; Pìngula, pìngula, mio Martino. 

Cavaliere 'e la Regina, 
Uno vaje pe' la Spagna, 
Pe' truvà' li quinnece anne. 
Io lio la gallina zoppa, 
Vaje pe' la rocca, 
Rocca romana, 
Sciola a la fontana, 
Sciola à fontanella, 
Icscc tu ca si" "a chiù bella, 
lemme a la fera accatta' bottune, 
N' accattammo ciento e uno, 
Cicnto e uno e 'na patacca. 
Uno, lu ruje, lu tre e lu quatto, 
CaiIu cucii, culu cucii, 
Auza l'anca, lu perù e curre. 

> Chi esce deve andarsene con un sol piede e porsi 
^ vicino al muro^ solendosi praticare in mezzo alla strada. 
' La padrona, sotto voce, domanda all' orecchio di eia- 

l.^ ..^j 



m 



ap-~- 



scuna delle altre ragazze : — « Tu che vurrisse ? 'Nu 
canisto r' oro ?» — « SI !» — E la manda via. Al- 
Taltra : — « Vulisse 'na campana rotta ì » — « SI ! » 
— Ad una terza : — e Lu sierpu 'nturcenatu vecina a 
le gambe? » — E cos'i a ciascuna, servendo queste pa- > 
role di segno convenzionale. Chiede a quella , che è 
uscita : — « Vulisse 'na campana rotta ?» — Eccetera, 
eccetera. Quando le piace, si ferma. E costei deve an- 
dare a prenderla e portarla sulle spalle. Indi dì nuovo 
la padrona chiede : — « Da ro ne viene ?» — « Ra 
la fornace » — « Torna ra qua, torna ra dà, ca staje 
pace !» — Se ne torna nuovamente in ispalla. La pa- 
drona rinnova la richiesta. Invece della fornace, dice : 
ra hi fiirniddit. — «Torna ra qua, torna ra dà, ca 
staje friddu ! » 

E Ih jiiocu re li /'/crr^ .? S' invitano i compagni, in- 
terrogando : - « Vulimme fa' 'na ventina? > — Gittano 
il tocco; e comincia, per primo, colui al quale esce. 
Prendono cinque petruzze , e ne pongono quattro a 
terra , in du' poste ciascuna di due. Si lancia in aria 
la quinta, e si deve accogliere nella palma della destra. 
Quando riesce, uno si accaparra due di quelle petruzze. \ 
Se si sbaglia, si dice, che si e scacalo. Bisogna pas- 
sar le pietre al compagno , e cosi successivamente. 
Se, invece , si arrivano a fare venti punti di seguito, 
si colloca una pictruzza sul dorso della mano , e chi 
) ha perduto lancia in aria le altre quattro, che, cadute 
j a terra, devono e:ser raccolte dal sozio, senza lasciar 
) cadere quelle che ha sulla mano. Dimenticavo dirvi. 



13 - 



^-Uai 



Se si alloga male , egli sclama : — « Freccia brutta e 
pi:(^echu forte!» — Se vi riesce, ha vinto. Allora posa 
a terra spianata la mano dell'avversario, e colloca le 
cinque pietruzze alla fine di ogni dito, (vicino alle 
polpastrella), cominciando dal pollice, e denominando: 

— «Mortale, pesature, lanza, rascu e pizzechu. )^ — Il 
vincitore prende ciascuna di queste pietre e la lancia ^ 
cinque volte in aria : le riceve nella palma e grida : j 

— « Mortale uno, mortale due.... » — Eccetera. Ed al ( 
quinto : — « Mortale sfatto » — volendo dire, che ha ; 
finito. Indi^ percuote con la sua mano fortemente quella ) 
dell' avversario. ^ 

Cosi finisce il giuoco. E giacche siamo a parlar di > 
dita , non voglio omettere , che si suol dire , comin- j 
ciando dal pollice : — « Quistu vole panu; quist' autu j 
rici : — « Nu' nc'è n'have! » — quistu rici: — « Va Tac- ) 
catta ! ') — quist' autu rici : — « Crepa e scatta !» — 
Quistu po' dici : — « Piriperillu, piriperillu, vole pani j 
lu peccerillu ! » — Ovvero : — « Lu ppanu miu, ia 'nta \ 
lu furnillu )). — Così pórre l'anello all'indice è del cor- ; 
nuto; al medio della mignotta, della malafemmina; al- 
l'anulare, della donna maritata; al mignolo, del valen- ^ 
tuomo. < 

I ragazzi, ballando, costumano pure cantare in coro, ', 
calcando su 1' ultimo verso : 

Quanto ia bella la ronna quanno abballa, 
Cu' le manuzze se tene la vuniiella, 
Piglia le retaglie, pòrtale ò primmo amore 
La strada de fierro ncc passe lu paponc! 



3 



— 14 



Tra di noi si suole sclamare : 

Luna, luna, 
iMcname 'nu piatto "e maccarune ; 
E si tu po' nu' nce mìtto 'o caso, 
r le rompo 'a grattacasa. 

Ed in Tegiano : 

Luna, luna nova, 
Menarne roje ove, 
Menamelle 'nzino, 
Ca te fazzu le taglio line ! 

Luna luna vecchia, 
Menarne 'nu specchiu, 
Mcnamcllu 'nzino, 
Ca e' tuo' me ne' ammiru ! 

Quando vedono le lucciole {calccatascc) , per affer- 
rarle parano il grembiale di sotto od i cappelli; e cre- 
dono, che vi vadano a cader dentro, esclamando : 

Catecatàsce, scinni abbascc, 
Mu' te 'nghiuri mu' te scasce. 
la venutu mctcturu, 
Cu' 'na sarma re zecclic 'nchulu. 

Meteturo , luglio. (Sulla diversa denominazione dei 
mesi, cfr. il mio /// Pistolotto tegiancse nel Giambattista 
^Basile, An. V, p. 85; e nell'opuscolo: Un altro vocabo- 
lario nap. p. 27-8). Ecco un altro scherzo, che cantano 
in coro : 

Scolo, sculiblc, 
Pruojc la nianu a Cristu, 
Cristu 'ncurunatu, 
Mittcle la manu a Cctpu, 



>S 



dlp- 



Capii pnlomma. 

Che ncc puorte 'ma 'sa fronna ? 

— <i Nce porto uoglii; santii, 
Pc' ciimenecà' lu Spirutu santu ». 

— Lu Spiritu santu ia cuniunicatu, 
La Madonna ia luminata, 
AlTruntamme li parrucchiani, 
Che se vòlunu confessani. 
L'anema la va a Dio, 
A lu figliu re Maria. 

Ed un'altra filastrocca : 
Tuppè ! Tuppè : 

— « Clii è lloco ? » — 

— << la Maria la slnmturata. » — 

N'amma mia, nu' pozzu apri', ' 

M'hanno alligato li Giurci. 
Manuzzc, manuzzelle 
Cumparisce la tavelella, 
Pigliamme pane e hinu, 
Pe' fa' la zuppa a lu Bamminu. 

— Lu Bamminu nu' bole zuppa, 
Ca le vruscia la voccuzza; 
La vuccuzza chiena re mele, 
Viva, viva San Michele. 
San Michele è ghiuto 'n-ciclu, 
Pe' sonare le campane. 

— « Le campane so' sunate, ^ 
Li Maria re la Tictaie ». — ) 

Questo è il nome d'una chiesa tegianesc, detta an- 
che degli ex Minori Osservanti, come può riscontrarsi ;' 
\ nel Macchia roli : Diano e /' omonima sita valle, Napoli, ' 
I Rondinella, 1868, p. 144-5. Ecco un altro passatempo 
delle giovinette. - 

— 16 — 



Si pongono a poca distanza , di rimpetto (accera) ; 
e raccolti i lembi inferiori davanti della veste dialo- 
gizzano : — « Neh ! cummà' ?» — « Gno ! » — <( Addò 
è juto mariteto ?» — « A la Puglia » — « Che t' ad- 
duce quanno vene ?» — « Nocche e zegarelle. » — 
« Addò te le mitte ?» — « 'Mpiero a la vunnella. » 
« E quelle, che te rummanene ? » — «A tutte le cum- 
marelle. » — Poi cominciano a battere i piedi a terra 
ed a ripetere in coro con voce stentorea sillaba per 
sillaba : — « Nocche là, nocche qua — La segnora la 
saccio fa' ! » — Ma oltre questi con qualche piccola 
modifica, non mancano altri giuochi in Piano di Sor- 
rento. Mi restringo ad accennar qualcuno. 

Quello dello st ruminolo o trottola , rozzolo , pi rio, 
lat. trochus, che si trova spiegato fin nel vocabolario del- 
l'arcifanfano Fanfani : — « Strumento di legno di figura 
simile al cono con un ferruzzo piramidale in cima, col 
quale strumento i fanciulli giuocano, facendolo girare 
con lo sfilare una cordicella avvoltagli intorno, in ciò 
differendo dal palèo o fattore, che questo non ha il 
ferro in cima, e si fa girare con isferza ». — Nicolò 
Lombardi nella sua Ciucceide (XV, 41) ricorda : Chi 
portava 'no citolo 'nfasciolla , — Chi se spassava co' li 
strommolille. Di qui il gioco a spaccasi oniniola, ricordato, 
fra gli altri, anche dal Bruno nel suo Canddajo (ediz. 
Marghieri , Napoli 1886 , p. 75) : — «... Gli dissi, 
giocamo a spaccastrommola , — Va, disse lui, che tu 
mi dai la baja : questo è gioco da putti; non ti ver- 
gogni ?» — Nel Vocabolario de Filopatridi si dice : — 



— 17 



w 

p 

« che colui, a cui cade la sorte, tira prima il suo [struin- 
moìo], e gli altri, mentre questo ruota, vi tirano sopra 
per ispaccarlo. Or tirando con forza , vanno queste 
strommola sbalzando con furia, e a rischio di dar sul 
viso a chiunque stiasi vicino : onde si dice a spacca- 
strommola, che dinota alla cieca, e colla maggiore con- 
fusione, e disordine ». — 

Un altro trastullo è quello a mammera , e nocella, 
la cui spiegazione è nelle prime parole delle glossale 
tardacinesche al secondo canto della Vajasseide. Si fa 
in questo modo : — « Se pigliano duje pe' ttutte doje 
le mmane Uoro , e s' allargano le braccia de muodo, 
che beneno a fare 'no garbo commo se fosse 'na seggia, 
pegliannose pe' le mmano, commo se fosse lo ddarese 
la fede, e tanno uno se sede, e li duje lo portano pe- 
sole pe' la casa, e cantanno diceno : 

A niàmmara, e nocella, 
'No sacco de pedetellj, 
Tanta ne fece màmmeta, 
Che roppe la caudara. 

E cosi vanno peglianno gusto ...... {Op. cit. p, 85). 

Vi è quello, a cavallo luongo. Un ragazzo sta seduto; 
e l'altro, che fa il cavallo, gli pone la testa sulle gambe, 
e sta curvo. I compagni devono saltare sulle spalle di 
costui; e se cadono^ in punizione tocca a loro fare il 
cavallo. Passiamo al giuoco di scta-setella : 

Comma', seta-setell.i. 

— « Comma", vattenne a chella ■•. — 

Si pongono varie ragazze in giro. Una dice alla 



18 — 



compagna: — « Valtenne a chclla ! y) — E mentre questa 
va, essa cambia il suo posto con un'altra. Ma, se 
quella che gira attorno arriva ad afferrarla, deve costei 
andare intorno. Talvolta, invece, si fa in questa guisa. 
Chi si pone in mezzo ha qualcosa, (come un anello), 
chiusa in ambo le mani accoppiate. Una compagna ri- 
petendo le solite parole di andare da chella, le fa fare 
tutto il giro; fingendo di deporre l'oggetto nelle mani 
dell'altra. Lo lascia a chi più le piace, senza , che se 
ne avvedano le compagne. Indi ricomincia il giro, fa- 
cendo la soHta mossa con le mani ed interrogando : 
— « Aniello , mio aniello, — Chi tiene lo mio aniello ? » 
Se indovinano chi è la posseditrice , costei si alza e 
ricomincia il gioco; se no , lei , resta in piedi, finché 
non vi si sia provveduto. Insomma, tutto sta nell'in- 
dovinare, chi l'abbia avuto. 

In Tegiano, i ragazzi si serrano delle fave nei pugni; 
e senza farsele vedere, chiedono al compagno d'indo- 
vinare in qual pugno si trovino. Il divinando recita: 

Ari, aricchiii, 
Tribbiticchiu, 
Ari, ara, 
Apri qua . .. 

Se ha sbagliato, cioè ha fatto aprire il pugno vuoto, 
deve dare la fava, che era nel pugno. Al contrario, 
se ha indovinato, quello che teneva la fava gliela deve 
dare. Così si fa pure con i ceci, e si chiede : — i< Quanti 
cicìri so' 'nta 'stu puinii ? » — Se sbaglia, la punizione 
è come per le fave; se indovina, la vincita è la stessa. 



&^ 



Naturalmente sono scherzi da ragazzi, quando si iianno ( 
ancora le prime orecchie, secondo dice il popolo, a si - ; 
miglianza de' denti. Il Cortese scrisse nel Micco Passavo 
(Vili, 17): 

Ha ragione la scura figliolella, 
Ch'è de tre tridec'anne, ed ave ancora 
Le primme aurecchie, tant'è peccerella, 
E da lo munno non è sciuta ancora. 

Invece, la mola de lo senno, non si suol mettere prima 

de' venticinque anni, od in quel torno. \ 

Facimmo a nasconne ! Un ragazzo si covre gli occhi ) 

con le palme delle mani, stando in un cantuccio, o si / 

benda con un fazzoletto, mentre gli altri cercano un ] 

nascondiglio, dove giunti gridano: CiiciW Allora co- ) 

mincia ad inseguirH; ma chi di essi giunge a toccare ^ 

il posto dove quello si è bendato, gode dell'immunità. > 

Chi, invece, è toccato, deve porsi in mezzo e continuare ( 

il divertimento. Si suol dire anche giocare a rimpiat- ] 

tino (alla lappa, in tegianese); ed in Romagna a aita, ) 

sul cui significato riscontra nel 'Basile (An. I, p. 55) j 

l'ipotesi di Ciro Massaroli. ) 

V^Caiia e pitico o picca o alla lippa, ricordato con j 

i ahri giuochi anche nella ria:;xti Universale (Discor- ( 

so LXIX) di Tommaso Garzoni da Bagnacavallo. Co- > 
lui che vuol giocare, prende un bastoncello ed una 
spranghetta, la quale accomoda sur una pietra, in guisa 
da restare mezzo in bilico; e poi con un bel colpo la 
fa saltar discosto. — « Il compagno corre a racco- 
glierla e mettendosi in quinta avanti , senza muovere 



e 



uno dei piedi dal punto in cui è caduto il pitico, lo 
spinge sulla mazza, che il suo competitore ha situato 
lungo l'estremità laterale della pietra, di fronte all'al- 
tro. Se colpisce la ma:(:^a, il giuoco passa nelle mani 
del secondo; se no^ il primo batte tre volte sul piu^o, 
sbalzandolo, se sa ben fare, lungi daWassinga (dal segno). 
Poi misura quante volte entra il pttiio fra il punto in 
< cui questo si trova e Vassinga, e comincia da capo. Se 
il pitico non vien colpito la prima delle tre volte sta- 
bilite, o rimane molto vicino alla pietra, in modo da 
non guadagnare la lunghezza della ma:(;(a, ciò che vuol 
dire non far punti, il gioco passa pure al compagno. 
Chi dei due raggiunge un numero di punti convenuti, 
vien portato 'ngaliti?ie, ossia a cavalluccio dal vinto , 
per una distanza stabilita. » — Cosi Enrico Melillo 
(Basile, he. cit.). La cosa non varia neppure per noi, 
meno qualche lieve modificazione fonetica della pa- 
rola vernacola. 

Non pochi altri giuochi ricordano gli scrittori par- 
tenopei, alcuni dei quali, ora smessi. Giovan Battista 
del Tufo, nel capitolo dei ; — « Diversi giuochi , che 
usano a fare i fanciulli » — menziona quello a cova- 
lera, a vcspone , a prela in sino , a la rota de canee, a 
spaceamallonc, a guarda coppole, a searreca varrile, assecu- 
tame ehisso para piglia, a cavallo liiongo, a tamaro e tam- 
bnrro, a 'mpi:(^o 'mpa:^:^o , a scassa trentuno , a capo o 
croce, ad accosta cavallo, a capotommoìa, a saglipendola, a 
spoglia monaco, a le singbclelle, a scca-molleca, alla morra 
(per quale vedi la descrizione con V incisione nel De 

Ce 



Bourcard, op. cit. \, 66-70), tee, ecc. (V. Meviorìa di \ 
Scipione Volpicelia, letta AV accademia di xArcheologia, j 
Lettere e Beile kAtH, nella tornata del 7 i;ennajo 1S80 e l 
sefiuenti, p. 86-9). Altri sono nelle Stan:ie di Felarde- l 
niello (ediz. Porcelli, voi. XXIV), nella introduzione alla > 
seconda giornata : De li iratlenemiente de li Peccerille, e ' 
nella lettera dello Smorfia : — « AH' uneco Sciammeg- j 
giante, che po' rompere 'no becchiero co' le Mmuse » — f 
stampata in calce alle opere del Cortese (ediz. Por- 
celli, voi. IV, p. 219-235); ma, che, forse, più giu- 
stamente, insieme con le altre, è da assegnare al Ba- 
sile, come notò Tlmbriani nel Natanar II (p. 77, no- 
ta 2) e poi anche nelle illustrazioni alla Fosilecheala , 
e più tardi ha ripetuto E. Rocco (^Basile, An. VI pag. 
lo-ri). Altrove ho dissentito, attenendomi alla opi- 
nione comune; ma non posso negare esser di molto 
peso le seguenti parole d'una specie d'avvertenza pre- 
messa alle Muse napolitane, le quali formano l' argo- 
mento contrario : — « comme nne facette lo mme- 

desemo Autore 'n autro scampolo a chelle lettere , 
che fecero cammarata co' la Fajasseide , da le quale 
comme robba propria se n'ha pigliato l'accoppatura » — 
{Edii: cit. voi. XXI, p. 221). Illustrar tutti questi 
giuochi sarebbe impresa non lieve ; ne da tentarsi di 
sbieco, come voglio provare con un esempio. 

Stienne , stienne , mia cortina , ò un giuoco di data 
tutt'altra che recente. Non solo lo ricorda Valardeniello: 
— « A stira mia cortina, a mano, a mano » — (St. 7), 
il Cortese od il Basile nella lettera; e certo quest'ul- 



^Tb <fM 



é 



timo nel Trat. IH lor. II; ma pure nell' introduzione 
a questa giornata. Vi accennano anche altri, es. il del 
Tufo, stiendi mio conino; ed in tempi a noi vicini, il Cer- 
lone nella Fedeltà sventurata (II, 14). E consiste in questo, 
secondo c'informa il Rocco {Basile, An. VII, p. 6-7) : — 
«Più fanciulli si mettono in fila di lato, tenendosi 
l'un r altro per mano , e mentre il capo del giuoco 
dice, stienne, stienne, mia cortina, i fanciulli distendono 
le braccia il più che sia possibile e rispondono, aggio 
stennuto. Indi alla voce fance no nudeco , tutta la fila 
listerà passa per sotto le braccia del primo e del se- 
condo, rispondendo nce faggio fatto, e così il secondo ri- 
mane colle braccia incrocicchiate sul petto. E seguitando 
a dire fancenne 'n auto, questo passaggio si ripete fin- 
ché tutti rimangono in simile attitudine conglomerati. 
Ordinariamente il giuoco termina col ruzzolare di tutti 
per terra. » — Inesatta era la spiegazione d.uane, in 
precedenza, dal d'Ambra {Vocabolario Napolitano-toscano, 
MDCCCLXXIII) : — « Giuoco di bambine, che a cop- 
pie tenendosi per una mano , tirano con quanto ne 
hanno, finche la più scaltra abbandona la mano della 
compagna, la quale tratta dalla spinta, cade per terra 
con grosse risa della piccola brigata.» — (p. 146). 

Intanto, alla cortina del primo verso si è sostituito 
bustino, o Faustino; ed ecco lo scherzo alla meglio 
nella sua forma completa, secondo mi è riuscito pro- 
curarmelo. Potrebbero essere anche due componimen- 
tuzzi amalgamati insieme (cfr. Canti nap. pubblicati dal 
Correrà e da me, Milano 1881, N. 7, 49). 



23 — 



¥ 



SIP 



— « Stienne, stienne, Maustino » — 

— (( Aggio stennuto » — 

— e Stienne 'n ato poco » — 

— X Aggio stennuto » — 

— (i Pance 'nu nureco ! » 

— ff Nc'aggio 'o fatto » — 

— « Fancinne 'n auto I » — 

— « Nc'aggio 'o fatto ! » — 

— « Pance 'na nocca, » — 

— « Nc'aggio 'a fatta » — 

— « 'O cummA', 'o peà', » — 

— « Ramme 'na cimma aruta » — 

— « Pe' chi serve ? » — 

— « P' 'a sia cummara 

— ff E ch'ha fatto ? 

— e 'O figliulo » — 

— «E quanto è ? — 

— « Quanto è 'na maneca re paletta » — 

— « Passa pe' sotto a chesta mia bacclictta ! » — 

Tutta la quistione verte su l'ultima parola del primo 
verso. In primis, una duplice ipotesi su quell'emme. O 
la forma primitiva era stienneme, ed elidendosi Ve, si è 
agglutinata alla parola seguente. O si tratta d'una con- 
trazione di mnsto, mastro. Ma, comunque , non vi ha 
dubbio , che quel nome è Auslino = Agostino. Che 
maustino possa esser derivato dalla corruzione di mia 
cortina, come pretende il prof. Rocco, non persuade. 
Allora io accampai 1' ipotesi d'una possibile allusione 
al celebre boja della Vicaria; ed ebbi il torto di rav- 
vicinarlo al Do.MENE Agostino (Pent. lor. I, Trai, j) 
co' 'na vocca de chi ha pigliato lo domene Agostino, col 
quale non ha parentela di sorta. Basta ricordare le 



24 



parole del Cortese nella Rosa (III , 7) : Ca non aggio i 
abbesuogno desceruppe \ DeT)oinmeìietAgostifio,o'nfosione; s 
e l'altre della quinta lettera Cortese-Basile : Ca la col- 
lera soja manco Fannella \ De T)onimeno agostino lo sce- 
ruppo. Si disse anche semplicemente lo Donimeno Ago- 
stino, secondo e' informa il de Ritis , che spiega : — 
« Farmaco purgante in gran voga nel secolo XVI, 
come pochi anni or sono il famigerato Leroy. » — 
Ma non è proprio cosi. 'HoWArtidotario Napolitano di 
Francesco Greco, (Napoli 1642) è detto: — « Syrupus 
domini Augustini Niphi suessani qui NeapoU commu- 
niter est in usu » (p. 181). Inoltre vi è la ricetta, e la 
spiegazione di Giuseppe Donzelli. 

— « Ree. Corticum mirobolanorum citrinorum. 

Rhacpontici nostratis viridis sive radicis centaurii 
majoris. 

Foliorum senae mundac. 

Epythimi. 

Ivae arteticae ana une. i V2- 

Polipodii quercini mundi viridis libr. duas et semis. 

Florum fumiterrae et lupulorum ana lib. scniis. 

Glycyrrhirac rasae une. unam. 

Passularum enucleat. une. tres. 

Sem. anisorum. 

Foenicul. ana une. semis. 

Florum boraginis. 

Buglossi. 

Violarum ana nianip. unum. 

Omnium fiat dccoctio sccundum artem in libr. 30 ) 



25 — 



bXP - 



aquae fontis lento igne iisque quo remaneant libr. X, 
et cum sacchari albi libr. X fiat syrupus addendo succor. 
lupulorum fumitcrrae dcpuratorum ana libram unam et 
semis. 

Confert morbis nielancholicis, necnon et humorem 
biliosum pituitosumque evacuat , obstructiones aperit , 
morbis frigidis cercbri prodest, intentioneni habet mun- 
dificandi et morbo gallico valde prodest. » — 

Ad ogni modo, resta, sempre, come un interrogativo 
il nostro Mauslino ; e fino a prove più convincenti , 
mi permetto ripresentare la mia ipotesi. 

In priìiiis, il vocabolo {cortina) insospettisce; e vor- 
rebbe tradir lo scherzo d' indole esotica. Il d' Ambra 
registra cortina; ma nel senso di corte, corticella, mentre, 
qui, bisogna dargli Io stesso valore, che ha in italiano 
(nap. sproviero, portiero), altrimenti più non ci si rac- ; 
capezza. In Palermo si ripete : — « La spusa agustina ) 
o majulina 'un si godi la curtina. » — Cioè^ sposando e 
in agosto o maggio, muore presto, senza vedersi bene ) 
del padiglione, che copre il talamo nuziale. — Di più, ) 
la sostituzione, che riscontriamo nel nostro vernacolo, < 
per quanto ho potuto indagare, manca nelle varianti \ 
degli altri dialetti. Allora non è strano (come abbiamo [ 
millanta altri esempli !), che questa interpolazione re- '; 
censiore sia accaduta in vista di un novello fatto. <, 

Non vi ha dubbio in quello sl'.euue essere, ....o sem- ^ 
brare qualcosa del tirapiedi. Il popolo ha sostituito la ) 
allusione ad un contemporaneo [Masi' bustino od ^Au- \ 
slcnielìo] : e che pure avea dovuto fitre impressione sulla \ 



— 26 



sua immaginazione. Possiamo dedurlo da qualche ve- 
stigia , che , tuttora sussiste. La mamma rimbrotta il 
figliolo, che non si conduce bene : — « Si sieguetc a 
farme canià 'i cuorpo, te faccio fa' 'nu bellu vestito 
da Austeniello , o da iMast' Austino. » — Il famoso 
boja, verso il cinquanta o prima, abitava in una catapec- 
chia, a destra, nel cortile di Castelcapuano, vicino alla 
scaletta dove è, oggigiorno, l'ufficio di registro; e, ta- 
volta, faceva capolino, tutto accigliato, con una faccia 
rossa , (non si sa , se per vino o salsedine !) fra due 
fedine bianche ! 



^^&iBSa-^ 



— 27 — 



GAP. II. 

FESTE, FIORI E FRUTTA. 




EL popolo il miglior modo di celebrar le 
feste, è ricorrere a qualcosa di buccolica. 
Non si ha festicciuola , che non abbia per 
lui la sua ghiottornia , il suo piatto predi- 
letto. 
A San Giuseppe, diciannove marzo , son di rito le 
cosi dette uova di lupo; le zeppole di cui la ricetta può 
riscontrarsi nella Cucina casereccia del Duca di Buon- 
vicino. Anzi si ritiene, che come si Irigge ed appari- 
scono quelle bollicine , tante anime escano dal Pur- 
gatorio. 

Vien carnevale , e specialmente i giovedì , sono i 
giorni prescelti. Anzi^ a bella posta, si sono battez- 
zati con diverso nome. E tutto va a finire a pappa- 
toria. Se non m' inganno, vien primo « giovedì dei 
compari » forse, perchè in origine si pranzava da co- 



28 



-jM 



storo; poi « giovedì de li parienti », per una ragione 
simigliante; indi « giovedì muzzillo », sicilianescamente 
luppiddu, nel quale « chi nun tene renane se 'rapegna 'e 
figlie »; e, finalmente, « giovedì grasso », forse, perchè si 
adopera maggior copia di carni. In questo periodo , 
in alcune famiglie , si suole uccidere un majale , po- 
nendone a parte gl'intimi. In Tegiano, a' più cari danno 
lu rato, una primizia, consistente in un po' di fegato, 
un po' di rete (j'ei^d), un po' di grasso {la lardieddu), e 
tre o quattro costolette ('«a ^ienca re felettiì). La per- 
sona cui si è fatto il presente, deve alla sua volta ri- 
cambiarlo, onde il proverbio : vaje la rata a chi ave lu 
puorcu. In Ischia, (dove sono più taccagni !) spesso co- 
stumano ammazzare il majale di quaresima , per non 
farne porzione a chicchessia , sotto pretesto , che si 
mangia di magro. 

Ai desinari succulenti carnevaleschi, seguono i broc- 
coli di rape, al primo di quaresima. A pasqua le pa- 
stiere, che si manipolana in diverse guise. Gustosissi- 
me quelle apparecchiate con grano immollato. Né 
scarseggia la niiueslra maritata, cioè i pianati di pasqua 
a la napolitana, che fin dal tempo suo, il del Tufo de- 
scriveva così : 

Quei pignati, che si fanno 
Nfl tempo isttsso ogni anno. 
D'una certa foglietta tenerina 
Con carne e pettorina, 
E la sua salsa verde accompagnata 
Di menta, d'agli e petrosin mischiata, 
Un pezzo ben pestata, 



29 



Vi farebbon gustar cosa di sorte, 

Che poi mille anni non avreste morte. 

Gastronomicamente non mancano delle piccole va- 
rianti. Anche il Cortese , celebrando lo stuolo vajas- 
sesco escQ in queste precise parole (Fajasseide, l, 15): 

Ora le bertolose qualetate, 
Chi sarà chillo, che le pozza dire? 
Doro sapeno fare le ffrittate, 
Maccarune, e migliacce da stopire, 
Le nnobele pignate mmaretate, 
Zeppole, ed aiitre cose da stordire, 
Agliata, e sauza, e mille autre sapure, 
Cose de cannarute, e de signure. 

Ed il Zito dichiara : — « Pcgnato mmaretato se dice 
a Napole chillo che se mmarita co' 'sta dote. Se pi- 
glia 'no pegnato granne , e dinto se nce mette 'no 
buono piezzo de carne de jenco, grassa; appriesso 'no 
capone 'mpastato; po' 'na gallina casareccia; ""no sau- 
ceccione de la Costa; 'na fella de verrinia;uatto q cape 
de saucicce cervellate ; 'no piazzo de caso mostrato ; 
ossa mastra; spiezie quanto abbasta. E po' cotte, che 
songo tutte 'ste ccose, se nce mette 'na bella torzata 
de foglia, le ccimme cimme, e se lassano voliere soave 
soave; po' lassale arreposare 'no poco, e bi' che ma- 
gne ! Gian Gregorio d'Ariemme, chillo che faceva lo 
Pascariello a la Commeddia,, soleva dicere, ca se fosse 
stato a tiempo nuostre , non averria portato le Cco- 
lonne d'Ercole 'ncuollo pe' fi' all'uteme parte de Spa- 
gna ; ma s'averria puosto 'no pegnato maretato Na- 
politano da la deritta, e 'na Coglia potrita a la Spagnola 
h 

Itl 

30 



da la senistra, e chelle portannole pe' lo Munno averria 
potuto dicere co' cchiù raggione: Non plus ultra. (Edi- 
:(ione cit. Ili, 64-5). 

Né difettano i casalelli, in tegianese pinecocchc:, cioè 
pi:(Xf ^ '^occo (uovo), i due ingredienti principali. Da 
noi si costuma manipolarli colla farina, zuccaro e su- 
gna; sul dorso s'incastrano uova col guscio, che, poi, 
al fuoco diventano sode. Anticamente si apparecchia- 
vano in un modo un po' diverso, come testimonia il 
solito Del Tufo: 

Cotti con uova, cacio e provatura, 
Zuccaro fino, acqua di rose e fiori, 
E con altra mistura, 
Come si fanno aiior per ogni canto 
La sera al tardi del Sabato Santo. 

Graziose son pure le uova pente , colorate in rosso 
con certe radici bollite, o in nero con campeggio, o 
variamente; e con disegnini bianchi, che interrompono 
Tuniformità del colore. ) 

Ve ne hanno delle bellamente lavorate, specie di ; 
oche. E con le più si trastullano a giocare, ovvero a \ 
tonarle. Quando si rompono ed anche senza, vanno ] 
a finire nello stomaco. Ciò si costumava anche a' tempi 
del benemerito Del Tufo : 

In questo tempo ancor tra di noi tutti. 
Uomini, donne e putti. 
Vedrian, come ancor ior potriano fare, 
Ogni giorno a tozzarc 

Lun con l'altro uovo crudo, fresco o cotto, 
Stando l'uno a chi tocca a l'altro sotto, 



IP- 



Su la scorza dipinti in più colori ^ 

Vari fogliagli e fiori, l 

Che insili le Principesse ^ 

Han di quell'uova istesse ^ 

Per lo piacere e spasso, { 

Giocando al tozzo insieni di passo in passo. s 

Vi è pure l'agnello pasquale, di cui, spesso, i babbi i 
sogliono far regalo a' loro marmocchi. In diebiis illis, ^ 

in tal ricorrenza « mulier vaxalla anno quolibet te- 

neatur dare domino suo in Pascha Resurrectionis Do- 
mini ova viginti gallinaria et carnis privio spallam 

unam porcinam de tribus rotulis et tertio ». Così 

nella rub. 8i della Consuetudine sorrentina sui matri- 
monii dei vassalli. Specie la mongana sorrentina ha 
una celebrità, di data non tanto recente, come può ri- 
levarsi dalle seguenti parole di Ortensio Landò nel 
Commentario delle più notabili et mostruose cose d'Italia 
et altri luoghi di lingua ^Aramea in Italiana tradotto nel 
qual s'impara et prendesi istremo piacere. Vi si è poi ag- 
gionto un breve catalogo delli enventori delle cose, che si 
mangiano et si beveno , nuovamente ritrovato et da !K. 
Anonymo di Utopia composto, M.D.XLVIII. — « Man- 
gerai vitella di Surrento, la quale si strugge in bocca 
con maggior diletto , che non fa il zucchero. Et che 
meraviglia è se l'è di si grato sapore, poi che non si 
cibano gli armenti d' altro che di serpillo , nepitella , 
rosmarino, spico , maggiorana, citronella , menta et 
altre simili erbe ? Tu sguazzerai con quei cacicaval- 
lucci freschi , arrostiti non con lento fuoco, ma pre- 
stissimo , con sopraveste di zucchero et cinamomo. 



i 



^^ .^^^^^^^^^^^^sm 



— 32 — 



Io mi struggo solo a pensarvi » — Ed è verissi- ì 

mo ! I formaggi sono eccellenti ; ned a torto Ema- \ 
nuele Campolongo affibbia a Massa l'epiteto di lalfi- 
ginosa, ed escQ in queste altre parole : — « il sempre 
nobile Sorrento di pingui e teneri vitelli affluentis- 
simo. » — (Mergelliìia, p. 4) Sicuro ! — « Napule bella 
e Sorriento gentile » — canta una volgar canzone. La 
nobiltà sorrentina è d' un' antichità incontrastata. Ma 
torniamo a bomba ! 

Già si sa, che la carne per sincerarsi si pone nelle 
grotte. E non solo si ricorda con lode la mongana e 
la vaccina ; anzi pure quella di majale, facendosi di- 
stinzione fra « puorco casarinolo o pajesano » e quelli 
di Salerno, duri ed asciutti, piuttosto stecchiti. Il Serio 
scrive nel suo Vernacchio: — «Si' 'nu bello cetatino 
\iìiajale\ de Sorriento, e mo' justo è lo ticmpo tujo » 
— (fJ/^. Porcelli, p. 23). Le ricottelle di Massa — « in 
piccolissime fiscelle ristrette e poste in bell'ordine, va- 
licando il mare giungono all'alba, gradito cibo de' ra- 
gazzi » — in Napoli, per valermi delle parole del Bi- 
deri , che ne ha fatto la descrizione (Piisseg. 1858, 
p. 45-6). Ottimi i burri. In San Liborio, in Arola, ed 
altrove formano seducenti lavoretti, adorni di mortelle, 
di fiori , di gingilli. Che graziose pecorelle di burro ! 
Che gentili colombini ! E mille altri scherzi ed imi- 
tazioni, che sa suggerire l'industria, V immaginazione, 
la vaghezza di gareggiare con i più esperti. 

All'Ascensione è di rito il latte fresco o giuncata; a 
San Giovanni, 24 giugno, le pninaccrase e le prugna. 

- 33 - } 



D 



Su su alle fico ottate, 

Vedove e maritate. 

Oli! che magna', Re mio, eh' e da Marchese 

Chesta fico sarnese. 

Ora ca si, fa spese, 

Se contento vuoi sta' chiù de 'no mese. 

E te le dongo tre pe' 'no tornese 

Te' su, pre vita toja, non ti cagnare 

De 'ste fico pallarc. 

Vide, te', cagnatelle, 

Sebbè' so' pecccrellc, 

"Ste fico jcdetelle 

Oh ! s' è di tutta botta 

Doce come a ricotta 

'Sta fico borgesotto. 

Benannaggia 'sta semmana : 

Che meglio fico vo' de 'sta trojana ? 

Cui può far riscontro un luogo del Basile, che co- 
mincia : — « Quatto fiche fresche ped' uno, che co' la 



— 34 — 



In Sassano , allorché passa la processione del Santo, ] 
le donne gittano dalle finestre del grano , in segno ? 
d' augurio d'abbondanza. In tal giorno i proprietarii di < 
amarene schiudono le porte de' loro fondi. Chi vuole, { 
si serve; e molti ne colgono per una specie di devo- ) 
zione. ^ 

Alla Madonna di mezzo agosto, vi è gran festa alla 
marina di Cassano. Sono molto ricerchi i fichi voltati 
(da optare, dicono,) primaticci, ed altre frutta. Suppergiù 
cos'i nelle feste, che seguono. E par di udire gridare i 
venditori, come al tempo del caro del Tufo : 



spoglia de pezzente, co"* lo cucilo de 'mpiso....» eccetera. 
{Peutam. introduzione, lor. II). Né manca il Del Tufo, — 
vera miniera inesauribile, — far parola di altre frutta: di 
ciliege colte a Somma ed a Sant'Anastasia, delle pere ber- 
gamutte^ dell'uva moscatella, inoria, e cornicella.duraca, 
de' meloni, e simili. (V. Volpicella-Del Tufo, p. 12-18). 
« A San M artino » non solo — « ogni musto (o fusto) 
è vino » ; — ma si costuma pure la ctipeta, di cui la de- 
scrizione può vedersi nel De Ritis : 

Del sacrosanto di di San Martino, 
Cosi tenuto in stima, 
Quando s'assaggia il vino 
Che fa tornar ogni triste alma lieta. 
Onde allor più a copeta 
Spende quell'artigiano 
Nostro napolitano. 

Che, forse, non fa qui qualche b.nronc, 
Val più quel buon torrone 
Che allor si mangia, e la zinzìyerata," /^-f 
Cosi da noi chiamata, 
Che non vai questa vostra cervellata, ^v^.^^^ ^'p'*-^" j 

_Inolt£eIsi suol dire: — «Santo Martino ha miso 
bannera »' — perche tutte le botteghe sono a festa, an- 
che con piccole bandiere : — « con certe lor bande- 
riole aurate >^ — Ed hanno in mostra de' dolci e delle 
vivande, che , veramente , fanno venir 1' acquolina in 
bocca : zuccari, barattoli, conserve, cedronate, torrone, 
torte, copete, pignolate, confetti, fosticelli, percocate, 
nocatoli, pizzette, mostacciuoli, ovetarache, graffioli, e 
simili. (V. Del Tufo, 0/). cit., p. 118-9; Fajasseidc,!, 19). 



i-M M- 



-UU' 



— 35 



A/ql 



Ma piissiimo oltre, almeno per iscacciarc certe tenta- ' 
zioni ! 

Mu" se ne vene Natale santu e giustu, ( 

Mu' se ne vene la nascerà de Cristu, ) 

Chi se vcve hi vinu e chi lu mustu, ( 

E ]' r'acqua m'aggiu fatta 'na provista; > 

Chi se mangia la carne e chi l'arrustu, / 

Pure "nfaccia a la chianca l'aggiu vistu ! j 

Secondo ricorda un canto tegianese. In questa oc- ; 

casione, non mancano le zeppole, i sosamelli, la mine- ) 

stra di broccoli neri, i pinocchi, le nocciuole, l' imman- ! 

cabile capitone ecc., nella vigilia. Nel giorno di na- ì 

tale, il cappone, e che so io ! Altrove, come in Pagani, ) 

sono molto in voga le anguille di Sarno, le quali (ve- ] 

raci) si distinguono da quelle di Scafati (spurie) per ) 

una macchietta azzurra , che hanno sotto la pancia. ; 

Si serbano in casse di legno, vicino al fiumi cello. Se ' 

uno vuol vederle, i venditori le prendono con coppo ' 

di rete, e le versano in uno spasone , dove guizzano j 
e si dimenano, come tanti serpi. 

E, qui, non torna inopportuno spender qualche pa- 
rola, a proposito delle voci dei venditori, cui nella ; 
Guida pratica del diaì. iiap. del Li\igni è dedicato un ; 
capitoletto. Ne han parlato anche l'Imbriani ed il Pitrè, ; 
e qualche altro. Né meno curiosa è la Storia de' pre:^:;^i 
in Napoli dal ii)i al iS6o di N. Fara^^lia (Na- 
poli 1878). Pure, fino a poco fa, tai frasi erano iuler nos 
malnote. 

Non COSI da quando abbiamo il mercato Vallazzano, 



- 56 — 



m 



delizia d'un mio amico, che ne apparecchia la descri- 
\ zione! Pare, che tal nome, sia una ripetizione del Fel- 
/./;^^(7;7c), al Capo di Massa, il quale, secondo una eti- 
mologia lunatica , dovrebbe derivar da FiXXa sede , ^ 
tempio, e Zàvo; gen. di Zàv Giove, quindi « tempio di j 
Giove ». ì 
Di rado si barattano arance alla minuta. Quindi è ( 
] arduo, udire echeggiare, come in Napoli : — «A quatto, ) 
a cinche , a sei a sordo 'e purtualle 'e Palermo » — ? 
(cfr. Bideri, Passe^. p. 113). Più facile è udir gridare l 
qualche mellonaro: — « Cu' 'no sordo vevo e me lavo 'a ) 
faccia. ... Castiellammare ! Che maraviglia ! So' di Ca- \ 
stiellammare. Mo' so' benuto d'a 'a rotta r' 'a neve, e \ 
so' de fuoco.... Mellune verace ! Fuoco ! Fuoco ! Ve- ) 
suvio ! Vesuvio !.... È lu 'nfierno cu' tutti li diavoli! » — ■ 
Ma lasciamo questo tema. Discorrere di tutte le feste l 
riuscirebbe lungo e nojoso. Mi restringo a qualche altra. ^ 
È risaputo , che a capo d'anno si fanno degli auguri ] 
vicendevoli. ì 
In carnevale si costumano mille pazzerie; e qualche { 
cosa ne ha detto Gaetano Canzano-Avarna: — « L' ulti- ) 
ma sera di carnevale in Sorrento. {Slelle e Fiori. An. VII, ; 
Num. 8. —21. II. 84). Son di rito il filetto di majale, [ 
le salsicce , i fegatini , la lascu^na, le sfogli al eli e, i vini \ 
de' Colli, di Massa, di Capri, acc. Fino al 1799, si \ 
facevano due mascherate; l'una da matti, detta la gnor- 'ì 
dia di Carnevale, l'altra con mantelli scuri e maschere ) 
sparute, la guardia di Quaresima. Ilappresentavano le ■ 
Accademie della S.:gge::^:;a e della Follia, e con lo scam- f 



37 - 



bio di scherzi e di lazzi doveano far passare allegra ') 
la serata. La schiera dei matti poi, verso mezzanotte, j 
assisteva Carnevale agonizzante, accompagnandone con \ 
nenie e lamenti la dipartita , come dirò più giù, par- l 
landò dalla Morte di Sorrento. Non sarebbe fuor di \ 
luogo un riscontro con quanto dice il Del Tufo, nel > 
terzo ragionamento, sul Carnevale di Napoli. \ 

Mascherate, balli sfrenati, ecc. Vi sono molti di quei ) 
giuochi accennati dal Basile nella ' Xtrodu:^ioì!e della ^ 
prima giornata del Pentamerone, non dico tutti,, perchè al- ^ 
cuni sono semi-dimenticati. — « Chille che cammi- } 
nano 'ncoppa a le mazze , mo' chille , che passano 
dinto a lo circhio, mo' li mattacine, mo' masto Rog- 
giero, mo' chille, che fanno juoche de mano, mo' le 
forze d'Ercole, mo' lo cane ch'addanza, mo' vracone, 
che sauta, mo' l'aseno che beve a lo becchiero , mo' 
Lucia canazza ». — Cui potrebbero far di giunta que- 
sti versi della Stufa {Edi^. cit. voi. XX, p. 368): 

Le Ffarze, le Commedie, e Sagliemmanche 
La femmena, che sauta pe' la corda, 
Chell'autra co' la varva, 
E chell'autra, che ccose co' li piede, 
Li maitaciiie co' le bagattelle. 
La crapa che ba 'ncoppa a li rocchielle, 
'Nzomma stòfano tutte li solazze, 
E boffune, e lazeze, e sciuocche e pazze. 

Cioè quelli, che camminano sui trampoli : — « due 
bastoni lunghi, nel mezzo dei quali è confitto un le- 
gnetto, sul quale chi gli adopera posa il piede, legan- 
dosi la parte di sopra alla coscia», — secondo defi- 






nisce il Fanfani. Quei che passano per dentro al cer- 
chio è facile spiegarlo. I mattacini poi consistevano 

in questo : — « unus simulans se mortuuni humi 

jacebat stratus, circum queni caeteri lente saltantes ad '. 

certos tristesque modos musicos, et gesticulantes ibant, , 

chori magistrum sequentes atque imitantes, qui mortui < 

illius ficti nunc unam vel alteram manum, nunc unum < 

altcrumque pedem velut rigefactos elevat, contrectat , ^ 
et olfacit, caeteris normani praebet se in gesticulatio- 
nibus imitandi, donec illuni e terra erectum sibi invi- 

CLin jactant et circum agunt. » — Così Fr. Pasqualino ^ 

citato dal Pitrè (voi. XIV, p. 80). Si può ritenere una J 

parodia la Morie di Sansone, descritta ne' Giuochi fan- \ 

citiUeschi dello stesso autore N. 140-1 ecc. aggiuntovi l 
quanto è detto negli Usi natalizi, iiiiiiali e funebri del 

popolo siciliano (Palermo, Pedone Lauriel, 1879) pa- ì 

gine 172-3, nonché le illustrazioni del Salomone-Ma- s 

rino nel volumetto. Le Repntalrici in Sicilia qcc, (Pa- ) 

lermo, 1886) p. 56. Su masto %pg^iero poi, vedi nel \ 

Cortese {V^Cic. Pas. I, 37, e canto seguente). ) 

Nelle forze d' Ercole (cfr. Vajass. IV, 29) vari ro- 
busti popolani formano una piramide , salendo uno ( 
sulle spalle dell'altro: in tal guisa eseguono giuochi ) 
d'equilibrio e di ginnastica. Il Molmenti (5/r. di Ve- \ 
ue:^iii nella vita priv., Torino, 1880, p. 59) ne ta ri- ( 
salire l'uso fino al secolo decimoterzo. Indi cani che \ 
danzano; e non di rado, al suono d' un organetto, o ( 
simile. Cosi ho visto, talvolta, anciie ballare degli orsi. | 

La Lucia ffl/i^z^^a deve arieggiare qualcosa delle [ 



s 

J9 — 



rjijm.- 



mamiìie Lucie, descritte dal Villabianca nei Giuochi po- 
polareschi di Palermo. Alcuni monelli si abbigliano da 
femmine da strapazzo; ed al suono di tamburelli, stru- 
menti femminili, saltellano , ballano e fanno della ri- 
dicola pantomima, in mezzo ad una gran folla di cu- 
riosi. E quando si è stanchi, si va a finire all' osteria. 
Con lievi modifiche la cosa è tuttora in voga in Si- 
cilia, secondo c'informa il Pitrè (XIV- 3 5), ed anche 
appo noi. Saglìemmanche o sagìienvanche— <.<■ saltimbanco 
cerretano » — , si spiega nel Vocabolario dei Filopa- 
tridi, e parola non vi appulcroì 

Dopo essersi celebrato con ogni specie di stravizzi il ] 
santo Carnevale, l'ultima sera dei tre giorni gli si fa ) 
l'esequie. E per lo più un coso , che si finge morto ( 
con la taccia tutta bianca di farina, gittate su di una ) 
carretta , mentre gli altri , trasportandolo , gridano in ì 
coro: — « È muorto Carnevale » — e simili. In Te- ) 
giano, lo formano di paglia, vestito in guisa da parere 
un uomo, e con la maschera. Nell'ultima sera la portano ^ 
processionalmente, fra quattro candele accese, L\CQn- ) 
dogli da baldacchino con un lenzuolo, e ripetendo: ? 
Cannahiani ììiìo, chino r^ oglia, (cioè di pa^ìì.x) Stasera 5 
ìiiaccaruììc , e craje foglia ! A mezzanotte lo vanno a ) 
bruciare in un luogo deserto. E non si manca di largii ) 
fare anche testamento. Al qual fiuto si collega il Te- ] 
slaineiitnin asini, di cui si conoscono parecchie versioni ) 
s (v. Novati, Caniiiiui medii acvi, Firenze, Libr. Dante^ | 
> 1883, p. 79, dove ha du' strofe di più; %pmania di j 
I Parigi, i^^i,i:.X\l,2G;Mèhisine, Parigi, 1885, T. II, j 

— 40 — 



-uà 



^ 



n. 13, col. 300; Pitrè, XIV 91-2). E da Carnevale al 
primo di quaresima è un sol passo. Subilo si appende 
al balcone od alla finestra una pupazza rappresentante 
una vecchiarda aggrinzita ed incartapecorita con la 
rocca e col t'uso , e si battezza Oiiaresimn. Si ap- 
pende sotto un' arancia con tante penne di gallina 
quante sono le settimane, e come ne finisce qualcuna, 
se ne toglie una , tanto da restare senza , a Pasqua, 
la quale segna la sentenza di morte della brutta me- 
gera. Dimenticavo dirvi, che nella metà di quaresima 
si sega la vecchia , la quale, talvolta, ha nascosto fra 
le vesti un budello pieno di sangue per dare alla si- 
mulazione una parvenza di realtà. Vedendo in quel 
giorno qualche vecchia in istrada, si dice celiando, che 
non deve uscire, altrimenti le fanno il gibetto. Nella 
prima domenica, invece, suol rompere la pignatta da una 
persona tirata a sorte, bendata e fornita di lungo ba- 
stone. In tale rottura, vi è sovente apparecchiata qual- 
che dolce sorpresa secondo l'opportunità e la liberalità 
di quelli che intervengono a questo divertimento. 

All'immaginaria pugna fra Carnevale e Quaresima, si 
rannoda la cosiddetta Morie de Sorrienlo, del qual para- 
gone, spesso, si sono valsi gli scrittori ad indicare una 
persona stecchita (cfr. Petit. II, 4; Cine. Vili, 33, tee.) 
Ed è anche passata nel popolo , tanto che un canto 
di Giugliano comincia : 

Tu vavatteiie, Mono de Sorriemo, 
Nu' là' vutà' lu stommaco a li ggcnte! 

{Binile, An.l, p. 40). Si tratta d'un'antica costumanza. 



è 



^a M 



— 41 



Carnevale, un fantocciaccio con enorme ventraja, inghir- 
landato dei cibi più succulenti, fra i prodotti del porco 
se ne stava sdrajato in una carretta. Sur un'altra Qua- 
resima, una vecchiaccia magherà, lunga, lurida, adorna 
di salacche, baccalà, legumi ed altri segni del magro, 
volgendo la chioma alla rocca. Costei se ne veniva dalla 
parte del Borgo, come per entrare in città ; e l'altro 
si avviava verso la Porta, (diroccata nel 1863) in atto 
di uscire. Allo scoccar dell'ultima mezzanotte s'incon- 
travano sotto la Porta. Ivi era ad aspettare un alto sche- 
letro di legno e cartone, rappresentante la Morte, che, 
vedendo apparir Carnevale, con l' inesorabile falce gli 
mieteva la vita, mentre Quaresima si avanzava in Città, 
in aria trionfale. Intanto la plebaglia furente ed ubbriaca, 
urlando dilaniava il corpo dell'ucciso; e faceva un falò 
dei miseri avanzi (V. Canzano nel "Basile, An. I, p. 68). 
Vien la domenica delle palme. In questo d'i, si so- 
gliono regalar de' ramuscelli benedetti di ulivi , : im- 
bolo di pace, specie fra due fidanzati. In Santa Sofia di 
Calabria, invece d'origine greca, si costuma donare un 
ramoscello di lauro, alloro onor crìiiiperalori e di poeti. 
La palma benedetta di dattero è più signorile e si usa 
fra gente di condizione più elevata, ma è meno sem- 
plice. È un dono, che si dà specialmente a' canonici; e che 
6Ì presenta dalle persone di chiesa. In Napoli, un in- 
dividuo ascende la cupola di San Pietro Martire , e 
con un fascio di palme sulle spalle, va a mutare quella 
legata vicino alla croce. Talvolta, è per isciogliere un 
voto promesso, come qualcuno salvato dal naufragio. 



Nel duomo, si benedicono le palme dal Cardinale, ac- 
compagnato da tutto il clero, il quale percote tre volte 
col piede dell'asta della croce, la porta serrata, che si 
apre, e tutti entrano. Il Tutini nell'origine dei Seggi, 
accenna all' antico uso di uscir processionalmente in 
questo giorno, fermarsi ne' quadrivi e sa di un altare 
elevare una croce , redimita di palme benedette. Tal- 
volta, dopo aver girato per la giurisdizione, piantavano 
la croce avanti la chiesa del seggio o del portico. Il 
popolo vi accorreva; e ciascuno, secondo la possibilità, 
vi lasciava l'elemosina. Poi si sostituirono delle cap- 
pelle ed Estaurita .significò il luogo dove si fissava la 
croce in tale domenica. Ma le palme più artistiche sono 
quelle fatte con i midolli di fichi , e di cui special- 
mente Seano ha la principale industria. Si recidono 
i ramuscelli ancora morbidi: con una bacchettina, de- 
stramente si cstrae il midollo; e si lavora pria, che il 
contatto con Tarla l' abbia indurito. Ne escono sotto 
la mano ingegnosa colombini, fiorellini, bottoncini di 
fiori , foglioline , che si legano con fili di cordellina 
inargentata , o ferro filato , in guisa da formare una 
frasca, cui si aggiungono nastrini e confetti variopinti 
da risultare un tutto assai grazioso. E queste frasche 
si serbano di anno in anno, specie nelle nicchie e negli 
scarabbattoli dei santi, perchè 1' aria troppo spessa le 
guasta, e le mosche le sporcano. 

Tralascio di far motto delle altre funzioni , che si 
costumano in questa settimana. Qualche cenno fugace 
si può riscontrar nel Bidcri (f(//.^. cil. 55-72). Pietro 

/ 



m 



de Stefano nella Descrittione dei luoghi sacri della Città , 
di Napoli, riferendosi al 1560, racconta, che i battenti ,; 
della chiesa di S. Giorgio dei Genovesi , nella notte j 
del giovedì santo, si vestivano in gran numero, an- ) 
dando in processiorie — « con certi scoriati di funicelle > 
ove sono certe rosette d'argento, per cavarnosi il san- ; 
gue dalle spalle per loro divotione, con un buon numero 
di torchi accesi, visitando alcuni sepolcri della città, o^ • 
Noto solo, che, dopo rotta la fonte, il prete in istola va ; 
benedicendo le case, spruzzando acqua santa con l'asper- 
sorio; e qua ha de' solderelli, là delle uova, e simili. 
In Tegiano, nel mattino di Pasqua, i figliuoli baciano 
i piedi a' genitori, e chiedon perdono d'ogni mancanza. 
È risaputo che in maggio, si donano specialmente dei 
fiori. È uso antico, piantar nel cjleno un albero in- 
nanzi alla porta di qualcuno per largii onore , specie 
delle innamorate, d'onde la frase, « piantare il maggio. » '] 
Nel codice di Giustiniano si rinviene la voce majuma, ì 
che il Vallauri rende majo. Precedentemente Ovidio ) 
aveva scritto: in majos festiim florale Kalendas (Fasti, [ 
IV-947). Ed il nostro del Tufo: 

..... Come fanno gli amanti 
Pria che la bella aurora 
Dianzi al Sol venghi fora, 
Sotto la gelosia 

De l'aspra donna ria. S 

Gli scovre allor con quella occasione \ 

L'amorosa già sua passione. 
Lasciando al dipartir gigli e viole 
Fuor della porta del suo vivo Sole. 



— 44 



E COSI continua su questo tono {op. cìt. 102-3). Be- > 
nedetto de Falco nella TDescrittione dei luoghi antiqui ^ 
di Napoli Qcc. : — « Celebriamo nel primo Maggio li ] 
fiori delle ginestre, in memoria dalla Dea dei fiori , ) 
celebrata dagli antichi. » — Ed il Cortese nel Li Tav. 
tAmmure de Ciullo e Tenia, II, — « Lo primmo juorno > 
de Majo, quanno a Napole ogne casa deventa taverna ) 
co' lo frascone 'ncoppa la porta. » — Ma lascio questo \ 
argomento, perchè voglio restringermi ad un uso, che ; 
ha maggiore d'aria paesana. In questo giorno, ogni par- ^ 
rocchia deve recare il suo majo a monsignore Arci- ] 
vescovo in Sorrento. Nel 1593 l'Arcivescovo Giuseppe ) 
Donzelli conferì la Rettoria della Chiesa di S. Maria l 
di Galatea al Parroco Bartolomeo Piscopo ; e nella \ 
Bolla di possesso si legge : — « Cum onere f^iciendi , > 
et deferendi arborem floribus ornatum et decoratum ^ 
die prima mensis Maii ad majorem Ecclesiam Surren- > 
tinam. » — (V. Cenni slor. ecc. ecc. di tale chiesa per l 
un sacerdote di Mortora — leggi, Carmine Russo — 
Napoli 1880 p. 33). Eleggono i più bei fiori e va- 
riopinti; e ne rivestono una pertica, formando intorno 
tanti piccoli palchetti , assicelle, cerchi, e simili. Pro- 
cede il parroco o chi lo rappresenta in istola. E nella 
funzione tutti devono fare il presentale armi al Ve- 
scovo, il quale poi suol regalare questi maggi, specie 
alle monache di San Paolo. E non solo fiori ! Vi sono 
annesse delle frutta primaticce, dell'uva, che si è ser- 
bata con certa cura , delle tortorelle, eccetera. Ed in- 
nanzi tutto molte candele di cera! 



— 45 — 



A dir vero, i regali si vanno assottigliando; ma, una ! 
volta , se ne facevano , proprio , degli stupendi. Mi ì 
piace riferir la descrizione d'uno di D. Giovanni Grillo ] 
mandato all' Almeyda , governatore di Sorrento , se- ; 
condo si ricava da w\\ ms. inedito : — •' Vera minuta ( 
e compendiosa relazione delle glorie e grandezze della ) 
fedelissima città di Sorrento per la fedeltà osservata \ 
alla Maestà Cattolica nell' universale rivoluzione del \ 
popolo nel regno di Napoli, composta dal Dottor Do- 
menico Valvassori : — c- Era patre domenicano e sot- 
topriore del convento di S. Vincenzo. Scriveva nel 1648, 
intitolando nel 25. Vili, il lavoro all'Arcivescovo di 
Sorrento. » (V. Capasso, // Tasso e la sua famiglia ec. 
Napoli 1S66, pag. 227-8). 

— « Una vitella ammazzata di fresco con due teste 
d'uva si cariche ed artificiosamente composte . oltre 
la vaghezza naturale, che avevano, che, al sicuro Lieo 
h avrebbe posposta per la semplice vista di queste quella 
della sua cara e tanto sospirata Arianna. Otto ca- 
pretti si grassi , che posti al paragone con quei di 
Giacobbe, io son di parere, che l'avrebbono di tal ma- 
niera avanzati , che il Patriarca tinte di gran rossore 
le guance si sarebbe a guisa di Cintia nell'uscir di Febo ? 
fra le nubi della propria confusione nascosto. Dieci \ 
capponi^ ognuno de' quali sarebbe stato sufficiente ad > 
estinguer la fame di quel felice Epulone, che or privo ? 
\ di bene e solamente colmo di pene tra le voraci fiamme ^ 
j si consuma con Tizio e Tantalo colà nel nero regno > 
\ d'Averno. Dodici spose regolatissime , colle quali si 



-46- 



?* 

sarebbe stimato onorato in tempi simili e contro sta- 
gione ogni gran personaggio reale. Fu la prima di 
ragoste, palaie, cefali , treglie ed altro pesce , che nel 
regno di Nettuno hanno il primato; li seconda di car- 
cioffole così tenere, che nella tenerezza poco o nulla \ 
differivano da quel latte, che nelle proprie viscere te- ; 
nevano racchiuse; la terza di spegne ed acci, che da- > 
vano colla bianchezza indizio della squisitezza loro a 
chiunque curioso vi fissò lo sguardo; la quarta di ca- 
volofiori cosi ben accomodati , che avrebbero potuto 
comparire nella mensa di qualsivoglia corona; la quinta 
di broccoli spicati bastevoli a risvegliar la fame e l'ap- 
petito sopito, se non estinto, anche agli astinenti Ma- 
carii ; la sesta di mela appiè e dieci sufficienti a pre- 
cipitar nel centro d'una gola d'Eva, un Adamo; la 
settimana di pere bergamutte, che con la loro pallida 
e ben ingiallita corteccia davano indizio che , come 
matura, se l'approssimava una morte, da cui originar 
la vita altrui si doveva; l'ottava di cardoni , che ru- 
vidi neir apparenza non lusingavano gli occhi , acciò 
non scomparisse al gusto il delicato sapore, che teneano 
celato; la nona di lazzarole, che quasi coralli non ca- 
vati ancora per la loro morbidezza dalle acque salse 
del mare , meglio della perla di Cleopatra sarebbono 
stati sufficienti ad una mensa reale; la decima di limoni 
e di cetri di tale e tanta grossezza , che sembrando 
globi celesti dichiaravano Atlante chi l' addossava sul 
dorso. Le due altre furono di coso dolci , cosi deli- 
catamente formate, che avvalendosi Apollo non avrebbe 



•17 



avuto bisogno di troppe parole per mitigar di Dafne 
quel cor si crudele ». — 

Ed i famosi gigli di Nola? L'origine, al solito, fu assai 
modesta. Quando S. Paolino, che s'era offerto volonta- 
tariamente captivo a' Vandali, invece del figliuolo d'una 
povera vedova, rimpatriò, il popolo festante gli si fé 
incontro con fiori , fra cui il giglio simbolo dell' illi- 
bato candore di lui. Dipoi questi gigli divennero pi- 
ramidi, trasportate sulle spalle de' facchini o San Gio- 
vannari (da S. Giovanni a Teduccio). A poco a poco si 
allungarono tanto da superar le più alte terrazze. Cia- 
scuna macchina si divide in più ordini. Nel primo vi 
e l'orchestra, la quale accompagna i facchini, che ballano 
con quel peso addosso. Negli altri, popolane e donne 
in gala. L'istesso giglio è adorno di fiori, festoni, na- 
stri, statuette di carta e simili. Ogni corporazione di 
arti e mestieri ne fa uno, sostenuto da sedici facchini. 
Solo quello degli ortolani, — il più grandioso, — ne ha 
trentasei (V. De Bourcard, op. c'it. II, lo-ii). 

Pure in Napoli gli Eletti (ufficio meramente ono- , 
rifico) solevano ricevere nella candelora la cera, a pa- j 
squa i tortani, in maggio i cristalli e ventagli, in ot- \ 
tobre il cioccolatte, a San Martino lo zucchero, in gen- \ 
najo ed in maggio delle propine per qualche possesso. ; 
Prima eran gli appaltatori a regalare i cristalli (Ca- ' 
paccio , Foresi. Gior. VII) ; ma poi furono a carico 
della Città, secondo risulta da' Registri dell'Archivio 
^Municipale. Nel 1804 la spesa è inscritta per annui 
ducati 6700. 1 ventagli, forse, dovevano servire per prò- ^ 



D 



curarsi un po' di fresco in està : i cristalli per uso di ) 
sorbetti , che poi divennero sportule o propine. Pria 
del quaranta, all' approssimarsi della stagione estiva, i 
cancellieri presso i collegi giudiziari presentavano i 
Magistrati di ventagli verdi con manico nero. (V. Gui- 
scardi, Saggio di Storia civile del Municipio napoletano, ec. 
1862 p. 47-8). Allorché un nuovo Eletto entrava in 
carica, gli si regalavano dei ramaglietti (spag. mw/V- 
lete). Nel 22. VII. 1750, si abolì la spesa (Appun- 
tamenti, voi. IX, fol. 172). E, forse, dovevano essere 
fiori artificiali. In contrario, pochi danari non avrebbero 
francato il fastidio d'un'abolizione. Corroboratale ipo-, 
tesi il costume di donarsi dai rettori delle chiese agli 
Eletti, invitati per qualche cerimonia, una /mjctìf di tai 
fiori. L' inserviente le reca in un vassojo. Il rettore , 
spesso, in cotta e stola le offre agli Eletti, che le ac- 
colgono seduti , e le passano ai rispettivi uscieri ac- 
compagnatori. In diebiis illis, la Regia Corte due volte 
l'anno offriva agli Eletti de' donativi; ed a' nobih, 
majali in carnevale e vacche a pasqua. Poi fu il Mu- 
nicipio, che in queste ricorrenze costumava de' regali 
al Re: erbaggi fuori stagione, frutta, cacciagione della 
più rara , fiori , confetture , eccetera. E si portavano 
pubblicamente nella vigilia di Natale e nel sabato santo 
da Monteolivcto, allora sede del Municipio, alla Reggia 
da bastagi bene abbigliati ed in doppia fila, preceduti 
da una carrozza di città col cerimoniere in gala , ed 
accompagnati dagli uscieri di città in gran gala , e 
scortati dai pompieri, corpo alla dipendenza del Mu- 



■J9 — 



nicipio. I fiori, che si procuravano (nel calcn di mag- 
gio) per presentarli al Re, prima erano offerti dagli 
stessi fiorai, ortolani, ecc., ed in tempi più antichi si 
usavano di argento; e la relativa annua partita d'esito 
era fissata per ducati 1430, spesa che nel 1754 fu in- 
vertita a prò dell' Albergo de' Poveri. Ma volendo i 
sindaci ingraziarsi il capo dello Stato e tenersi in sella, 
a poco a poco convertirono tali doni in oggetti assai 
costosi. (Oper. ciì. p. 170-1). E parlando di Eletti, vo' 
ricordare quel Bernardo Aldano, capitan generale delle 
artiglierie del regno^ e deputato dal Viceré per la for- 
tificazione di Sorrento, il quale, avendo inteso che l'uni- 
versità di Piano era ricorsa a S. E. per isgravarsi di 
molte imposizioni fattele a tale uopo , carcerò crimi- 
nalmente Sindaco ed Eletti , e nettò una fossa , e ve 
li pose dentro , volendo riscuoter da ciascuno mille 
ducati di pena {Y . Capasso, Op. cìt. p. 20-1). Ma la- 
sciamo quest'argomento! 

Nella vigilia dell" Assunta per tutte le colline della 
penisola di Sorrento sono in uso i focara~ii, alimen- 
tati dalla paglia della raccolta già fatta. Forse ciò de- 
riva dal divieto imposto da Re Carlo I d'Angiò {Pridem 
quicìeiìì) di ron bruciar le stoppie , pria di tal tempo 
e quindi evitare possibili incendi. Anche nella festa 
di S. Antonio, a' 13 di giugno, i ragazzi con un soldo 
per ciascuno comprano delle fascine e fanno de' gran 
focara:iyi , ad ogni larghetto del paese. Tale uso ora 
si va smettendo ; e le fascine si sostituiscono con i 
lumi alla veneziana , cioè le panarcUe. San Giovanni 



— so — 



p 

poi è la festa prediletta di tutte le ragazze maritabili. 
In questa vigilia ognuna tira l'oroscopo... della sua sorte, 
specie matrimoniale. Citta un garofano sulla strada de- 
serta ; e chi primo lo raccoglie , sarà lo sposo. Citta 
delle rose sfogliate su l'acqua, od una pianella per le 
scale,, mediante un calcio; ed a mezzanotte recita delle 
preghiere fuori al balcone. Un altro esperimento con- 
siste nel versar l' albume sull' o del piombo liquefatto 
«W/'acqua; ed in quelle screpolature si vede o si crede 
di vedere il futuro destino. La notte passa Erodiade e 
la madre sur una trave di fuoco^ sclamando : — « Mam- 
ma , mamma , perchè lu deciste ?» — ■ « Figlia , figlia, 
perchè lu faciste ?» — (cfr. Del Tufo, 104-9; Di Falco, 
Op. cit., Ciulio Cesare Capaccio: « Apparato della fe- 
stività del Clorioso S. Ciov. Battista , fatto dal fede- 
lissimo popolo napolitano a 23 di giugno 1624 »). Va- 
lardeniello ricorda (st. 19), che: 

Le ffemmene la sera de San Gianne 
levano tutte 'n chiatta a la marina, 
Allere se nne jeano senza panne, 
Cantanno sempe maje la ronian^ina. 

E pria quando è San Pietro, vi è gran festa ai Colli 
di Cermenna. Vi si trasporta la Madonna dalla chiesa 
della Trinità, cui sogliono offrirsi de' ceri. Vi affluisce 
molto popolo, specie per gustare i primaticci fiori di 
fichi. 

Due altri divertimenti de' pianesi , almeno fino a 
poco fa, erano la caccia al bufalo e la cuccagna. Sul 
Beneficio soleva formarsi uno steccato di rozze tavo- 



SI — 



^ ^ 

Iacee. Lo sormontavano dei giovani di beccai, armati > 
di ferretti (quelli che servono ad appendere la carne) l 
e pronti a respinger l' animale, qualora si approssi- l 
maste un po' troppo^ con evidente pericolo. ? 

Il bufalo esce dalla sua stalla; e viene nell' arena ^ 
sbuffando. Cominciano ad aizzare i cani da presa , i l 
quali s'industriano afferrar l'orecchio, irritandolo ed ) 
indispettendolo. Dall' alto si fa spenzolare una fascia 
rossa , e si sventola innanzi agli occhi. Infuriato va 
per lacerarla; ma si sospende opportunamente, e cresce 
l'ira, sbuffa, si arrovella, freme di sdegno; e più s'ir- 
rita con i pungoli di ferro. Più s' incalza coi cani , e 
con la fascia rossa, e con lo sparo dei salterelli... La 
folla schiamazza, ride, sghignazza; e con l'animo teso 
segue la lotta; e si rallegra a tale spettacolo. Quando 
il bufalo è malconcio, stanco e sanguinante, si spinge 
nella stalla, e s'immola la vittima... uccidendola; e si 
dice , che questa carne sia migliore. Ma , talvolta il 
riso è finito a pianto. Qualche cane vi ha lasciato la 
vita, solendo il bufalo lanciarlo in aria, e riuscirgli 
fatale, ricevendolo sulle corna. Talaltra, anche qualche 
individuo vi ha passato guai. È un quissimile della 
famosa caccia del toro in Ispagna, fatte le debite pro- 
porzioni ! 

Cuccagna, poi, come primo significato, è un luogo 
immaginario, ricco di piaceri; quello favoleggiato dal 
Boccacci nella contrada di Bengodi. In Napoli si tra- 
duceva in realtà. Si costruivano dei « legnami a varii 
l piani con tele e dipinture , rappresentando collinette, 

— S2 — 



gruppi di case , giardini , etc. Vi si vedevano delle 
botteghe cariche di commestibili , mandre di agnelli 
e di majali, botti con vino, e fontane con getti di 
vino, e simili : fantocci bene abbigliati vi rappresen- 
tavano i venditori. Tutto si disponeva da prima a spet- 
tacolo pubblico; e nelle ore p. m. al segnale dato dal 
Re, la plebe si scagliava a saccheggiare la coccagna: 
donde risse, ferite e morti non di rado. » — Carlo III 
la vietò, perchè, nel 1734, nell'atto del saccheggio, 
precipitò la macchina , lasciando molti morti e feriti. 
Il figliuol di Ferdinando le ritornò in voga ; ma poi, 
forse per qualche altro spiacevole incidente, furon di 
nuovo vietate. E la città converti tale spesa in quaranta 
maritaggi , detti delle coccagne , ciascuno di ducati 
25, Qcc. tee. (V. Guiscardi, Op. ciì. p. 172). Non man- 
cano delle canzoni, (specie di canti carnescialeschi) 
composte in tale occasione , e che aspettano tuttavia 
esser raccolte in un volume e degnamente illustrate 
(cfr. Martorana, iS/o//^/V biogr. e bibl. degli scritt. del 
dìhL nap. 1874, p. 57-427). La cosa fra di noi era 
più modesta. Pali bene insaponati , lisci e lubrici pei 
quali si doveva montare senza scala, ed impossessarsi 
di un prigiotto, delle mortadelle e quanto altro vi era 
sulla cima. Impresa non facile! I più sdrucciolavano, 
e porgevano argomento di risa e di schiamazzi. Da 
ragazzo mi ricordo aver visto di questi pali in mezzo 
Ca rotto. (Cfr. La piacevole Istoria di Cuccagna posi a 
in luce per Giovannino detto il Tranese, ccc. Basile, an- 
no II, p. 84-5). E qualche altro accenno si può rin- 



SJ — 



venire anche nella '^ibl. di Leti. pop. di Severino Fer- 
rari (Firenze 1882), una raccolta di roba tratta da 
mss. e da edizioni rare, ed in cui non mancano anche 
canti carnescialeschi. 

Ma anche del d'i di festa, non tarda molto a ve- 
nir la sera , tema che ha isprirato dei versi magni- 
fici al nostro Leopardi. Ed io voglio appunto termi- 
nar questo capitoletto con una nota melanconica, re- 
cando uno statuto suntuario suU' esequie e sul lutto , 
del secolo XV, riguardante Sorrento, e pubblicato per 
la prima volta da Bartolommeo Capasso {Opera citata, 
p. 241-3). 

— « Item per omne homo, che morisse tanto patre 
de fiUyo, quanto fiUo de... cossi de omne grado, non se 
deve curare [mutare ?] panne^ se non starese con quilli 
panni se trova vestuto per spatio de mese uno. Et se 
fosse caso da pò che lo mese ey passato, se volesse 
canzar panno, se lo possa fare de zo che colore le ap- 
petesse, dummodo che lo mantello sia cola pomecta 
scura et colo collaro. Et se fosse per caso che lomo 
se trovasse sguarnuto de panno honesto ara potestate 
de se lo fare improntar de panno vecchio con po- 
mecta [?] et colo collaro, reservado [?] de bruno. 

Item che nulla dopna se deva vestir de morte de 
nullo parente se no starese con quilli panni che se 
trova reservato matre vel mollere de marito, ita tamen 
che se la dopna no se trovasse panno honesto se lo 
possa far imprestar siccome ey scripto sopra. 

Item se contenesse caso che alcuno fosse acciso 



— 54 — 



deva star in potestate de li parenti soy ad poterese 
vestir de zo che color appetesse; reservato se fosse 
morto in battallya per la Signoria. 

Item dove moresse homo che fosse cavaliere non 
deva portar se no torze sey de piso de libre tre luna 
et lo scuyere torze quattro da questo piso , et sime- 
lemente de le dopne. 

Item de la cera deli cavalieri per la lectera siano 
de piso candele dece per libra et quelle deli scuyeri 
siano quindece per libra et simelemente per la dopna. 

Item le candele , che se danno ali prevete , quelle 
deli cavalieri siano de vinti per la libra et deli scuyeri 
venticinque per libra et cossi de le dopne. 

Item la torza de lo Arcepiscopo deva esser quella 
de lo cavalieri libre doy, quella delo scuyere libra una, 
et senze ey piscopo deva aver per lo cavaliere can- 
dela una de piso de libra una et per lo scuyere de 
libra meza et ali prelati devano esser de piso de unze 
sey luna per li cavalieri et per li scuyeri onze quattro 
luna et delle dopne. 

Item per omne prevete , che vene cola cotta deve 
aver per mortorio delo cavaliere vel delo scuyere, che 
sia homo de Sejo grana doy et candele doy de vinti 
per libra delo cavalier et delo scuyere vinticinque 
per libra. Et dove non fosse de Sejo deve aver grano 
uno et candele doy de lo piso , che ave ad spender 
quillo che ave ad far le spese per lo dicto defunto 
da trenta per libra in suso. 

Item che Ilo sonar de Ile campane sia a quisto 



modo vid. che a lo cavaliere devano sonar tutte le 
campane, et lo sacristano deva aver tari duy et libra 
meza de cera et per Io scuyere , che sia homo de 
Sejo , deva sonar anche le campane^ excepta la cam- 
pana et deva aver tari uno e mezo et unze quattro 

de cera; per l'autra commone gente sonerà la stilla [?] 
et lo sciran [?] et deve pagar tr. uno. 

Item che quella casa dove more alcun homo non 
ze deve romanire per nulla ad marare [?J excepto 
quattro deli più restripti parenti , duy da parte delo 
patre et duy dela matrc; azo ey duy homene et doy 
femene. 

Item che li homen no devano seder, se no quello 
jorno che more lo defunto , lo secundo jorno poza 
andar ad far li fatti soy, et che nullo homo lo deva 
andar ad visitar. 

Item che la dopna non deva far duolo se no jorni 
duy, zo ey repetar, da quisti jorni duy innante sia 
excomunicata se repetasse. Et dove non fosse stata 
alcuna dopna quissi giorni duy et da poi ze andasse 
ad visitar, che no ze deve repetar a la pena de excom- 
municatione. 

Item che la matre non deva star inclusa per morte 
delo fìUo se no mise undece; chimputi li misi undece 
deva insire et non star inclusa : più la sora carnale 
delo frate deva star inclusa mise sey; la mollerà delo 
marito deva star inclusa mise... alo primo... mise duye... 
poza.., andar audir missa. 

Item che quando moresse uno pizolillo de duy anni 



- S6- 



^\m 



ingiuso se deva portar in braza, che non ze sia se no 
preveti quattro. Quando moresse che fosse da U ditti 
anni diw persino a scy zi devano esser priviti sey. 
Et persin ad anni dudece ze devano esser priviti dece 
fin in dudece et devase portara lo scuro. Avendo posto 
pede ali anni dudece sendelo poza mandar a lo letto 
colli preditti ordene. 

Item che qu.mdo moresse nulla [}] monacha vel fosse 
Abbatessa, che li parenti devano seder a lo Sejo de 
Sorrento, et che non devano pianger forte et che no 
ze deva aver torze. 

Item che per nulla dopna che moresse de zo che 
conditionc sia no se deva seder dintro a la Ecclesia, 
dove se pone, se no a lo Sejo; de li honiene de Sejo 
senze poza seder corno ey usato. 

Item che quando se fa 1' annale in capo de lanno 
che nulla dopna ze deva andar ad visitar ne a re- 
petar. 

Item che omne homo se faza veder in capo a li duy 
misi et in capo de uno se deva voltar lo capuczo. » — 

Per intendere repelare, bisogna tener presente , che 
riepelo vale pianto dirotto , una specie di quello che 
facevano le prefiche (cfr. Vocabolario dei Filopatridi, 
voi. XXVII co/Zt'^. Porcelli, p. 64-5) in Roma. Delle 
reputalrici in Sicilia si è occupato da par suo il nostro 
Salomone-Marino. 



——————— —Jì? 

57 



W U ijjj'^-'--'^'^-'^-'^.'^.'-^^^-^^^»-'^-'^ ^ ■ — — .^^^^^-.^'■^■^^.^-■^■^^■^^'^^^-^'■^■^^^■■^^^j]^^^ 



Oici 




GAP. III. 



DIVERSI RIMEDII. 




LTRR i medici propi-i;iniente detti, vi ha dei 
pratici, dei segrctisti, che all'uopo^ son pronti 
a suggerire un rimedio; a somministrare un 
espediente. Siete tormentato da una cefalal- 
gia ? Bagnate la fronte con pezzuole bene 
inzuppate nell' aceto , rimutandole di tanto in tanto. 
Ovvero, fatevi un piediluvio d'acqua scottante, versan- 
dovi dentro un po' di cenere od un zinzino di se- 
nape. Si consiglia pure la fuoruscita di sangue dai 
naso. Vi si provvede , stuzzicando le membrane con 
un filo di paglia. In Tegiano si ricorre ad un'erba vel- 
licante, detta di San Giovanni, una specie di loglio, 
che particolarmente in maggio si rinviene su per le 
vecchie mura. S'introduce nelle narici, e mentre vi si 
tiene con la sinistra e col pugno destro, vi si danno 
colpetti, ripetendo : 



5« 



Ériva, ériva ri San Giuvannu, 
Fammi essi' 'na carrafa ri sangu. 
Ériva, ériva ri San Giacchinu, 
Fammi essi' 'na menza ri vinu ! 

Per chi noi sapesse, essere (nap. escere) vale « uscire » 
a scanso d' equivoco ! Si ritiene il mal di capo deri- 
vato da soverchia copia di sangue , onde se ne pro- 
voca l'uscita. Giova talvora anche un pochino di dieta. 
Pure i nostri bimbi vi ricorrono; ed ecco la variante 
pianese : 

Eruva, cruva cecagnola, 

Piglia 'o sangue e ghietta fora, 

E ghiettane 'nu varriie, 

Fino a tanto, die se spile ; 

E ghiettane 'na votta, 

Fino a tanto, che se sbotta! 

« Catarro, vino e' 'o carro y>, ammonisce il proverbio. 
Ma tanto in questo, quanto in casi consimili, si consiglia 
provocare il sudore , ponendosi addosso molti panni, 

una liena e simili ; ovvero tracannando un buon bic- \ 

chicr di vino caldo. La tosse passa con una deco- ^ 

zione di foglie di malva, o di lattuga, o di or/.o, tal- ì 

volta addolcita con miele o con un po' di zucchero. \ 

Ottima è anche la camomilla ed il lauro. ) 

Chi ha mal di denti, — specie, se molari, — mastichi \ 

un po' di tabacco da fumo, od una testa di garofalo, ] 

e tutto sarà finito. Ovvero vi ponga sopra un po' di > 

bambagia intrisa nello spirito di vino con pepe, o ba- \ 

gnata nell'aceto. > 

Per guarire un mal d'orecchie, si consiglia qualche \ 



— S9 - 



p 

stilla di latte di donna. Se n' evita 1' uscita turando il 
foro con un po' di bambagina. Si dice causa del do- 
lore un verme, che sta nell'orecchio: in tal guisa, viene 
sfamato o... dissetato, e si placa. Si servono pure del 
latte come ammolliente in qualche enfiagione. Ma a 
maturare i tumori ed i paterecci si preferiscono le fo- 
glie di malve o di lattughe bollite, a guisa di catapla- 
smi. Lo specifico de' paterecci è il tnicillo pestato, che 
dicono succhiare il malumore. 

Chi ha gli occhi infiammati , li risciacqui ripetuta- 
mente con un po' d'acqua di stanza, in cui si sia la- 
sciato cader qualche goccia di aceto , o spremuto un 
po' di limone; o posta della lattuga tagliuzzata. Quando 
è l'Ascensione, si lavano gli occhi con l'acqua di rose, 
poste di notte fuori al balcone. I vecchi specialmente, 
recandosi in chiesa, sogliono intinger le dita nella pila 
deir acqua benedetta , e bagnarsi le palpebre , ovvero 
stropicciar gli occhi con la pelle della talpa uccisa 
con le mani, ovvero con un uovo caldo, uscito allora, 
allora, da sotto la gallina. Quest'ultimo rimedio è in- 
dicato anche negli orzajuoli. In tal caso giova pure 
stropicciare con una chiave mascolina, o porvi su un 
zinzino di cerume all' istante cavato dall' orecchio. In 
Pagani, si costuma guardar nell' ogliaro (orcio), forse 
per certa similitudine con aglianilo (orzajuolo). 

Se uno ha perduto i capelli , si valga dell' oglio di 

ulive , nel quale (mentre gorgogliava bollendo nella 

pentola), si è gittata una lucertola viva, e vi si è fatta 

'^ morire. La ruta è un ottimo vermifugo pei bambini. 



— 60 — 



Cosi pure il decotto di seniment ielle di mare, l'erba co- 
rallina. Il rimedio non è moderno. Lo ricorda anche 
il Cortese (Mie. Pas. IV, ii) : 

L'aglio e la corallina chiù non jova, 

Ca li vierme so' ffatte assale potente. 

Si sa, che la paura produce i vermi. E la corallina 
suol darsi anche all' insalata con aglio , o cipolla ed 
oglio; e, talvolta con un po' di menta. 

Per far passare il singhiozzo , basta dare un forte 
grido in testa, oppure far prendere una paura. 

Gli antichi dicevano ed i moderni ci si uniformano: 
— « Febres autumnales, aut longae, aut mortales ». — 

Per purgarsi, invece di ricorrere all'oglio di ricino 
o di mandorle, si valgano di due dita in un bicchiere 
di oglio nostrale di olive. Anzi, a renderlo meno dis- 
gustoso , ed a far che la bocca non ne resti imbrat- 
tata , vi si spreme un mezzo limone piccolo. L' olio 
galleggia ; e questo succo viene ultimo in bocca. I 
marinai si valgono dell'acqua di mare. 

A' bimbi che orinano nel letto, altrimenti detti pi- 
scialetti, si f;i all'insaputa mangiar loro un topo. Cosi 
si rinforzano le deboli reni , e più non commettono 
tale porcheria. Ovvero un uovo fresco posto per una 
notte, in infusione , con tutta la corteccia nel succo 
di limone. 

A ristagnare una sciolta, si ricetta l'acqua e limone 
con poco zucchero , o meglio uno o due cucchiaini 
di caffè tostato e macinato. Per ottener l'effetto con- 
( trarlo, si ricorre spesso all'acqua minerale dell'Alimuri. s 

'^ -, ' 

— 6i — 



Anzi, a tal proposito, vi è anche una canzonetta semi- 
popolare, di cui mi ho procurato^ non senza difficoltà, 
alcune strofe : 

Amice miei carissimi, 
'O titmpo è già venuto, 
Che 'n-terra a l'Alimuri 
La vàteca nce sta. 

E de Surriento pure, 
Caruotte e Sant'Anièllo 
Li gente a muleniello 
Córrono a rrutà'. 

Tanto, che se ne vèvono 
Che vanno li burelle; 
E li povere vunnelle 
Te lo pozzono cuntà'. 

E don Peppo e don Bernardo 
Se venteano li mosche, 
Le freve, male e crosche 
'St'acqua fa sana'. 

Le prievete nu' cantano 
Ne sequie né gloria, 
Chest'asqua cacatoria 
Ogni male fa sana'. 

E tu Civilo mio, 
Hai perso lu tragitto, 
Li sole seggo affitte, 
Te può remmerià'. 

Carotto è l' antica piazza del Comune di Piano , 
preso in senso ristretto, il quale si divide da Meta al 
Ponte Maggiore fin loco poiitis majoiis Piani Snrrenti), 
dove nel 24 giugno 1501, vi fu un fatto d'armi fra i 
nostri (compresi sorrentini e massesi) e circa mille sol- 



— 62 



^ 



dati capitanati dal conte di Sarno, Nirans (V. Capasse, 
Op. cit., p. 13, 224-5 n. 21): I confini poi con San- 
t'Agnello sono, al « Palazzo di Don Camillo », oggi 
del fratello senatore, Tito Cacace (V. per maggiori 
notizie su quest'ultimo comune la prima appendice nella 
Fila di S. Agnello Abate ecc. 1877, p. 91-102). 

Vdteca, andiri vieni. 

Don Peppo e don Bernardo, cioè due farmacisti di 
Meta : Giuseppe laccarino e Bernardo Starita [?]. 

Crosche , croste , come rogna , e simili. Cevilu, chi 
sotterra i morti, becchino. 

Mi si assicura esserne autore il quondam Pasquale de 
Martino, compositore pure d'altri versi, che corrono 
manoscritti; e morto trentenne nel i" aprile [?] 1830. 
Facile improvvisatore, era uno dei commensali di mon- 
signor Papa, quando pranzava da lui la Regina Madre, 
solendo rallegrar la brigata con brindisi e facezie, 
perchè d' ingegno pronto ed arguto. Primo telegra- 
fista, ma nominalmente: prelevava dallo stipendio trenta 
carlini a favore del compagno, e questi lo lasciava tran- 
quillamente attendere a' suoi studi. Poi volle addirsi 
allo stato ecclesiastico, sicuro di ottener la messa, senza 
a\er passato il triennio di rito nel Seminario. Mon- 
signore glielo aveva promesso; e già l'aveva insignito 
de' primi ordini. Ma poi si soffermò , sembrandogli 
troppo insolito non aspettare il solito periodo. Il de 
Martino se ne accorò tanto , che ne prese la morte. 
E visitandolo monsignore nell'infermità, e rassicuran- 
dolo, che avrebbe adempito alla pronìessa, egli rispose, 



-63- 



w 



:^^ 

^ 



che era troppo tardi , e che non avrebbe saputo che 
farsene ! 

Chiedo scusa , se mi sono indugiato in questa no- 
tizia; ma si trattava d'un verseggiatore vernacolo, di 
cui nessuno ha detto verbo. Torniamo a bomba ! 

Se ad alcuno dolgono le membra, br.sta ligarsi con 
un nastrino , o con un filo la parte che gli fa male. 
Se ha dolore ai denti, si ponga in un bicchiere aceto, 
aglio tritato ed amenta. S'arroventi un ferro, e si ponga 
in quella miscela , la quale si riscalda e fuma. Se il 
sofferente regge a porsi con la bocca aperta su quel 
recipiente , ed a sorbire il vapore , è bello e guarito. 

Il mal sottile si ritiene contagioso ; e nessuno ac- 
accetta abitar la casa in cui è morto un tisico, a meno 
che non sia rimessa a nuovo. I materassi, le bianche- 
rie , ecc. si danno al rivendugliolo. Ed i padroni di 
casa nei fitti eccettuano anche questa come una ma- 
lattia sospetta. 

Mangiando finocchi, bisogna por mente a non man- 
dar giù il verme. Altrimenti, guai ! 

È meglio cacciarse 'n uocchio. 

Che mangiarse 'nu vermo re fenocchio. 

I funghi, in generale, si ritengono velenosi , specie 
quelli nati e cresciuti su qualche pezzo di suola di 
scarpe. Ma è distrutta la potenza venefica , facendoli 
cuocere con l'aglio, o con un cucchiajo d'argento. 

Per dar lo scaccione al verme solitario , è molto 
opportuna una decozione apparecchiata con corteccia 
di melognano selvatico. 



64 - 



p ^^ ^ 

p 

Quando uno si ha preso una paura , subito gli si 
fa bere un po' d'acqua. Chi sta per soffogarsi, perchè 
un boccone gii è andato male , si percuote in mezzo 
alla schiena, e cosi riprende il suo cammino naturale. 
Ai bimbi si fa guardare in alto, dicendo : « La vecchia 
'ncielo ! ». Chi è stato punto da un'ape o da una ve- 
spa, vi ponga sopra una lama di coltello, una spadella 
d' argento od uno sfoglio di cipolla. Se va qualche 
cosa in un occhio, non bisogna stropicciar col fazzo- 
letto; basta soffiarsi fortemente il naso, cosi uscirà per 
questa via. 

Si suol dire, che il medico dev'esser vecchio, perchè 
ha più esperienza; il chirurgo giovane, perchè più si- 
curo nelle operazioni. Ma, — specie nelle cose di poco 
momento, — non chiamano né l'uno, né l'altro, od 
al più qualche barbiere, o qualche levatrice. 

Nelle contusioni si consigliano delle bagnature con 
acqua fredda, o de' cataplasmi di cose ammollienti. Mi 
permetto ricordare un esempio, diciamo classico. Nel 
!^Cicco Passaro (V, 24-5), quando , 

Ca si, ca no, de miiodo s'afFerraro, 
Che la scura de Nora te sciaccaro. 

Lloco nce corze cchiù de 'na vecina, 
E se messere mmienzo, e le spartette, 
E co' lo ppane, e la rosamarina 
'No 'nchiasio a Nora se facctte 

Insomma , un impasto di pane e rosmarino. Porre 
un po' di tela di ragno sulla ferita , arresta immedia- 
tamente l'uscita del sangue, oppure le penninc dell'uc- 



'^ 



cello russiello. Neil' epistassi , delle bagnature fredde 
sul collo, o dei pezzi di neve, o du' pagliuzze a forma 
di croce. Le larghe ferite si allacciano con un fazzo- 
letto ; e si evita lo sgorgo sanguigno. Nelle storte , 
nelle slogature e rotture, o si liga fortemente la parte, 
o si praticano anche delle bagnature fredde. Nella 
Vajasseidc (IV, 22-5) è detto, in un caso analogo : 

Mo' vedarrimmo s' a cchesta caduti. 
Pocca eje stata dinto 'na cantina, 
E buono ontare co' zuco de ruta, 
O veramente co' cera cetrina, 
Chest'arte nosta eje 'na scienzia futa, 
Ed è de Jl'aute scienze 'na regina, 
Ed ha trovato proprio p' ogne male, 
Agniento, mmedecina, e serveziale. 

Co' chesto revotaje lo levretiello, 
E quanno Tappe tanto po' lejuto, 
Che-perzo ne' averria lo cellevriello 
Ogn' auto lettcrummeco perduto; 
Asciaje che de mortella, e de rosielio 
La porva (o bello miedeco saputo !) 
Dapò eh' ontato aveva uoglio rosato. 
Se semmcnavn a elicilo 'mbrognolato, 

Accossì tanno do 'no cierto Losa 
A la poteca 'no fegliulo jette, 
Ed accattaje subbeto ogue cosa, 
Secunno, che diceano le rrezette, 
Carmosina l'ontaje tutta piatosa, 
E po' lo ppane cucito le facette, 
Conciato, ch'era cosa prencepale. 
Co' agile, ed uoglio, arccheta, acqua e sale. 

Carmosina perzi se fece ontare, 
Da n' autra vajassella peccerella. 



66 



E la matina se fece trovare 

E 'nciiicciata, e netta, e ghianca, e bella. 

In Sorrento si racconta, che un giorno, Sant'Anto- 
nino transitando per la via del Borgo di Porta, (pro- 
prio dov" è ora la casa Maresca), sdrucciolò e cadde, 
riportando una grave storta. Si trova a passare uno 
della famiglia, poi detta de' Vulcano; lo soccorre , lo 
conduce nella propria abitazione, e lo cura con ogni 
amorevolezza. Il Santo per gratitudine ottiene al suo 
beneflutore e discendenti la virtù di poter guarire le 
membra slogate e sconce. Cosi molti sofferenti accor- 
revano a quella volta (V. Ganzano , Lcg. pop. sorr., 
S. Agnello, 1883, lì. La Fi iti) chinii^^ica dei Vulcani). 

Anche fra noi non sono mancati nò mancano si- 
mili medici da strapazzo. Un tale, che con certe sue 
bottigline di medele si pose insieme de' bei quattrini; 
e poi si ha fatto incidere sulla tomba : chiniroo-dentista. 
Delle medichesse, le quali, — oltre le bevande, di cui si 
ignorano gl'ingredienti. — pronunziano degli scongiuri, 
delle mistiche parole, e simili. 

Vi è un Pasquale il zoppo, che facendo delle croci, 
e mormorando non so che arcani , guarisce gli ani- 
mali vaccini. In Napoli pure percaiitàvaiio i cavalli o i 
muli, che soffrivano il verme , e li guarivano col se- 
guente 'nciarnio, secondo c'informa il Capasso {'Basile, 
An. I, 33) : — « A sanare lo verme de un cavallo ov- 
vero mula. — lesns, loscp. Verviis habiiit et moitni siint, 
et SI non sunt niorlui moriitntnr. In nomine 'Palris et 
Film et Spiriins Sancii, tylmcn. 



- 67 - 



Santo losep et santo Elia, 

Si passavano per la via, 

Se incontrarono cuni lesa Cristo, 

Et cum la Vergine Maria. 

La Vergine Maria 

Parlava et si dicia 
che questo verme, che è addosso di questa bestia si partisse, cioè 
che morto sia. In nomine Patiis ecc. 

« Queste tali parole se voleno dire la mattina quanno 
lo sole sta per insire [uscire], cioè innanti che sia in- 
suto et volese voltate di la banda dove ha da uscire 
el sole , tenendo la mano supra la bestia , et quando 
farrite lo signo della croce incominzate da mezzo le 
dui aureccbie per fino a le groppe et poy dirrite da 
luna spalla ei Spiritus Sancii et a laltra Amen, in modo 
che da detta croce sia centa tutta la bestia et volese 
dire tre volte per mattina, in modo che vengono ad 
essere nove volte in tre matine et la prima matina 
fatto dicto incanto si vole fare sagnare dieta bestia 
comò parerà a lo manescalco , et quando se fa dicto 
incanto non se vole tenere arme allato, ne manco lo 
muczo che tene dieta bestia et volese fare sopra tucto 
cum gran devotione de la Sancta Trinità ». 

Tutto questo il Capasso ha ricavato da un mano- 
scritto della Biblioteca Nazionale XII, 1:. 23 : — « Ma- 
ncscarcia di messer Pietro d'Andria homo peritissimo 
et esperto per longo tempo a li servitii de le felicis- 
sime memorie del re Alfonso I el suo unigenito re 
Ferrando de Aragonia ». — A proposito della cura 
degli animali equini, qualcosa si potrebbe spigolare 



~ 6^ — 



istituendo degli opportuni raffronti, nelle Glorie del 
Cavallo (Venezia 1567) del Caracciolo; e nel Cavallo 
frenato (idem 1620) del Ferraro. 

Il compilatore della cosiddetta Cronica di Parlenope 
(V. Maitorana, Op. cit. p. 409), alias Giovanni Villani, 
o meglio Bartolommeo Caracciolo, parla di un cavallo 
di bronzo fornito di virtù singolari : — « Come Virgilio 
fé un cavallo sub certa costellatione che sanava le infirmità 
de li cavalli. 

« Virgilio anche fé' forgiare uno cavallo de metallo 
sub certa costellatione de stelle che per la visione sola 
del quale cavallo le infirmitate si havieno remedio de 
sanità col quale cavallo li maniscarchi de la cita de 
Napoli havendo ciò grande dolore che non haviano 
guadagno a le cure de li cavalli infirmi vi andaro una 
nocte et perfurarolo in ventre dopo del quale percus- 
sione et roctura il dicto cavallo perdi' la virtù et fo 
convertuto a la construzione de le campane de la 
majore ecclesia de Napole in nello a. 1322 ». (Na- 
poli, 1526, Lib. I, cap. 20). 

Su l'argomento, poi, è da riscontrare : La \ Testa di 
Cavallo in bron:^o \ già di casa iMaddaloni in via sedile 
di Nido I ora al Museo Nazionale di Napoli \ | Ricerche ! 
di I Gaetano Filangieri \ Triiicipe di Satriano |( Napoli \ 
Cav. Giannini \ 1882. 

Ncir istessa Cronica si parla pure di altre virtù sa- 
natorie di Virgilio, come quella di guarire i cavalli, 
di togliere l'aria cattiva da Napoli, e di far venire molte 
erbe privilegiate per la sanità dei cittadini. Questi brani \ 



69- 



son riferiti anche ne' Documenti al Virgilio nel medio 
evo del Comparetti (Voi. II, p. 230-9). 

In Meta, serbano con certo mistero un libretto del 
genere; ed all'uopo se ne valgono. Se ne conoscono 
due copie. Una presso la signora Rosa CocoruUo; 
r altra presso gli agricoltori denominati Fahri^ì alla 
parte di 'Ponte Maggiore. Il volume a stampa è l'ope- 
ricciattola di Nicola Trutti, vissuto nel secolo scorso, 
e di gran nomea in diebiis illis. 

I bimbi, specialmente, si raccomandano a Santa Bei- 
Ionia, la protettrice dei denti : 

Santa Bellonia mia 

Téccate 'a cappella vecchia e damme 'a nova ! 

Ciò quando si mutano. Il vecchio si pone in un buco, 
senza die sia visto da alcuno; e la Santa ne darà un 
altro più bello. 

Da che si legano le campane (giovedì santo) finché 
si sciolgono (sabato), in dicbus illis si costumava un 
lungo digiuno, detto trapasso. Vi è anche il digiuno 
del tuono, a pane ed acqua, quello che si fa per evitare 
i fulmini. Quando si vede il lampo, s'invoca:—» Santa 
Barbara ! » 

Affaccfcte, affaccete, 
Ca mo' passano rojt: tempeste, 
Una r' acqua e n' ata re viento, 
Santa Barbara, assora 'stu tiempo. 

Farmi inutile aggiungere, incidentalmente, ritenersi le 
campane d'origine nolana, come indica la parola 
latina, ed inventore San Paolino. Quando si fonde una 

è. 



r>WL' 



70 — 



^y Ir tJUj 

< campana , ogni devoto reca monete di argento e di 

' oro. Cos'i il suono sarà migliore , più argentino. Pria 
di porsi in uso, dev'essere benedetta; e chi fa da ma- 
drina , deve dare un bel regalo , in denaro , fondi e 
simili. 

In Ischia credono, che per f^ir morire un serpe, basta 
percuoterlo con una canna, perchè la canna ebbe in 
mano il Salvatore. Guai a chi colloca il letto coi piedi 

vicino all'uscio! Così si sogliono trasportare i cada- ' 

, veri. Anche le cose del letto non bisogna porle in guisa ; 

j da formar croci, malgrado che soglia dirsi : 

) O lietto e rosa, ( 

/ Se nu' se dorme, s' arriposa ! ( 

Quando vengon giù le foglie, specie di castagni, ca- \ 

dono i capelli. Le donne raccattano e nascondono gè- S 

losamente quelli che loro cadono : capitati in mano a ^ 

malevoli, se ne potrebbero servire per operar dei ma- -, 

lefizi. Chi vuoi fortificare il fondo d'una pentola nuova, ; 

da non farlo rompere , lo stropicci con uno spicchio "; 

d' aglio. I matrimoni tra parenti finiscono sempre ) 

male. ) 

Ed i cerauli } Sono nati nella notte venquattro e \ 

vencinque gennajo^ commemorazione dell'apostolo San \ 

Paolo, o nel ventinove giugno. In Malta una vipera ) 

morsicò un dito del Santo; ma non gli fccG alcun male ^ 

(cfr, kAcUi Apostohnim, e. XXVIII). Di qui la virtù spe- ,> 

ciak di chi nasce in quella notte. Nulla pónno le pun- ; 

ture ed i morsi degli animali velenosi : vipere, aspidi, > 

eccerera. Anzi li tratta alla dimestica : se li pone fino l 



— 71 - 



^3 

in seno. Chi ne è morsicato , gli ricorre. E ponendo ì 
un po' di sputo sulla ferita , o passandovi la lingua, \ 
lo guarisce. Più potente chi ha nella polpa dell'avam- 
braccio una figura di ragno o di rettile (V. Pitrò, XVII^ 
212-224). 'AT^/arm^r^, è il vocabolo prediletto. Ed una 
madre consiglia la figliuola: — « Va da lu 'ngiarmatore 
e fatte 'ngiarmà' ». — (cfr. miei Cauli Tianesi n. X). 
Fra di noi si ritiene ceraulo chi è nato dopo sei figli 
maschi. Lo sputo per produrre il suo effetto deve essere 
alla digiuna, a prima mattina. 

Si luglio a te nu' vene de botto, 
Nu' te levare maje lu cappotto. 

Una norma pe' bevitori è quest'antico proverbio : 
duando sol est in leone 
Bibe vinum cum furore. 

E pei mariti : 

Mese d'agosto, 

Mogliera mia, stanne discosto. 

Se uno trova un nido di uccellini , e sei permette 
dire vicino al fuoco , subito le formiche se li man- 
giano. Perciò si raccomanda : — e Vuè, 1' avisseve "a 
ricere vecino ó ffuoco, ca si no se le banne a mangia' 
e fformiche ! ». — 

In està, desiderandosi la pioggia , si proibisce por 
fuori (^cacciare) le caldaje, le quali farebbero, . subito, 
spiovere. (Per un curioso modo d'invocar la pioggia > 
in Napoli, y. Capasse, Basile, An. I, p. 17). 

Le donnicciuole si spaventano al canto della gallina; 
ma vi è il rimedio: 



- 72 — 



"XTc^ 



La gallina cantatora, 
Nu' se venne, né se dona, 
Se la magna la patrona ! 

Invece, in Tegiano, dicono : 

Quannu cantanu 'mie"zu la via, 
Malauriu a li vicini ; 
Q.uannu cantanu a l'ammasonu, 
Malauriu a lu patrunu. 

(Cfr. De Nino, Usi abninesi, N. XXI; p. 45. Poli iddio 
superstizioso). In Pagani per far cadere i porri, le escre- 
scenze, in luogo appartato^ si tronca il capo a tre an- 
guilluzze, e si sotterra. L'infermo si fa un bel boccone 
del corpo fritto od arrostito. Intanto, come marciscono \ 
le teste, e si dissolvono, così accade all'escrescenza, che \ 
cade e guarisce. \ 

In Tegiano si ritiene non doversi toccare, nò mangiar ) 
carne di majale nella settimana ri lila:(7^ari, cioè l'antipe- X 
nultima domenica di quaresima. In contrario, invermi- 
nisce. Per lo stesso motivo non si suole zappare e piantar 
patate od altro. Quando è San Giovanni non si devono 
tagliar le unghie ed i capelli. Le donne si guardino bene 
di farsi la testa. Altrimenti locala, ossia si rende tremula 
per paralisi. Se ne astengono anche in venerdì : 

Maliritta querla treccia, 
Chi lu viernirria s'intreccia ; 
Binirittu quiru panu. 
Chi lu viernirria si scana (spiana). 

Una variante recata da N. Castagni nella %accolta 
di proverbi ilaliani (Napoli, Nobile 1870) e riferita anche 
dal Pitrè con la sua spiegazione: // rnierd) nelle Ira- 



73 — 



di:(ioni popolari italiane (Palermo, 1888) terza edizione 
pagina sesta. 

Uno dei peggiori cibi è la polenta , clic dà scarsa 
nutrizione : 

La pilenta ti niaiuienc lenta ; 

A la pilenta auza Tanca e scema. 

Nell'acqua può trovarsi un cattivo spirito. Per iscon- 
giurarlo, pria di bere, si ripetono questi versetti : 

— Ri chi ia 'st'acqua ? 

— Re Santu Marcu. 

— Chi se la veve ? 

— Santu Matteu. 

— Leva III spirtu, ca vogliu veve ! 

Non vo' mancar di riferire la curiosa preghiera di 
un coso, cui togliendo moglie, era toccata la fortuna 
o di fiirla troppo tardi, o di nascere il bimbo troppo 
presto : 

Olii Santu Conu, 
Aggiu niuggliereme, che me more. 
J, Ajulaniella a chiange, 

\ Ca e' min aggiu coru, 

< Statte buono. Santu Conu. 

\ Ca t'adducu 'nu stuppieddu re granu, 

( E 'n atu de mècculu. 

] Andò a casa e la trovò guarita. (Per S. Cono cfr. Mac- 

; chiaroli, Oper. cil.) 

l Smarrendosi qualcosa, si dice un paternoster a Santa- 

\ lena (Elena); e subito si trova. Chi ha paura de' morti, 

^ ascolti due messe con grande attenzione , senza vol- 

j tarsi in dietro, ed acquisterà coraggio. Chi non vuole i 



74 — 



farsi scendere il gozzo, si guardi bene di prendersi dei 
dispiaceri; procuri di essere un vero cuor contento. 

E qui, non so finire senza accennare ad un uso ri- 
cordato dagli scrittori; ma di cui gli elementi vivono, 
tuttavia, presso i nostri volghi. Biagio Valentino, nella 
sua yita, premessa alla Fuorfece, in versi sdruccioli rac- 
conta quanto segue : 

Mezanotto era già, passajc la Gu.irJia, 

Co' doje detella bello pizzecàunome. 

E me portaje deritto a l'Incoràbole, 

E 'no vestito janco me mcttèrono, 

Ma quanno me scetaje fu cchiù da ridere, 

Ca de li farenare parca Cuòiizolo; 

Votaje la rota comm' a tutte IT àute. 

Me magnaje le cieiit'ova comm' è ssòleto, 

La porzione avette de lo bòcole. 

Agrincurabili era pure il manicomio. Il povero men- 
tecatto vi si trasportava in bussola = {seghici) , onde 
seggia, seggin, come nel testamento di D. Onofrio Ga- 
leota , per indicare il manicomio , o roba da matti- 
Anche Cola Capasse sonetteggia : 

Si tornasse a hi munno .Masto Giorgio 
Co' le cent' ova, la rota, e le nimazze. 

Questo animò una polemichetta fra il Guiscardi ed 
il Rocco {'Basile, An. II, p. i6; IV, 7; V, 63-4, e l'opu- 
puscolo del G. Hoinìnìbtts honae voliititalis), il primo 
attenendosi a quanto risulta da questi versi , e l'altro 
sostenendo, che le cento uova si regalavano a chi con- 
duceva r infermo all' ospedale. Forse, la tradizione avrà 
potuto snaturare la cosa , fino a scambiar talvolta 



D 



— 75 — 



l'una con l'altra; ma la verità sta per la prima. E parmi, 
che una citazione basti a troncare ogni controversia. 
Placucci , nei suoi Usi e presiindi:^ii dei contadini della 
^omagìia (di cui il Pitrc ha fornito una ristampa, in 
Palermo, dal Pedone-Lauriel , 1885, voi. I. delle Cu- 
riosila popolari tradi:{ìonali), p. 144 riferisce: — «Chi 
avesse idee stravolte , e la fantasia alquanto alterata 
credono possa tornare in senno bevendosi cento uova, 
raccogliendone uno per casa questuando ». 



-76- 




GAP. IV. 



AGRICOLTURA E CACCIA. 




if NCHE senza avere scartabellato Columella si 

%f^ sa , che le operazioni dei contadini variano 
PX^ ... . , 

SW secondo i mesi : zappare , concimare, disso- 

•',iÌX ' rr -> 

'k dare, surrasare, solforare, innestare, seminare, 

1 piantare i vivai, e che so io ! 

Quale sia la feracità del nostro suolo e l'insolita 
bellezza, è inutile dire. Il Pica, nel suo Sorrenlo, dice : 
E scmpc attorniato de ciardine 
Da Meta 'nlì' a Surricnto tu camniine (i i). 

Lli piede stanno a zicco che se 'ntrezzano, 
Se toccano, se vasaiio, s' abbracciano, 
Li ranmic stanno chine che se spezzano, 
Se chiejano, s' abboccano, se stracciano. 
Fanno 'no bello vuosco, 'na delizia 
Che vcdcnnole ognuno se nce sfizia. 

Nce truove nzò che vuò. Tutte le pere, 
Lazzarole, cerase cannamele. 



77 



^' 



p 



Primmc e seconne fiche ghianche e nere 

Che cliiagneno co' lacreme de mele, 

Percoche co' lo pizzo e nucc-perzech». 

E prune d'hinia, pappacone e perzeche. 
Ammennole, crisommole e nocelle, 

lojenie, sorve, nespole e granate. 

Mele santo Nicola e limmoncelle. 

Cotogne che so' bone 'ngeh'ppate, 
} E de li punic tutta la strcppegna 

) Chianiniate perzechclle de vcnnegna. 

/ Ave la scorza fina e tenerell.i 

> Ln frutto de Q.uaresema, la noce, 

' Che la rompe porzi 'na peccerclla: 

\ E ghianca, grossa, saporita e doce, 

S De sta' co' la copeta a paravone : 

■ì La chiammane perzò licca-terrone (29-32). 

) Ulivi giganteschi, che producono oglio eccellente; 
\ viti (maritate a pali di legno, alias spalatroni), che 
) danno succo limpido e generoso. Gli erbaggi migliori 
(j di quelli delle paludi presso Napoli, perchè non hanno 
s bisogno di acqua. I legumi si cuociono in un mo- 
) mento. E così continua ! Fr. Alvino ha lasciato una 
^ descrizione della penisola sorrentina con figure colo- 
</ rate (Napoli 1842). Ma io voglio restringermi a riferire 
[ alcuni versi riguardanti il principale ricolto, le arance, 
( di cui'evvi gran commercio: si mandano fino in Ame- 
rica, incartate e poste nelle cassette. Volgarmente si 
chiamano portogalìe dal paese di cui erano indigene 
(Portogallo) : 

Ncc nascono le guappe portovnlie 
Chiene de zuco, spireto e ducezza : 



,/ 

-78 



LOWt 



Pareno d'oro tante che so* gialle, ) 

E grosse, che so' proprio 'na bellezza, ? 

E li liniuni co" la janca cera, ? 

Che te pareno fatte co' la cera \ 

Cresce 'nziemo lo sciore co' lo frutto, ? 

E mentre spunta chillo, s'ammatura \ 
Chisto, e lo pede è sempe chino 'ntutto, 

Ca pure lo cchiù viècchio Uà ce dura : < 

E 'ncoppa a chilli piede 'ncrusione ì 

Sta lo figlio, lo pati e, e Io vavone (55-6). ( 

Cioè, spesso, sulla stessa pianta vi sono arance di 
tre anni. I primi versi della seconda sestina ricordano 

i tasseschi : Ov eterno col fiore il frutto dura \ E mentre ^ 

spunta Fun, 1' altro matura. Ed hanno maggior durata \ 

di quelli di altre parti , appunto perchè crescono lieti ') 

e rigogliosi, senza bisogno di essere inaffiati. > 

Ed a propo-sito dell'acqua, chiedo permesso di rac- \ 
contare qualche aneddoto. Morto il Divino Maestro , ] 
la tradizione riferisce, che gli Apostoli andarono giron- ) 
zelando il mondo a propagar la nuova fede, e che San j 
Pietro capitò in Sorrento. Volle tare una predica ai 
gentili di quei tempi li. Il luogo prescelto ìli uh punto 
fra la città e Sant' Agnello, proprio dove adesso sorge 
una cappelluccia di cui una lapide ricorda 1' avveni- 
mento e si chi.uìia 5. Pietro a Mela. Il saito continua ) 
il suo viaggio , e capita nei monti , che sono sopra { 
Castellammare. I naturali gli negano ospitalità. Non > 
cosi Mojano alle radici del monte Eaito o Eagito. E ^ 
come segno della sua gratitudine, fa scaturire polle e \ 
zampilli d'acqua, di cui difettavano, in tutte le parti. 



- 79 



Altri r attribuiscono a Sant'Antonino e S. Aniello 
ovvero a S. Catello con qualche variante. S. Antonino 
doveva restituire una visita a S. Catello sul monte Fa- 
gito. Partito da Sorrento, se ne saliva per Arola, dove 
chiese una bevuta d' acqua , che gli fu negata. Allora 
in punizione, maledisse il paese, che difettò sempre di 
acqua. Tutto il contrario avvenne di Preazzano , che 
non ne ha mancato di eccellente, neppure nelle forti 
siccite, perchè gliene offrì di buon cuore. 

Pure la Mandonna visitò questi paesi. Sul monte 
Campomajuri ebbe sete; ma riuscì impossibile trovare 
una stilla d'acqua. Allora fa scaturire dalla viva roccia 
una sorgente , anche oggi chiamata Grolla ^Acquara. 
S'aggiunge , che una signora malata vide in sogno la 
Madonna, che la consigliò di fare un lavacro in quelle 
acque e sarebbe guarita, come realmente accadde. In 
che guisa poi diventassero amari i lupini mette conto 
narrare. Il nostro Signor Gesù Cristo, fuggendo le per- 
secuzioni de' Farisei , una volta volle nascondersi in 
un campo di lupini , sperando di non esser visto in 
quel folto. Ma essi erano secchi, e l^ecero tale rumore 
che i Farisei se ne avvidero , e Cristo se la dovette 
svignare. Allora maledisse i lupini , che da dolci son 
divenuti amari. 

I contadini sogliono dal sole determinare le ore. 
Ritengono che esso imbianchi il bucato più del ranno 
e che non possa esservi sabato senza sole , giusto il 
noto proverbio : « 'Nu' v' è femmena senz'amore, nò 
sabato senza sole, nu' ne' ò vecchia senza relore ». 



e" 



JÌ5 
80 — 



■^ 



Prima di procedere alla vendemmia , sogliono fare 
'a caura ò fusto. Si pongono a bollire finocchielli, amenta 
e aruta, e con quest^lcqua si lava il fosto. Indi si ri- 
sciacqua , e vi si fa colare il mosto. 

La pioggia si è considerata, specie in certi tempi, come ] 
un beneficio del cielo. Se manca, si costuma farla im- j 
plorare dai preti nelle loro preghiere, aggiungendo la i 
colletta alla messa. In Tegiano si supplica San Vin- \ 
cenzo. ; 

« Arco 'e sera {arcobaleno), buon tempo mena; arco 
'e matina, acqua vecina, o apparecchia 'e tine, o acqua 
a lavino (a lava), o a la marina ». 

« Sette aprilanti , giorni quaranta ». Come sono i 
primi sette di aprile, cosi seguono quaranta giorni. 

« Gomme catarenèa, accussl natalèa ». Cioè il tempo 
di Santa Caterina, si ripete a Natale. 

« Tanta va 'na cchioppeta re marzo e r'aprile, quanto 
va 'nu carro r'oro, e chi 'o tira ». Ottima è la pioggia 
di marzo e d'aprile. 

In Tegiano, suolsi ripetere : 

Aprile chiuove, chiuove, 
Maggio una e bona; 
Cerasale s'entrattegna, 
Chi ha da egna, la gregna. 

Cioè, in aprile, per dar buon ricolto, deve piovere 
copiosamente; in maggio, una buona piovuta e basta; 
a giugno deve far senza, eccetera. [In Piano: « Acqua 'e 
giugno, arruina 'o munno] ». E si aggiunge : « Quannu 
natale nata (vi è mah' acqua), 'a fauce {la falce) mete ». 



— 8i — 



« Russo 'e sera, buon tempo mena; russo 'e marina, 
pioggia vecina » (teg. cupèrchiate le schine). Id est , 
quando il sole tinge in rosso il cielo. 

« Scerocco a levante, nun è maje vacante ». 

« Quarantore 'a fore, male tiempo ». 

<( Quanno lampa, scampa; quanno trona, chiove ». 

« 'E state 'o russore; 'e vierno 'o mantone ». 

« Lebecce maje bene fece; e se bene fece , nu' fuje 
lebeccio verace ». 

« 'A jatta addò vota 'a faccia , quanno se lava , 'a 
là vene 'o viento ». 

« Area tutta rarelle, o scerucchette, o maestraliello ». 

« Luna co' rote, o viento, o chiove ». 

« Cielo a pecurelle, acqua a catenelle ». 

« Scuro a maisto 'o sole maletiempo : quann' è 
chiaro è buontiempo ». 

« Maestrale 'e sera, scerocco 'e matina ». 

« Se ha fatta 'a seccia (nube iti forma di seppia) Crape, [ 
dimane fa scerocche ». l 

« 'O scerucchetto 'e aprile, 'e gregalune 'e maggio ». 

« Tramontana chiara te scassa 'o panato ; tramon- ? 
tana scura riciotte juorne rura ». ì 

« 'A bona fatica, cummatte e 'a mala stagione ». ) 

<( A frevaro 'nzerta 'mparo ". Innesta senza ecce- 
zioni, sicuro di ottener buono allievo. Si sa, che 'o '//- 
:(_ierto può essere a spacco o a ncchieticllo. 

« A cannelora (2 fehhrajo), state rinto e vierno fora ». 
Comincia l'està. 

« Frevaro friddo e avaro, vivo vino e arresca fave ». ^ 

— 82 — 



Dopo aver tostate delle fave e mangiatele , bisogna 
inaffiarle ben bene di vino. 

« Frevaro 'a notte e 'o juorno è paro ». Eguale il 
giorno e la notte. 

« A Santa Lucia 'nu passo 'e gallina; a Sant'Aniello 
'nu passo 'e pecuriello ». 

Nel 13-4 dicembre, la giornata cresce di tanto. S. A- 
gnello forma comune da sé, dal primo gennajo 1866; 
e prende tal nome dal Santo protettore, che vi ha una 
bella chiesa (V. Vita di S. Agnello Abbate ecc. stam- 
pata ivi 1877). Ricorrendo tal festa, si fa un mercato, 
specie di piante ; e contadini e proprietari \anno a 
provvedersene, a prezzi assai modici. In quel di non 
è da lavorare : una beccaja si permise tagliar della 
carne, e trovò il figlioletto con la testa spaccata. 

« A Pascarella ""nu passo re vitella ». Sempre la 
giornata. 

« Marzo e pazzo ». Incostanza di temperatura. Chi 
nasce in questo mese, è cervellotico, cerebrino. 

« Marzo pe ' viecchie , ottobre pe' giuvene ». In 
ottobre si suol morire di mal sottile. 

« Se marzo 'ngrogna, ne votta l'ognc ». 

« Quannu ia la cannélora, 
L'annata ia assuta fora, 
Essa la vecchia pe' intra a lu saccu. 
[Var. %isponni la vecchia ppi 'tita lu saccu]. 
Nu' fernisce, si nun ia Santu Marcu, 
[Var. Hai tiempu fignu a Santu Marcu] 
Esse lu viecchiu pc' intu a lu sacconu, 
Nu' fernisce si nun ia Santu Conu. 



— S; — 



Cioè ai tre di giugno. Cos'i in Tegiano. Al Piano : 

Pasca Epifania 
Tutt' 'e feste vanne via. 
Se vota 'a Cannelora, 
(I Nce songhe i' ancora ! ». 

« Tanne è 'a vera annata , quanne magge arriva 
austo ». A proposito vi è un'erba, quasi simile all'avena, 
detta volgarmente pure in Tegiano: Lu-sini-e-noni. Clii 
vuol sapere, se una cosa debba succedere o no, prende 
un filo di quest'erba e si mette a dire shii e noni, ad o- 
gnuna di quelle prospicienze,cominciando da destra a si- 
nistra. Secondo all'ultima fogliolina ricade la negativa 
o l'affermativa, cosi si trae il prognostico. 

Come termina marzo , i pastori sogliono ripetere : 
« A la facci ri marzu, tengu li ppecuri a lu jazzu (ovile); 
ma marzu si faciu 'mpristà' cincu juorni r'aprilu e mu- 
riuni tutti li pecuri ». In altri termini, ottenne cinque 
giorni in prestito da aprile; e fé' morire il gregge. 

Quannu marzu volu fa' , 
Faci chiovi e nivicà'. 
Q.uannu marzu 'ngrogna, 
Faci care' li punti ri l'ogna. 
Quannu marzu volu fa' 
Li pecuri faci stenni , 
E li cani assalanà. 

Assaìanh', cacciar la lingua per troppo caldo, ansare. 
In aprile, vi sono molte ortiche (ardichi), e se ne fa 
gran raccolta, e si vendono alla povera gente, od a qual- 
che agiato contadino, che ha lu guliu di gustarle. Si 
ricercano in campagna, o si vanno a cogliere nel fosso l 



-84- 



de Honestis, al Portello. In questo paese, quasi in ogni 
famiglia il pane suole (e da noi meno frequente) ma- 
nipolarsi in casa; e prestasi, a vicenda, un po' di lievito. 
Raggranellando i residui, si forma una pagnottina {_par- 
ruiiedda) più piccola delle altre; e ritualmente qualche 
pizza, o focaccia , accomodata in varia guisa. Vi son 
diverse forme di pani: le più comuni, pagnotte, pa- 
nelli, spolette, palatoni e tortani. In Pagani, un tor- 
tano ben cotto, si dice mascajuolo. Si prova, se il forno 
è ben riscaldato , ponendovi un po' di pasta. Pria di 
infornar la pasta, bisogna farla crescere, ponendovi ) 
su delle coverte. Ordinariamente le intaccature si fanno 
a croce, od almeno su l'ultimo pezzo, come augurio. 
Il pane è grazia di Dio : non bisogna farlo cadere a 
terra. Se casca si rialza e si bacia. 

« Area , che schiara 'e notte , femmena 'mmocc' a 
porta, e cavallo che ba 'e trotte , bona cosa nun è ». 

« Nu' ne' è viernari senza scerocco , nu' ne' è fem- 
mena senza nocche, tre ghiuorne primme, tre ghiuorne i 
aroppe ». 

« Quannu ia Sant'Anna, nu' si pisa^ nu' s'accarra ». 
Non si trasporta col carro. (Teg.). 

« Ischia s' 'a fatto 'o cappiello {coverta di nubi), ogge 
fa furore {vento di fuori) ». 

« Quanne esce Saverio Massa, si l'aria è chiara, se 
'nabbissa ». Il Massa era un vecchio calzettaio abitante 
a Bagnulo , proprio al di sotto del Crocifisso , che 
non usciva mai di casa. Sette od otto anni fa, è basito 
l'ultimo figlio settantenne. 



Ss - 



« A li quanta ri marzu trona^ a tanta carrini vai lii- 
granu » (Teg.) 

« Innaru siccu (seni acqua), niassaru riccu ». 
« Frivaru curtu e amarli ». 

« Aprile ti faci vruscià' {bruciare) li rrui (do^he) ri li 
varlili )). 

I contadini escono dai fondi il i. novembre; ma 
hanno dritto al ricolto , lino a tutto maggio , epoca 
in cui si finisce di raccogliere le arance. Anche lo 
sgombero delle case è a Tutt' i Santi. In Napoli, in- 
vece, si costuma il quattro maggio; in Pagani l'ultimo 
di agosto a mezza notte; in Tegiano il quindici. Ciò 
naturalmente quando il fitto è ad anno. Curioso è ve- 
dere il trasporto della roba, e l'affacendarsi della gente. 
Non mancano dei facchini assai fidi. Nella nuova casa, 
s'invitano gli amici, e si fa un piccolo pranzetto , in 
cui non devono mancare i maccheroni. Si usano scope 
nuove (cfr. De Bourcard, Op. cit. l, 185). A proposito 
di una casa edificata di recente, dice il proverbio : 
(( 'O primm^anno p' 'o nemico, 'o secondo pe' l'amico, 
'o terzo per me ». Quando non è più umida. 

La granata non bisogna mai voltarla in aria: altri- 
menti si scopa il cielo. 

La donna, che vuole ingiuriar la vicina, pone fuori 
una scopa , od un vaso da notte , e chiude la porta. 
Suol praticarsi ciò anche al momento dell'alterco. Un 
fatto di questi, in Tegiano, produsse un ferimento piut- 
tosto grave, di cui io dovetti occuparmi. 

La luna ha grande influenza sugli uomini, sugli ani- 



86 



p 

mali, sugli innesti, sulle uova, che si fanno covare, 
sul ricolto, sul pane e sulle piante. Si dice lunatico chi 
patisce alterazioni al cervello, secondo le fasi della luna, 
stìdlus ut luna inutatur. Ha il mal di luna, è epilettico. 

È nota l'apostrofe popolare : Luna luna con quello 

che segue. In Tegiano , i bimbi le dicono delle ave- 
marie , nella credenza , che ognuna procuri loro un 
solderello. Bisogna aspettar la luna scema per tagliare 
il legname; altrimenti marcisce. Anche i granchi sono 
vuoti col grosso della luna. In essa si suol vedere la 
bocca, gU occhi ed il naso. E non di rado Marcolfo, 
o meglio Caino con un fascio di legna, o di spine sulle 
spalle. Il poveretto, dopo l'uccisione d'Abele, raccolse 
le spine, che servirono per la corona del Redentore. 
Il Signore , in premio , gli concesse di passar dodici 
ore del giorno nell'inferno, ed altrettante della notte 
nella luna. È comunissima la frase : — « iMe pare 'nu 
Marcoffo int'a luna » — (Tegianese : « Mi pari Mar- 
coffiu mienzu la luna »). Inoltre il popolo invece di dire 
ecclissi, dice accrisso od aggrissa (lotta) addirittura per 
certa simiglianza di suono. In Tegiano. — « L'accrissu 
ri lu solu e la luna ».— « Si tien ferma l'opinione, che 
r oscuramento derivi da un conflitto; da una lotta fra 
questi due astri. Talvolta si asserisce fin di vedere il 
sangue de' celesti lottatori. Riuscendo malagevole poter 
guardare il sole ad occhio nudo, quando vi ò ecclissi, 
si preferisce affissare il riflesso in un bacile d' acqua, 
o in un vetro aff"umicato. 1: tanto più comodo ! E non 
bisogna guardar la luna, se no s'impazza. 



-87 



p 

« Luna bona , tiempu calamu e neglia » (Teg.). 
Cioè, calmo e nebbioso. 

« Tiempo, viento, signor, donne e fortuna, 
Votano e tornan comme fa la luna. » 
Si ritiene, che tutt' i mesi, il cui nome abbia un erre, 
facciano venir mal di capo. Le madrifamiglia, quando 
vanno ad attingere acqua ne' pozzi, avvertono i loro 
figliuoli di non guardarvi dentro ; altrimenti, la cala- 
mita li tira a sé, e li fa annegare. In sostanza, è una 
salvaguardia per non farli affacciar con evidente pe- 
ricolo di un capitombolo. 

Per giudicare, se il porco sia cammarato , abbia la 
trichina , bisogna guardar le carni. Quando è guasto, 
vi si rinvengono delle piccole bollicine. Per divenire 
infermo, nella sua vita naturai durante, ha dovuto gu- 
star del sangue umano. Le galline hanno la pepitola, 
una pellicola alla punta della lingua. Ma si può to- 
gliere, destramente, con un ago, o simili ; ed il pol- 
lame guarisce senz'altro. Spesso suole accadere , per- 
chè, in està si fa mancare l'acqua. A chi parla assai, 
si dice : — <( Te venesse 'a pepitola ! » 

Li Tegiano, in settembre, quando son maturi l' a- 
mnrieddi (frutta delle spine , prima rosse e poi nere) 
si vanno a raccogliere ; e si mangiano, e si regalano 
anche agli amici e parenti. Se piove troppo , o fa 
troppo caldo, in guisa, da poter recare danno ai campi, 
si portano i santi per le chiese, e si pongono in trono, 
specie San Vincenzo, affinchè preghino Dio di ridurre 
tutto allo stato normale. Quando un tizzo arde da un 



capo, e dall'altro si sprigiona del vapore, è ritenuto , 
indizio di buona fortuna , onde si suole sclamare : — 
« Fumu ri leuna verdi, chi àrdini ! » — Nascendo un 
maschio con vena, o nervo grosso alla fronte, i ge- 
nitori gongolando, strombazzano, che verrà talentoso, 
sarà un mostro di scienza. 

Cca ll'apa va zucanno da lo sciore, 
De cannella e de zuccaro 'mpastato, 
Co' lo profummo tutto lo sapore, 
E ne caccia 'no mele prelebata. (Pica, 40). 

Se si leva un nuovo sciame, i contadini lo seguono 
con grande strepito, prodotto dallo acciottolar padelle 
e battere caldaje con pezzi di ferro. Cosi elevano meno 
alto il loro volo; e si raccolgono su qualche albero. 
Di sera, industriosamente si recide il ramo, cui si sono 
appiccate ; si pone in una cassetta, ed ecco il nuovo 
alveare. 

« Fondo al confine , viato chi arriva primmo. » — 
Cioè chi può giungere ad usurpare. I sambuchi, spesso, 
servono a determinare il limite fra du' fondi. In Te- 
giano si ritiene, che i ramuscelli di quest'albero fac- 
ciano scacare le galline, cioè non produrre più uova. 
Come le madri s'infuriano, e garriscono i figliuoli, se 
ne veggono recare in casa ! Gli uccelli formano uno 
de' tormenti de' poveri contadini : beccano le frutta, 
specie le primaticce, e rovinano il seminato. Allora si 
ricorre agli spauracchi. Vestono un fantoccino di pa- 
glia , e lo pongono a guardia de' campi. I volatili ^ 
s'atterriscono e lasciano tutto in pace. In mancanza, si ) 



89 



u^ 



1 



ricorre ad un mezzo più economico. Si appende uno 
straccio, od un pezzo di -carta! 

Cito di memoria uno sclicrzo vernacolo tcgianese, 
se non altro per certe allusioni contadinesche: 

Lu ciuccili, che 'nchiaiiava a iu cerasu, 
Cumme sapia 'nchianà', puozz'esse' accise! 
la lu ciucciu, e se ruppia lu nasu, 
Li mosche s'abbu'.tavanu ri risu. 
Poveri zappatori, zappa, zappa, 
Vulianu zappa' cu' la paroccola. 
Arrànzete a la fenesta primmarola, 
Lu sorge s'ha mangiatu lu pipajuolu. 

Si dice , che si caricatureggiasse uno sciocco. Nello 
stesso paese, le donne sogliono recitare: 

Patre, si mi compiessi ti ra 'n uovu, 
E si m'assuolvi te ne ra roje ; 
E si m'assuolvi 1j biecchiu e lu nuovu, 

La gaddina ti rau, che face l'uovu! 

Ma non vo' mancare di riferir qualche altro proverbio: 

« Ncoppe 'e fave nce vo' Tuoglie, e 'a giiiuorno nce 
verimmo ». 

« 'O meglio addore è 'a spicanJossa » . 

« 'E vierme d' 'e cerase portano 'e vierme 'e l'au- 
live ». 

« Prune, ogne tanto una ; Perzcchelle mangiatenne 
a cruvelle; Pere, 'a matina e 'a sera; Resommule, fujc 
cumm' a demmoneo ». 

« Quanne verite nespule, chiagnite, ca chisso è l'u- 
temo frutto de la state ». 

« Terra nera, buon grano mena ». 



90 



« Palomma pasciuta, cerasa amara ». 

« Chi vennegna troppo priesto, o fa poco vino o 
tutto agriesto ». 

« 'A neve 'e marzo nu' fa male; ma chella 'e aprile 
te leva pane e vine ». 

<( Aprile docc Jurmire, aucielle a cantare e arbere a 
hurire » . 

« Tre cose vo 'a camp.igna : bona stagione, bona sem- 
menta, e buono zappatore ». 

(( A maggio se tosano 'e pecore ». 

« A S. Pietro o paglia, o fieno ». 

Farmi inutile aggiungere, che le nostre frutta hanno 
una bontà maggiore di quelle di altre parti , essendo 
la terra d'origine vulcanica , come conferma anche il 
Breislak : — « La Plaine de Sorrento, quoiqu' entourée 
de coUines calcaires , n' est pas moins entièrement 
formce de substances volcaniques jusqu' à une pro- 
fondeur inconnue » — (V. Foy. physic. et lith. dans la 
Camp. I, 35). E più oltre sostiene essere il tufo sor- 
rentino derivato da una lava spenta; ma non est hic locus 
inoltrarci in tale disquisizione. Di un sol ruscelletto si 
fa cenno , cosi insignificante , che quasi nessuno lo 
conosce il Calbi _, che scorre presso le mura di Sor- 
rento, ora diroccate; e va a metter capo nel mare, a 
luogo detto Calbioripa (KaX?ios pi-.r^. Il Giannattasio 
lo ricorda (^uAuliini. Sur. U, 8) : 

. . . Saxo surgunt Hicta vetusto 
Mccnia Sircnum l'elici.i, qiiac cava circuni 
Praccingit vallis rivo perfusa sonanti. 



91 — 



In diebiis illis , l' argilla sorrentina era molto repu- 
tata, come ricaviamo da Plinio fXXXV, 12), da Mar- 
ziale (XIV, 84), e da un epigramma di Macedonio 
dell'Antologia greca (!ib. Ili); ma, oggigiorno, rivolto 
ad altro il commercio , non vi si pensa più. Filippo 
Anastasio nelle sue Lticubrationes in Surrentinorum ec- 
clesiaslicas civìlesqtie anliqnilates,eccQ\:evà(T{pinae,ij}i-2, 
T3'pis Joannis Zempel prope Montem lordanum, v. II) 
ha vari capitoli riguardanti i nostri prodotti , come : 
« De selectissimis frugibus Surrentinis et primum de 
oleis et de citreis malis; — De selectis pomis; — De vinis; 
— De poculis; (voi. II, pag. 123-149). E qua e là si 
potrebbero racimolare altre notiziucce. 

Ogni colono suole aver delle vacche. Ordinariamente 
son delle vitelle, che cresce; e cui, per lo più, non 
manca d'imporre anche un nome, come : Paliimmella, 
Tcreseììa , Ciancioselìa , e simili. Dopo aver munto il 
latte , vi sogliono mescolar qualche goccia d' acqua , 
quale un preservativo contro Vnocchi sicchì. Allo stesso 
scopo, non dicon mai quante caraffe o litri di latte 
dà una vacca : altrimenti sqccx il petio. Cos'i i mas- 
sari tegianesi ritengono cattivo augurio , se per caso 
cade qualche stilla di latte sul fuoco. Se non si ha 
r accortezza di sputarvi subito , o di spruzzarvi del- 
l'acqua, si corre il rischio di non aver più latte da quelle 
vacche. Ed i vecchi, più cicaloni, non mancano trarne 
dei prognostici e far dei commenti, come, su per giù, 
le profezie in quel « Discurzo tra lu Furieno e lu Pan- 
zese = Discurzo di dujo viecchi furieni Mesto Pompeo \ 



— 92 — 



e Mesto Dummineco de Scirocco, tenuto a mienzo lu 
lerio de S. Francisco 1794 ». È in versi sdruccioli e nel 
patrio dialetto. Lo riporta Giuseppe d'Ascia, a p. 335-44 
della sua Storia dell' Isola cV Ischia (Napoli, Gabriele Ar- 
genio, 1867). 

Si ritiene pure, che il ladro passi con gli oggetti in- 
volati, in una secchia d'acqua. 

Anche la caccia, qui, si esercita con certo successo; 
e nei giorni propizi i cacciatori prendono le alture 
de' Colli, delle Tore, (dicono da Tàuo;) di Massa, tee. 
Più copiosa quella delle quaglie in settembre , e poi 
delle beccacce, dei tordi e simili. 

Cominciamo delle quaglie. La cacciagione si pratica 
in diverse guise. Con le reti a mano od a ventaglio, 
sostenute da una canna o da altro legno non molto 
doppio. Levandosi le quaglie, vi s'mpigliano dentro. 

Col cerchio, ossia con un cerchio di botte grande 
coverto di rete. Sospeso ad una fune, si mantiene alto 
da terra vicino alle quaglie di richiamo; e si lascia ca- 
dere quando queste ingannate dal canto delle compa- 
gne, si son raccolte dentro l'erba, che si lascia sotto 
la periferia del cerchio, abbastanza pesante, e tale da non 
farle scappare, abbassandosi. 

Col coppo e con la fiaccola di notte. Le quaglie, 
abbarbagliate dalla luce, si accovacciano, e non fug- 
gono, ed agevolmente si pónno coppìare, cioè prendere 
col coppo. Il quale, — per chi noi sapesse, — consiste 
in un'asta lunga, terminata in cerchio, coperto di rete. 

Con le reti fisse, o schiappari. Mettono capo a due 



9? — 



Innghe aste o pertiche infisse al suolo; e formano tanti 
canali progressivi in cui cadono e restano, perchè fer- 
mati alla sommità con un laccio, battendo vicino alla 
rete. Allora si abbassa, avendo delle carrucole in cima 
con opportune funicelle, si toglie la.... oh quaglie; e si 
rimette al suo posto, È da distinguere la caccia di pas- 
saggio, di entrata {traslto), che si fa di notte; da quella 
di scaccio, che si pratica di giorno. Per la prima son 
le quaglie, che passano, allettate, dal canto delle com- 
pagne {quaglie cccate), fatte situare alla parte opposta; 
e con r oscurità della notte non si avveggono della 
trappola loro tesa. La seconda, come ho accennato, è 
di giorno; e raccoglie un residuo, cioè quelle che sono 
restate nascoste fra l'erbe. Avendo le reti tese, con fra- 
sche si va percuotendo a terra, aggiungendo delle grida. 
Le poverette fuggono sbalordite, ma restano prese. 

Le quaglie cieche si apparecchiano, e si serbano di 
anno in anno ed anche più, accecandosi a bella posta. 
Si custodiscono con grande cura; e si mettono a far 
la muda, allo scopo di avere il canto, a tempo oppor- 
tuno. La folla delle quaglie, fra di noi, è a settembre; 
e se ne fa smercio , e si mandano a vendere anche 
altrove , in adatte cassette costruite all' uopo. Scarse 
sono in maggio. Se ne trovano , invece , molte sulla 
riva del mare, e specialmente nelle isole, come Capri 
ed Ischia ; ed ivi concorrono i cacciatori con i loro 
cani e fucili , ma non mancano neppure delle reti. 
Franca il fastidio di aggiungere, che in questi sebi ap- 
pari, oltre le quaglie, si prendono, anche, altri uccelli: 



D 



— 94 



beccacce, tordi, tortore, barbagianni, eccetera. Volendo 
acchiappar molti tordi, s'aggiungono pure dei richiami. 

Passiamo alla caccia dei fringuelli e di altri uccel- 
lini. Si fa con le reti piccole a terra; e per lo più in 
està, quando manca l'acqua. Si apparecchia la posta, 
cioè una piccola pozza, e si covre tutta l' acqua delle 
vicinanze. Sulla pozza si mette la rete, legata a quat- 
tro bacchette, due fisse e due movibili per mezzo di un 
laccio, che si tiene dal cacciatore, nascosto in un pic- 
colo pa^ìiarìello. Quando vede accumulati parecchi . . . 
bevitori , tira il laccio, la rete cade, e gli uccellini vi 
restano presi. 

Vi è anche la caccia a' passeri di notte. Si vede 
dove vanno a riposare, si prendono le reti a ventaglio 
e si circonda l'albero. Indi si accende una fiaccola. I 
poveretti sorpresi , nel sonno , si spaventano ; ed an- 
dando per iscappare , cascano nelle reti. Oppure si 
accende del zolfo ; e si fanno cader tramortiti. 

Veniamo alle codebianche, abbaccaritli , od anche uc- 
celli nuovi , perchè sono i primi a comparir dopo i 
mesi iemali. Si sogliono acciuffare o con gli archetti 
{arcìiioli), o con delle gabbiole a scatto (caravaltoli), o 
con le casarole. 

I primi consistono in una bacchettina flessibile pie- 
gata ad arco da un doppio filo , il quale es.CQ da un 
forellino praticato nella parte superiore. \'i è un pic- 
ciol nodo , che forma il cappio ; e un pezzettino di 
legno, che fa da cuneo o zeppa. Vien teso 1' arco, o 
parato; e si pone su qualche sostegno, posto nell'erba 



9S 



¥ 



51P^ 



ed ordinariamente in pianura. Gli uccellini vengono 
da fuori; e si riposano su questo ramoscello secco. Ad 
un tratto ... si spara; e resta con le gambucce nel 
cappio, e viene preso. Si rallenta V arco , si toglie il 
captivo, si para, e si rimette al suo posto. 

In Tegiano, chi vuole acchiappare uccelli, si faccia 
un po' di sangue alla fronte : essi vanno per beccare, 
e cos'i l'impresa è facile. Ma non è facile parlar delle 
varie specie di uccelli, senza ricorrere ai nomi verna- 
coli e convenzionali, appresi dai contadini o dai cac- 
ciatori di- mestiere. A tal difetto, almeno in parte, ha 
supplito Federico Gusumpaur, con un caro libriccino. 
Vocabolario ornitologico napolitano-italiano , azz. dedicato 
al signor Luigi Casitto , Napoli, Tipografia dei fratelli 
Testa, 1874 (in-i6" piccolo di pag. 28). Pure, veniamo 
a' caravattoli. Son delle gabbioline con porta mobile, 
che si apre, e per mezzo d'una cannuccia si ferma. 

Quando l'uccellino va a beccarsi la carola o verme, 
che vi si trova, la porticina si abbassa ed egli resta in 
gattabuia. Con tal meccanismo si prendono anche in 
autunno altri uccelli, come corbezzoli e simili. A que- 
sto, suppergiù, allude il presente dialogo : 

Reviezzule, cossa-sottile, 
Pe' 'na carola iste a murire ? » 

« E tu merula, cossa re ferule, 
Tu lu Scipive e nu' lu deci ve? » 

Le casarole pure son formate da una bacchettina 
piegata ad arco e mantenuta da un doppio spago, in 
cui s' infilzano delle assicelle di canne , le quali con 



-96 



due o tre girate, e mettendo capo nel lato opposto , 
restano salde ed immobili. Si pone a terra col lato 
più compatto; e si carica di terriccio, da rendersi pe- 
sante. Indi si solleva con un punto d'appoggio su cui 
è una piccola spranghetta, che la tien sollevata, met- 
tendo capo nel centro dove è un arnese con una delle 
solite carole gialle, di quelle che si trovano, specie dove 
è concime di galline disseccato , o nelle mangiatoje 
delle vacche. L' ucceUino va a beccare, si spara, e vi 
resta schiacciato. 

Un' altra caccia graziosa è quella de' b eccafichi o 
ficetolc. Si suole apparecchiare un luogo adatto (para- 
tella), dove si pianta qualche albero di fichi del gè- \ 
nere di cui sono ingordi questi uccellini; qualche mor- ) 
tella, le cui bacche sono molto ricerche; un' edera ed ( 
altri alberi e frutici^ che facciano dell' ombra. Allettati ] 
dal fresco e dal trovarvi quanto concupiscono, vi pon- ? 
gono loro stanza, e più non si muovono^, sendo indi- \ 
sturbati. Così, in pochi giorni, da magheri ed allam- '\ 
panati, si riducono pingui pingui ed in buon numero. \ 
Allora il padrone che vuol fornirsi d'un saporoso ar- \ 
rosto pel desinare, ad un punto, alza le reti già attaccate ( 
ai lunghi pali, e poi dall'altra parte, scagliando pietruzze \ 
e terreno nel fosco, dove sono accovacciati, li scaccia; \ 
e dovendo fuggire dove si trovano le reti , vi restano \ 
impigliati. E, per lo più, sono cos'i pingui, che e restato \ 
il detto « chiatto chiatto come 'e 'na fecetola ». > 

Ho accennato che , spesso , anche pei tordi; si ser- \ 
vono dei richiami. Ma i cacciatori, per lo più, si so- ^' 



97 



gliono valer degli zufoli od altri arnesi coi quali fanno 
una completa imitazione, onde_, ingannati, credendovi 
esservi de' compagni, si fermano sui rami di qualche 
albero ; e cosi essi hanno 1' agio di spararli. Per far- 
veli raccogliere, o come si dice volgarmente appalrinre, 
si fanno crescere a bella posta de' lauri, che si mari- 
tano alle edere, delle cui frutta . . . o bacche son molto 
ghiotti i tordi. Lo stesso si pratica per le cosiddette 
capofoscolc (capinere). 

Non mr.ncano altri posti pel passaggio delle tortore, 
de' colombi e delle beccacce. Li i cacciatori si appo- 
stano con i loro fucili ed aspettano il momento pro- 
pizio. 

I passerini si soghono prendere con certe trappole, 
destramente nascoste nel terreno , e ponendovi per 
mancia una spicchio di noce , o meglio un acino di 
granturco. Ma ciò bisogna praticarsi con molta ac- 
cortezza perchè essi sono asrai astuti e sospettosi. 

I ragazzi specialmente si mostrano molto desiderosi 
di nidi. E come li sorvegliano ! E come li sanno sor- 
prendere a tempo ! I più comuni son quelli dei car- 
dellini e dei merli , i quali si distinguono /;/ pelrandi 
(passeri solitarii) , che sogliono trovarsi vicino alle 
rocce, e quelli di ntaccbid, che si rinvengono nei giar- 
dini, e cresciuti hanno il becco giallo. Il colorito delle 
penne e sempre nero. Pure, talvolta, assai di rado, 
non è mancato qualche scherzo di natura ; qualcuno 
con una penna bianca ; ed io ne ho visto più d'una 
volta. 



98 - 



Per quanto è copiosa la caccia , diciamo cosi , di 
penna, altrettanto è meschina ed insignificante quella 
di peli, cioè di selvaggina. Qualche lepre sulle più alte 
montagne; qualche volpe^, eccetera; e tutto finisce qui ! 

Qualche notizia in generale, relativa all'argomento, 
si potrebbe cavar da un libretto di Donato Perillo : 
Ragguaglio delle ville e luoghi prescelti per uso delle cacce 
e pesche e simili diporti da regnanti ed altri insigni per- 
sonaggi, tee. (Napoli, 1737). 

Ed ora un gruzzoletto di proverbi cinegetici. 

« A San Giuseppe (i5> niar:;;^o) abbaccarulu {code 
bianche) 'ncopp' ó puntette » (cuneo delVorciuolo). 

<■< 'O Vescuve 'e Crape è pavato comme quaglia 
passa ». Del ricavato della caccia si pagavano le de- 
cime. Il Bideri (Op. cit. p. 86) scriveva : « Secondo 
quaglia passa ! disse Monsignor d'Amalfi, la cui rendita 
si fondava sull'entrata delle quaglie. Passò questa sen- 
tenza in adagio presso il popolo napolitano a dino- 
tare r eventualità degli affari. Amalfi , Capri , Iscliia , 
Miseno, sono i porti dell'innamorata quaglia, che dal- 
l'Asia giunge in queste contrade ». 

« Quaglie 'e auste, 
Spenne e arruste : 
Quaglie 'e maggio 
Spenne e dà ò cane. » 

Perchè queste son maghere maghere; le altre pin- 
gui pingui. 

« Annata 'e quaglie , annata 'e paglia. — Annata 'e 
mele e pere, annata 'e quaglie ». 



99 — 



« Santo Rocco, manneme 'na quaglia «. 

« 'E quaglie grosse songhe 'e scerocchc ». 

« A San Michele (29 settembre) 'a quaglia va e 'o 
marevizzo {tordo) vene. » — San Michele è il santo pro- 
tettore di Carotto : « ove sta quasi ignorato un capo- 
lavoro di prospettiva nella cupola di della Chiesa di 
S. Michele, dipinta su un piano perfetto, che, guar- 
data dal centro dell'arco maggiore, illude l'occhio più 
perito in fatto d'arte » (Bideri, Op. cit. p. 123). 

« 'E quagliu nu' teneno 'nterra maletiempo. »» 

« 'E quaglie 'e ottobre so' marevezzegne. » — Somi- 
gliano per la picciolezza ai tordi. 

« A Santa Teresa, lodola a distesa ». 

« Tramontanella, 'a scopa 'e l'aucielle ». 

« 'Ngnuorno 'e Tutt' 'e Sante, mmerdu 'mmocca 'e 
ciufuliantc {:{iij alanti) ». Non vi sono più tordi. 

« Re muote a Santu Martino, nu' ""nce lassa' manche 
'na matina >k 

<( Santu Marco, auciellc e' 'o sacche; assai ne vire e 
poche n' ancappe ». 

« A Roce (Croce), aucielle comme ""e nucc ». 

« A 'nu Sant'Andrea e 'n ato Sant'Andrea è 'o tra- 
scto 'e Tarcere ». 

« A Sant'Irene se renrcne 'e rennene ». 

« Tene novantanove scuse comme 'o cacciatore ». 

(( Aucielle sicché, maletiempo ». 

« Caccia e pisce, quanne truove tu fenisce ». 

« Ventinove, pecciune e ove ». 

« Quanno spoza 'a castagna, \i tortora è 'ncampagna ». 



-^^-lO^ 



■^ 




GAP. V. 

PAREMIOLOGIA. 



I. 
2. 

3- 
4- 
5- 
pelo. 
6. 

7- 
8. 
massai 
9- 

IO. 

I r. 

12. 

n- 

14. 



'A buscia ha 'e gamme corte. 
Attacche l'asene addò vò' 'o patrone. 
Quanno 'o diavolo t'accarezza, ne vo l'ànema. 
Nu' tuzzulià', ca se sccta 'o pastore. 
Ommo peluso , forzuto e guliuso. Russo malu 

'A famma caccia 'o lupo d' 'a tana. 

Bona nummcnata, e scassa chiesa. 

Vale chiù 'na faccia tosta (0 'nu piacere) ca 'na 

ia. 

Ogne ligno tene 'o funmio sujo. 

A lietto stritto, coccate 'miezo. 

Dio te scanze da 'nu male vecino. 

Chi vo' va, e chi nun vo' manna. 

Mercante e puorce, apprezzale muorte,(> a puorto. 

Piglia 'na pizza pe' tortano. 



15- E meglio capa 'e sarda, co. core 'e cefaro. 
i6. Cunziglio 'e vorpe, dammagglo 'e galline. 

17. L'crva malamente cresce scmpe. 

18. A ccasa 'e sunature nu' purtà' serenate. 

19. L'avaro perde chiù d' 'o liberale. 

20. Vizio 'e natura fino à morte dura. 

21. Chi bello vo' parè\ pene e guaje ha da paté'. 

22. Cammisa che nu' vo' sta' cu' tico, stracciala. 

23. Fummo senza arrusto. 

24. A sante viecche nu' s'allumano chiù cannele. 

25. Chi cunfessa è ''mpiso; e chi fa ammore va 'mpa- 
raviso. 

26. Pure l'uocchie vónno 'a parte Uoro. 

27. 'O core nu' ze 'nganna. 

28. Se pigliano chiù mosche cu"* 'na goccia 'e mele, 
che cu' 'na votta 'e acito. 

29. Chi ha pietà r' 'e carne 'e Tate, 'e soie s' 'e man- 
giano 'e cane. 

30. Chi serve 'ncorte, 'mpagliara more. — In Tegiano: 
Chi signure serve qcc. 

31. Ietta 'a preta, e annasconna 'a mano. 
32.'Ntiempo 'e malatie e carcere se conosceno l'amice. 

33. Quanno scura 'a muntagna, piglia 'a zappa e ba 
guaragna; quanno scura a marina, piglia 'o pegnato 
e ba 'ncucina. 

34. Ogne nave desperata s'arreduce 'mpuorto. 

35. Aruo caruto, accetta, accetta. 

36. Chi ha mamma nu' chiagne. (È riferito pure 
nell'allegoria della Vajasscide, canto primo). 



37- Nu' ne' è meglio messo ^ che sé stesso. {Idem, 
allegoria seconda). 

38. Uno vale per cento , e ciento nu' vanno pe' 
uno. 

39. La femmena assumeglia a la castagna , bella è 
ra fora e dinto ha la magagna. (Lo ricorda^ con poca 
varietà, il Basile nella Coppella, egroca). 

40. A casa re pezziente nu' mancano trozzole (M«- ) 
tatis , miitandìs , forma l' ultimo verso della predetta ) 
egroca). 

41. Iddio te scanza ra 'na carota vascia. 

42. Cane eh' abbaja, nu^ mozzeca. 

43. Cuorve cu' cuorvc nu' si sceppano Tuocchie. 

44. Chi pratteca e 'o zuoppo, 'ncape 'e l'anno pure 
zoppeca. 

45. Curtu male cavato. Tegianesc: Zeca male cavata. 
Ovvero : Pare 'nu perocchiu, è menza vecchia. 

46. Quanno nu' ne' è 'a gatta, 'e sureec abballano. 

47. Fa bene e scordate; fa male e pcnzaec. Ovvero: ] 
Male nu' fa' e paura n'avc'. \ 

48. 'O buonu juornu se vere d' 'a matina. ) 

49. Fcmmene e denare so' 'e cose chiù care. ( 

50. Coscienza e denare, so' 'e cose chiù rare. ) 

51. Coscienza e denare, nu' se sape chi n' have. > 

52. 'E renare cacciano Tuocchie a 'e eccate. > 

53. Chi vole figli sante, se ne faccia. ) 

54. Chi tene mente 'e nuvole, va co' 'e pezze 'nculo. ^ 

55. Chi have genio 'e fila', fila vecino 'ò spruoc- ( 
cuoio. 



— 103 — 



$6. Ruorme zetella, ca la sorte veglia. 

57. Chiacchiere vo' la zita, e po' s'addorma. 

58. Chi pe' riempo nu' se pruvvcde, po' ino' nu' 
po' mangia'. 

59. Pane e panno nu' fecero maje ranno. — Il nu- 
trirsi di pane, e l'indossar molti panni e pesanti, d'està 
e d'inverno, ha fatto sempre bene. 

60. L' abito nu' fa monaco, 'a chierica nu' fa pre- 
veto. — L'apparenza ii sganna. 

61. Chi lassa 'a via vecchia p' 'a nova, trova chello 
che nu' vole. — Spesso mutando^ si peggiora. In Te- 
giano si dice : Chi cangia lu becchiu pi' lu nuovu , 
trova quiru chi nu' bolu. 

62. Addò so' chiù galle a canta', nu' fa maje juorno. — 
(Teg.) Dò tanta 'addi cantani, nu' ngi faci mai iuornu. — 
Dove son parecchi a dare ordini , non ci si racca- 
pezza. Ognuno vuol comandare; e ne deriva una gran 
confusione. 

6^. Nu' facimmo a chi iiglia e a chi figliastra. — Non 
facciamo parzialità. 

64. FegUastre e neputc quanto ncc faje tutt' è per- 
duto. — Si è spesso ricompensati con l'ingratitudine. 

6^. Pazze e peccerille Dio rajuta. 

66. C 'a mala sorte nu' nce so' chiù amici, — (Teg.) 
L'amice so' comu a li gatti, primu t'allitìano (lisciano) 
e roppu ti rascani {graffiano). 

67. Chi ala {sbadiglia) pocu vali, o suonnu, o seta, 
o fridda , o Hima : avu pocu voglia ri pazzia' (id.). 
Oppure : l'amoru volu fa'. 



i 68. Sta cu' lu fui ca ti 'mpilu — Fa tutto con fretta, < 
t come se avessi i birri alle spalle. Forse rimonta ai 
^ tempi quando Tegiano era fortezza; e sembra che vo- ; 
l lendo qualche paesano forzare la consegna de' soldati • 
{ posti in sentinella alle porte , fosse stato respinto : ' 
< « Fui, ca ti 'mpilu ! ». < 

) 69. Ancora ri quannu ija fujenni Giasicristu. — Cioè, ] 
( cose antichissime più di quello, che si suole intendere ^ 
\ in NapoU : Se ricorda 'o chiuppo a Forcella. \ 

70. Cammina jappica , jappica. — Non precipitare : ^ 

piano, piano: pL-re catapcre. 

'ji. Addò arrevammo, mettemmo 'o spruoccolo ('L7 

:^ippo, dicono in Tegiano). 

72. Chi rice che ti vo' bene chiù 'e mamma e tata, 
te 'nganna. 

73. A lu m:ilu mititorLi, li 'ndoppa la vanterà {^spe- ^ 
eie di grembiale). 

74. Vicinu min, spicchialu (^specchio) min. 

75. Nu' so' li femmini chi nu' gustani, so' li rinari 
chi nun abbàstani. 

76. Chi ti faci quiru chi nu' t' ha fattu ancoru , o 
t' ha gabbatu, o puru gabba' ti vola. 

77. Quannu ia Santa Biasu , ogni pertusu lu solu 
ngi trasu. 

78. Nozzi e maccaruni, cauri cauri. — Bisogna far 
presto. 

79. Ave 'ni. variva comu Salardu. — È uno sbar- 
bato, che presume aver già la barba come quella del 
Salardo dei Reali di Francia. 



IO) — 



p 

( 

i 80. Tristii chi chiava sotta a iu rasuki. — Guai a 
lui ! Non la scampa ! 

81. Coma li pongi Iu putrusinu (pre{:;^oììiolo). — Chi 
si offende per un nonnulla. 

82. Porta Iu siili e ìio, 'nta la sacca. — Una bande- 
ruola, un girella. 

83. Volu cangia' la frittata. — Vuol dire una cosa 
per un'altra. 

84. Si passi nicchi (anneghè); si zuompi criepi. 

85. lamu cittu , nu' ngi pasScV, ca ti niechi. — Le 
acque chete rovinano i ponti. 

86. Facci e piccirilli ralli Iu tua e lassali ghi'. — 
Lasciali fare ciò che vonno, senza discutere. 

87. Unu a dui volu beni; a chi li rai robba e a chi 
nu' li cerca nienti. 

88. Così ri l'auti curreia longa. — Quando si pre- 
senta una cosa, non è facile ottenerne la restituzione. 
Si ■'o priesteto fosse buono^ ognuno 'mpresterria 'a mu- 
ghera. 

89. Lu Signoru ia mosso e grassu , Iu poviri faci 
li resigni e iddu li scassu. — È qualcosa dell' « Uomo 
propone e Dio dispone ». 

90. Chi volu vientu vai da li chiuppi, clii volu ria- 
vuli vai da li santocchi {pin:;ùcherc). — I pioppi si ri- 
tengono apportatori di venti. E delle santesse si dice : 
e Santocchie 'nchiesa, riavule 'ncasa j). Dal settanta- 
tre fin qui, proverbi tegi.inesi. 

91. Meglio sulo ca male accompagnato. 

92. Kn' ha da i' scauzo chi semmena spine. 



— 106 — 



93- Né femmena né tela a lume re cannela. 

94. 'O cane arraggiato nce reste 'e pile. 

95. Chi gliotte sano, more affocato. 

96. Bona vita, e tristo testamicnto. 

97. Cunte spisso, e amicizia longa. 

98. Nu' te mettere fra 'o stanto e 'a porta. 

99. Chi se guarda 'o sujo, nu' fa latre a nisciuno. 
100. Musso 'e porciello, spalle d'aseniello, e recchie 

■"e mercante. 

IDI. Tante vote va 'a lancella int' ò puzzo, 'nfi' che 
nce lassa 'a maneca. 

102. Icttarse 'nannanze pe' no' cadere arreto. 

103. A gatto viecchio, sorccc tenncriello. 

104. 'E guaje r' 'a pegnata 'e sape 'a cucchiara. 
{Che nce va pi ìnto, aggiungono in Tegiano). 

IO). Sant'Antuono se 'nammorajc d' 'o puorco. 
loé. Quanno siente che s'arde 'o vecino, atticnto 
ó fuoco tujo. 

107. 'O pcvu trave é chillo che schioppa. 

108. 'E femmene so' come 'e mellune, ogne ciente 
una. 

109. O te mange 'sa menesta , o te jette pc' 'sa 
fenesta. 

no. 'Ncopp' ó cuotto, l'acqua vulluta. 

111. Chi troppa 'a tira, 'a spezza. 

112. Rice si, ca nun ò peccato. 

113. Chiagne 'o justo p"o peccatore. 

114. Mazze e panelle, fanno 'e figlie belle; panolle 
senza mazze, fanno 'e figh pazze. 



107 — 



115. Bona mmaretata, né socra, né cajenata. 

116. Nu' sputa' 'ncielo ca 'nfaccia te torna. 

117. A barca storta 'o puorto deritto. 

118. S' ha da coccrc comnic 'o purpo co' l'acqua 
SO] a. 

119. Chi patesce p'amore, nu' sente relore. 

120. Fanne quante ne vuò', ca cck t'aspetto. 

121. Ogne bella zita 'nchiazza se marita. 

122. Ammore e tosse, dove sta se conosce. 

123. Chi pratteca e' 'o zuoppo, 'ncapo 'e l'anno zop- 
peca . 

124. Chi lassa 'a via vecchia p' 'a nova, spesso 'ngan- 
nato se trova. 

125. Cucurecù , quanno si' viecchio , nu' nce n' è 
chiù. 

126. Nu' te piglia' collera, ca 'o zuccaro va caro. 

127. Zuoccole e cappiello 'e casa a Sant' Aniello. 

128. Nu' carrecà' troppo ca scliiatta. 

129. Meglio sudare che tossire. 

130. Nu' se po' ave' grieco e cappuccio. 

131. Carne (a carne. 

132. Pane e passo, e vih ! comme passe. 

133. Robba 'e mangiatorio, nu' se porta a cunfes- 
sorio. 

134. Quarant'anne, a mare cu' tutt' 'e parine. — Ri- 
guarda le donne. 

135. 'A vecchia 'a panza s' arrepecchia , 'a chitarra 
nu' sona chiù. 

136. 'A cera se struja e 'o muorto nun cammina. 



.s 



108 — 



137- P'isca re sciure, se 'ngegnano 'e signure; Pasca 
re casatielle, se 'ngegnano 'e puverielle. 

138. Nu' ne' è sapete senza sole, nu' ne' è vecchia 
senza relore, nu' ne' e donna senza amore. 

139. 'A busci'a tene 'e gamme corte. — Alessandro 
Campesano sosteneva venir le bugie o da chi ha letto 
assai, o veduto molto del mondo, o vissuto gran tempo. 
(Domenichi, Op. cil., p. 262). 

140. Dio te guarda da ricco 'mpoveruto, e da sfe- 
lenzo quanno è arresagliuto. 

141. Xu' fa' bene, ca nun aspiette male. 

142. Dio manna 'e vescuotte a chi nun ha diente. 

143. C 'o tiempo e cu' la paglia s' ammaturano 'e 
nespule. 

144. N'ora re contiento, fa scordare mill' anne de 
tormiento. 

145. A votta chiena tiene ""mmano. 

146. Ogne 'mperemiento, è giuvamiento. 

147. Fra dujc liticante 'o terzo gode. 

148. Trica e venga buono. 

149. 'N terra 'e cecati beato chi ha 'n nocchio. 

150. Aria netta n'ha paura 'e tronere. 

151. Nun haje visto 'o serpe, e chiamme San Paulo. 

152. Salta chi po'! dicettc 'o ranavuottolo. 

153. Acqua e morte stanno adderete a porta. 

154. Bannera vecchia onore 'e capetano. 

155. Pigliate o tiempo camme vene. 

156. Chi se fa pecora 'o lupo s' 'o mangia. 

157. Sparte rccchezza addcvcnta povertà. 



D 



109 — 



158. Chi scassa concia; chi rompe pava. 

159. Cunte spisse e amecizia longa. 

160. A 'stu munno, chi nata e chi va a funno. 

161. Chi bello vo' pare', pene e guaje ha da paté'. 

162. Chi nasce tunno nu' po' mori' quatro. 

163. Chello che se semmena se raccoglie. 

164. Chi troppa 'a tira 'a spezza. 

165. Mazzate 'e marito, mazzate sapurite. 

166. Tutt' 'e peccate murtali so' femmene. 

167. Chi mangia sulo s'affoca. 

168. Amico cu' tutte e fercle cu' nesciuno. 

169. 'O malo guaragno fa spartere 'o cumpagno. 

170. Chi suspira spera ; e chi re speranza campa 
resperato more. 

171. Cu' prievete, muonece e cane, ha da sta' sempe 
e' 'a mazza 'mmano. 

172. 'O sparagno ò 'o primmo guaragno. 

173. 'O pazzo fa 'a festa, e 'o savio s' 'a gode. 

174. 'O panno fino è fatto p' 'o povero ommo. 

175. Crai, rice 'a curnacchia. 

176. Chi rorme nu' piglia pisce. 

177. È meglio 'nu ciuccio vivo, ca ciente retture 
muorte. 

178. Chi campa r' entrata, campa penato. 

179. 'A Cora è a chiù brutta a scortecà'. 

180. Napulitane larghe 'e vocche, e stritte 'e mano. 

181. Chi rorme nun pecca. 

182. Fa comme t' è fatto, ca nun è peccato. 

183. Chi tene 'a core 'e paglia, sente sempe paura. 



184. Ha perdute 'e vuoje e va trovanne 'e come. 

185. Addò ne' è gusto, nu' ne' è perdenza. 

186. iMeglio l'uovo ogge, ea 'a gallina rimane. 

187. Meglio sulo ca male aecumpagnato. 

188. 'O voje chiamma cornuto a Taseno. 

189. 'O buseiardo ha da ave' bona memoria. 

190. Si aucicUe conosee sse 'o grano, restarriano 
diune tutte. 

191. 'O sazio nu' erere ó riuno. — Lu riunu nu' crere 
a lu malatu, — aggiungono in Tegiano. 

192. L'uommene nu"" se mesurano a palme. 

193. 'E dete r' 'a mano nu' so' tutte soece. 

194. Mare chi porta 'a cammisa d' 'o 'mpiso. 

195. 'A vorpa quanno galline e quanne scarrafune. 

196. Nò carcere ne galere cacciano uommene da bene. 

197. Neseiuno nasce 'mparato. 

198. Ogne nureco vene ó pettene. 

199. Pazzie 'e mano pazzie 'e villano; pazzie 'e pieri, 
pazzie 'e cavaliere. 

200. A chi nu' le piace 'a carne r' auneechia , se 
mangia chella 'e voje eh' è chiù tosta. 

201. Se sa dove se nasce, e nu' se sa dove more. 

202. Sureo cummoglia surco. 

203. Casa quante copre, terra quanto scopre. 

204. Sulo à morte nu' nee remmerio. 

205. Vizio 'e natura 'nfi' à morte rura. 

206. Armammece e ghiate ! 

207. Chi vo' fa erede, 'neigna da la fcmmcna. 

208. Muorto 'o criaturo nu' simmo chiù cumparc. 



209- Vo' caccia' 'a castagna r' 'o fuoco e' 'a mano 
'e l'aute. 

210. Chiacchiere e tabacchiere 'e legnammo 'o Banco 
'nu' ne 'mpegna. (Banco della pegnorazionc in Napoli). 

211. Vota 'e pisce ca s'abbruciano. 

212. Duormc e' ''o zelluso , 'e magne e bive e' 'o 
ragnuso. 

213. Tante vote va 'a lancella int' ó puzzo, 'nfì' 
che nce lassa 'a maneca. 

214. Fa acqua 'a pippa. 

215. Stare cu' duje pieri int' a 'na scarpa. 

216. 'O potecaro chello che tene te venne. 

217. Mercante falluto nu' bada a 'nteresse. 

218. 'Ncoppa ó cuotto acqua vulluta. 

219. Quanne si' martielle e tu vatte ; q nanne si' 
'ncunia e tu statie. 

220. Cumpatisce sempe chi è 'mpiso. 

221. Chiagnere muorte, so' lacremc pcrze. 

222. Sciorte e cauce arreto, viato chi n' ave. 

223. Mare chi more e paraviso nu' trova. 

224. Chi r' austo nu' s'è vestuto, 'nu malanno r' 'e 
venuto. 

225. 'A jallina nu' fa' majc rojc ove. 

226. Addò femmena che n' ha fatte figlie. 

227. Nu' nce i' ne pe' denarej ne pe' cunsiglic. 

228. Nu' ne' è cosa chiù sporca d' 'e recchie d' 'o 
confessore. 

229. Se sa addò se nasce, e nu' se sa addò se more. 

230. 'O miedeco piatuso fa a chiaja vermenosa. 



'i^- 



k 



231. Tale arbero, tale frutto. 

232. Chi me vo'' bene, appriesso me vene. 

233. Chi scava, trova; e chi rorme, se sonna. 

234. Mena pane a chi te jetta prete. 

235. Nu' ghi' maje addò nu' si' chiammato. 

236. A chi rice 'e fatte 'e Taute, nu' dicere 'e tuje. 

237. Prommette certo, e vene meno sicuro. 

238. 'Mmidia e nu' pietà. 

239. Trica e venga buono. 

240. Chi nu' fatica, nu' magna. 

241. L'arraglià' d' ""o ciuccio nun arriva 'ncielo. 

242. Chi coffeja, se confessa. 

243. 'O cielo addò vere 'a neve, spanna 'o sole. 

244. Chi tene renare ha sempe ragione. Chi nun 
tene renare ha sempe tuorto. 

245. Ama l'ommo e' 'o vizio sujo. 

246. Si 'e savie nu' sbagliassero maje , 'e pazze se 
'mpcnnarriano. 

247. Chi fa 'a legge l'ha da respettà'. 

248. 'A rrobba nun è 'e chi 'a fa', ma 'e chi 'a gore. 

249. 'O lupo nu' se magna ó lupo. Cuoreve e cuo- 
reve nu' se cacciano l'uocchie. 

250. 'O cortiello ferisce, e 'o fotero accusa. 

251. Fa chiano pe' fa' priesto. 

252. Fatte desidera', si te vuo' fa' ama'. 

253. Chello che vene 'e ruffa e rafia , se ne va 'e 
buffa e baffa. 

254. Ha cchlù ragione chillo ch'accire, ca chillo che 
è acciso. 



— II} — 



255- 'O cane mozzeca ó stracciato. 

256. Abbesogna taglia' 'ntrunco, pc' sana' 'no ram- 
mule seccato. 

257. Haje da senti' 'o justo e 'o peccatore. 

258. D' 'o panno fino nce sta scmpe 'o chiù fino. 

259. Chi nu' sente ragione, e pazzo. 

260. Chi nasce p' 'a forca, nu' more pe' mare. 

261. Male e bene a fine vene. 

262. 'O puorco s'accide 'nfamiglia. 

2^3. Femmene vrenzolose nu' fanno maje 'e spose. 

264. Quanno nu' costa niente, ugne pe' tutto. 

265. ""A mano dritta se serve d' 'a mancina. 

266. 'O diavulo nun è tanto brutto comme se dice. 

267. Uommene 'e vino, diece a carrine. 

268. Chello che esce è peccato^ nu' chello che trase, 

269. Chi 'mmasciata te porta, 'ngiuria te vo' fa'. 

270. Dimme a chi si' figlio, ca i' te dico a chi so- 
miglie. 

271. Chi cagna 'a via vecchia p' 'a nova, sa chello 
che lassa e nu' sa chello che trova. 

272. Fatte 'o fatte tujo, e vi' chi t' 'o fa fa'. 

273. 'O busciardo ha d'avo' bona memoria. 

274. Faccia senza colore, o latro o tradetore. 

275. A casa 'e puveriello nu' nce mancano trozzole. 

276. Chi tene che magna', nun ave a che penzà'. 

277. 'O ciclo chiudo 'na portella e arapc 'nu por- 
tone. 

278. Tu te mangc 'e mele ajctancllc , e a me se 
jelano 'e riente. 



JÌS 
114 — 



279- Se canta quanno se vene d' 'a festa, nu' quanno 
se va. 

280. 'Nu male juorno, porta 'na brutta notte. 

281. Quanne duje se vònno, ciento nu' nce pònno. 

282. 'E denare acconciano tutt' 'e guaje. 

283. Troppe tarde cantaste 'o miserere. 

284. Tre so' 'e poticnte : 'o papa, 'o re, e chi nun 
tene niente. 

285. Da cà a dimane nasceno ciente pape. 

286. Penzammo ó granne, ca ó piccolo nce simmo. 

287. Sia fatta 'a volontà 'e ajère, ca ogge è passato. 

288. Cuofene saglie e cuofene seenne, l'anema mia 
Dio s' 'a piglia. 

289. Furia francese, ritirata spagnola. 

290. Primma t' aggio 'a 'mparà' e po' t' aggio 'a 
perdere. 

291. r me chiammo cannavaccio (0 alacelo), nu' 
me 'ntrico e nu' me 'mpaccio. 

292. Fammc fattore pe' 'n anno, ca me faccio ricco. 

293. Magna a gusto tujo, e vieste a gusto 'e Tate. 

294. Tre cose nu' se pònno annascondcre : tosse, 
rogne e ammore. 

295. Ne sa chiù 'o pazzo à casa soja , e' 'o savio X 
casa 'e Tante. 

296. Chi troppo fatccaje, int' ó sacco s' attcrrajc. 
2^7. Ciii troppo mangia s' atioca. 

298. Acqua che scorre nu' fa payra. 

299. Una cosa nce vò pe' essere ricco : o nasceta, 
'l^ o pasceta o 'na bona 'ncornatura. 

— 115 — 



300. Lassa correre 'o murino comme va. 

301. Tira chiù 'nu pilo, ca ciente vuoje. 

302. Quannc ""a veciiia bave bene , 1' addore te ne 
vene. 

303. Nir manna' vescuotte a chi nu' tene ricnte. 

304. Fcmmene e denarc hanno 'a passa' pe' una 
mano. 

305. Quanno 'o mare sta 'ntempesta , tutt' 'a pur- 
caria assomma ""ncoppa. 

306. 'A votta dà chello che tene. 

307. Nesciuno te rice : « Lavate 'sa faccia^ ca pare 
chiù bella 'e me ! ». 

308. ^^arva bona 'nzaponata, è me/ca fatta. 

309. Si chiagne mo', quanno te mmarite ride. 

310. Puozze muri' 'e sapeto, pecche t'attierre 'a dom- 
mcneca, e i' te vengo a truvà' 'o lunedi. 

311. Quanno 'o tavernaro sta mmocca à cantina, 
into nu' ne' è nesciuno. 

3 1 2. Quanno 'o bastemiento spare , segno che vo' 
ajuto. 

313. A ppilo a ppllo addlventa zella. 

314. 'A cuniìdenza è 'a mamma d' 'a mala creanza. 

315. 'A crianza 'e bona tridece mise 'e Tanno. 

316. Nu' po' conoscere 'a pace chi n'ha pruvnta 'a 
guerra. 

317. L'ammore nu' s'accatta e nu' se venne. 

318. Veata chella casa, che nce trase 'na chiereca 
rasa. 

319. Ringrazio 'nu puorco pe' 'na cogliandra. 



\i6 — 



p 

320. Faje 'o sorece d' 'o spezziale , alliccile 'a fora 
a vetrina. 

321. Tre rarità tene Nola: 'o pùrpeto uno piezzo, 
'e campane senza battaglio e sonano , e 'e ffigliole 
zetelle, che beneno a fa' 'e nutricce a Nnapole. 

322. 'A mogliera d' 'o latre nu' sempe sciala e ride. 

323. Chi corre 'e pressa, more 'nuoce. 

324. R' 'e renare d' ausuraro se ne vere bene ^o 
sciampagnone. 

325. A reto me taje muri''; à nanze me faje fui', A 
^^ reto, bene mio; à nanze, Gesù e Maria ! 

326. Male e bene a fine vene. 

327. S' è aunita 'a funa corta, e ""o strummolo a 
tiriteppete. 

328. 'A funa è corta, e 'o puzzo è futo. 

329. 'E denare 'i nfinfirinfl, se ne vanno nfanfaranfà. 

330. 'Na femmena e 'na papera facettero arrevotà' 
Nnapole. 

331. Dini' ò vino se rice 'a verità (In vino vcritas). 

332. Vuò 'nzcrrà' 'a stalla , quanno so' fujute 'e 
ciucce, o 'e vuoje. 

333. Nu' sempe lilla folla e cecoria canta. 

334. Festa 'n-chiesa, e remmore 'n-cucina. 

335. E va bene! recette Don Matteo, quanno ve- 
rette 'a mugliera prena. 

336. E n' avimme uno! recette chillo che cecaje 
l'uocchic a mugliera. 

337. Chi prcreca a lu deserto , nce perde lo ser- 
mone. Chi lava 'a capa a l'aseno, nce perde lo sapone. 



117 



blp 



(Son quinari doppi , che tradiscono 1' origine non 
isciiiettamente popolare). 

338. Signò', nu' peggio! decette 'a capa 'e morte. 

339. Nu' chiammà' triste, ca pcjo te vene! decette 
■"a veccliia a Nerone. 

340. 'Ntiempo 'e guerra, chiù buscie che terra. 

341. 'O pustiero te va trovanno e' 'o stampato 
'mmano. 

342. Lassa a fuoco ardente, e curre a partorente. 

343. Chi nu' 'ntenne a mamma e tata, va a muri' 
addò nun è nato. 

344. L'ommo p' 'a parola, e 'o voje p' 'e come. 

345. A sante nu' fa vute , e a criature nu' prum- 
mettere. 

346. Mentre 'a bella se pretenne, 'a brutta se marita. 

347. Vuò mangia' a di' vocche. 

348. He mise 'e campanelle 'ncanna à jatta. 

349. Ammore è cecato , e 'a famma è 'na brutta 
bestia. 

350. Chi fila secca e chi cucina allecca. 

351. Chi vo' grazia a Dio, nu' porta pressa. 

352. Ommo 'nzurato, ommo 'nguajato. 
^^l. A coppa "o cuoreo esce 'a correa. 

354. Xu' tutt' 'e male veneno pe' Nocèra. 

355. Caudara, che si guarda nun bolle maje. Ncasa 
^c piere 'nterra , ca nu' seenne maje {Si dice alla bi- 
lancili). 

)y6. Chi vo' Dio, s' 'o prega. 

357. 'O ciuccio nu' cammina^ si n'abbusca. 



118 



3)8. Mantiene 'o carro p' 'a scesa. Pe' fa cammenà' 
'o carro Tbaje 'a scrognere. 

359. Si nu' nce vide, accattate n' accliiara. 

360. A chi tanto, e a chi niente. 

361. Muscc musce siente, e fruste fruste no. 

^62. 'O cielo te scanze da chelio che manco te 
pienze. 

^6^. N'ora 'e 'usto, cicnt'anne 'e guaje. 

364. Uocchie chine e mane vacante. 

365. 'A palla vecchia caccia 'a nova. 

366. ■'A poreve caccia 'a palla. 

366. Vieste Ceccone ca pare Barone. 

367. 'A gatta pe' ghi' 'e pressa facette 'e figlie ce- 
cate. 

368. 'Na vota l'anno, Dio 'o cummanna, 

369. 'O peggio surdo è chi nun bo senti'. 

370. Pe' mare nu' nce stanne taverne , deceva Pu- 
lecenella. 

371. Ammecizia e primmo amore nu' se scordano 
maje. 

372. Ogne 'mpcdemiento è giuvamiento. 

373. Vaje truvanne miezijuorne e ventiquattore , 
scura-notte e benga sapato. (Si attaglia a' lavoratori , 
che stanno a giornata). 

374. Me pare 'a morte int' à loca {Cioè nd giuoco; 
e suol dirsi a persona brutta). 

375. Chi ha nemice assaje, nu' more majc. 

376. Guardate 'o tujo, e nu' faje latro a nesciuno. 

377. Se respctta 'o cane p' 'o patrone. 



— 119 



378- Chi arrobba poco, arrobba assaje. 

379. Ognuno è ricco à casa soja. 

380. Chi se 'ntrica, resta 'ntricato. 

381. 'A gatta quanno nu' po' arrevà' ò lardo, rice 
ca fete, 

382. Ogne scnrrafoiie pare bello à mamma soja. 

383. Passene Tanne e 'a morte s'avvecina. 

384. 'O cielo te scanza da buono vecino, da caruta 
vascia, da marito 'mbriaco e mogliera gelosa. 

385. Tutto 'o lassato è perduto. 

386. Nu' ve 'ntrecate maje tra marito e mugliera. 

387. Ognuno tene 'a croce soja. 

388. Spisso chiagne 'o justo p' 'o peccatore. 

389. Quanno care 'o ciuccio^ ne levammo 'e fierre. 
Alcuni di questi proverbi! , con qualche variante, e 

parecchi altri si trovano nei due seguenti periodici 
napoletani, ora defunti: 

I. Nel giornale : Lo Nuovo Diavolo :iiioppo e Polecc- 
nelìa , direttore responsabile Domenico laccarino. Il 
primo numero s'inizia, martedì 9 febbrajo 1864; ed al 
numero quinto, anno secondo (5. VI. 6è), si cominciò 
a pubblicare, in quarta pagina, Y Enciclopedia Storica- 
fiìosofica-cìassìca del dialetto napoletano , ad opera dello 
stesso laccarino. Gap. I. 'Detti Antichi, che sono 248; 
Gap. II. Troverbi, 249-434; Gap. ITI. Senten:;e e mas- 
sime morali, 435-546, nel num. 77, an. II, sabato 18. 
Vili. G6. Non mancano delle illustrazioni , e qualche 
motto con la postilletta : « Detto inventato da me 



d 



— 120 — 



laccarino; —Detto mio originale ». Modestia! E che 
giusto concetto delle produzioni popolari ! 

II. Nel Lo Spassai ienipo, vier:(e e prose nove e becchie 
de Luigi Chìurcu^:;} e d'ante. — Napole , Staiiip. de lo 
Progresso (1875-7) ""-im. 809 : Frovìcrbie napolitane, e 
(1880) nuni. 146 : Miiode de dire de lo popolo ìiapoli- 
tano racciiovetc da L. Chiiira:iii. Sono anciie degni di 
nota alcuni paradigmi Sempre tre, a proposito de' quali 
si potrebbe istituir qualche raffronto coi Proverbi Iri- 
tneiìibri napoli toni , pubblicati da B. Croce nel Basile 
(An. I., p. 66-7) eccetera. 

Son troppo facili ad intendersi , e perciò ho vo- 
luto astenermi da qualsiasi glossula. Ben diverso è di 
questi altri (alcuni solo motti o modi dire) in cui la 
faccenda non va, spesso tanto liscia. 

Mettere l'assisa a le ccetrole, arrogarsi un dritto, che 
non ispetta. Sembra d'origine prettamente napolitana; 
e che si rannodi al fatto seguente, ricordato dal Gui- 
scardi (Op. eli. p. 89). Nel registro di Ladislao dei 
1.400, fol. 162, si legge una supplica degli ortolani 
ricorrenti contro il Giustiziere degli Scolari (il Rettore 
dello Studio, che aveva l'uffizio dell'assisa) ed i sei 
Eletti della Città. Motivo, che, contrariamente alla con- 
suetudine, tentarono imporre l'assisa sugli ortaggi, fra 

cui i cedrinoli. Nel diploma si specifica super 

caiiles, lactiicas, pipones, ciiciitias, citrolos, et omnia quae 
comprehendunlttr sub vocabnlo quod dicitnr , Lo Verde. 
Il brano è riportato, benché monco , anche dall' Ori- 
glia (Stor. dello studio di Nap., lib. III, num. 13). 



'N-Catania vai, 'n-Catania vengo. — Si pone in bocca 
alla morte, che tolto ad inseguire un infelice, non gli 
dà mai pace, finche non l'abbia raggiunto con la sua 
falce sterminatrice. Un signore per fuggir la morìa , 
se ne scappò in Catania; ma 11 gli comparve la morte 
e fé' l'intimazione in tuono minaccioso, onde il motto. 
Farmi inutile aggiungere , che essa si suol rappresen- 
tare come una vecchia stecchita, armata di falce. Cosi 
fu anche dipinta da mano di Sant'Alfonso dei Liguori 
(l'autor della canzonetta in vernacolo partenopeo per 
la nascita di Gesù Bambino) , e si vede nella chiesa 
omonima, in Pagani. (V. pure il mio scrittarello : ^4 
proposito di dan:(e macabre, nel 'Basile, an. I.). 

Tene doje facce come San Matteo. Uomo doppio, gi- 
rella e voltafaccia. L'origine è salernitana. Nel domo, ^ 
e precisamente nel soccorpo, sendovi due altari, Y uno ) ] 
al ridosso dell'" altro , vi son due statue del santo , 
ciascuna con la faccia rivolta ad un altare, in guisa da 
trovarsi quasi dorso e dorso. S'ingannerebbe chi cre- 
desse (e potrebbe sembrare, a prima vista) trattarsi di 
una specie di Giano bifronte, o d' un' erme bicipite, 
lacovuccio , nella Coppella, egr. della prima giornata 
del Pent. sclama (^J/^. cit. p. 147) : 

Casa a doje porte, o 'n ommo co" d.ije facce.... ; i 

Una facce da nante, una de reto, ) 

Ed hann'autro a la lengua, antro a lu core. 

Dare '0 sirece 'nterra, ital. dar del culo in sul lastrone o 
in sul pclrone, far bancarotta; essere bancarottiere. L'uso 
è antico. Lo ricorda pure il Volterò nel 'Di::^ionario fi- 

K 



} losofico all'articolo « Banqueroute ». Ecco le precise pa- 
> role : « Le négociant fallito pouvait dans certaines villes 
( d'Italie garder tous scs blens et frustrcr ses crcancies, 
) pourvu qu' il ^' assit le derrière nu sur une pierre en 

^ préscnce de tous les marchands. C'était une dcrivation > 

\ douce de Tancicn provcrbe romain, solvere ani in aere, \ 
>. ani in ente, pa_ver de son argent ou de sa peau >>. Tra 
^ di noi vi fu una prammatica: T)e cessione bonoriun, in 
) data 7. IV. 1546. In esecuzione di questa, Don Fer- 

\ dinando de Figueroa, Reggente della Gran Corte della [ 

\ Vicaria, fé elevare una colonnetta innanzi alla porta \ 

^ del palazzo di Giustizia , in Castel Capuano. Un de- )^ 

\ bitore decotto , che voleva evitare il carcere , doveva j 

\ cedere i suoi beni , battendo tre volte cow le natiche \ 

) ignude, pubblicamente, sulla pietra del vitupero. Di qui > 

\ fare :(ita bona, corrotto di cedo bonis. Nella citata pram- \ 

^ matica, ritenendo sconveniente un simile costume , si > 

ordinò che il debitore, fatta la cessione dei beni se- ) 

gretamente alla banca del mastrodatti, montasse su ) 

questa pietre, tre palmi alta dal suolo, ripetendo, tre ) 

volte, ad alta voce se bonis snis cedere, mentre il ban- \ 

ditore annunziava quest'atto d'umiliazione. E l'epigrafe ) 

sculta sul piedistallo della colonna (che ora si trova ) 

nel museo civico di S. Martino) conchiude : « Ut qui ( 

eo posthac benefitio uti volent. Saepius hic iterato ; 

spectaculo, id commodum magno cum opprobrio com- \ 

pensent ». (V. Guiscardi, Neapolilana, p. 14-5). l 

Ne l'uso è puramente locale. Se ne fa menzione ) 

negli statuti di Firenze, Pavia, Casale, ÌVIonza, Como ecc. l 
:> d 

— 123 — 



e non sarà fuor di luogo riportare anciie questa ci- 
tazione: « .... se concusserit seu crolaverit super lapidem 
broleti Cumarum, super quo concionatur , in camixia 
tantum et non cum sarabula, et ter vel quater dederit 
de.... super lapidem pubblice in conclone Cumarum, 
et crolaverit secundum formam proximi statuti inferioris 
facti M. ce. IX ». Del resto non deve recar meraviglia 
tal giusto rigore contro i debitori. Ognuno ricorda 
il monito delle XII Tavole, il fatto del Mercante di 
Fene:(ia, eccetera. In Norimberga vi è un Nasendntcher 
(schiaccianaso), specie di feretro assai angusto in cui 
si chiudeva il fallito morto; ed in alcuni luoghi della 
Sardegna s'impediva la sepoltura del cadavere, finché 
non si fosse pagato. Vedi qualche altra notizia nello 
Archivio delie Irad. pop. (voi. II, 442 ; IV, 285), ec; 
ma, ormai, e tempo di tornare a bomba, come suol dirsi. 
Fiire 'e piilece Imiino la tosse, proverbio riferito anche 
nella 'Ktrodiii~eioìie de la jornata I del Pentameron (voi. I 
p. 15, ediz. Porcelli). Fa strepito, chi men dovrebbe; 
chi non ha voce in capitolo. Il romanesco Gioacchino 
Belli scriveva : 

Chi nnasce in cuesto menno senza er titolo 
O dde papa, o dde re, o dd'imperatore, 
Cquello nun pò' ave' nimai vosco in capitolo. 

Puri li puddici ani la tosse, fa da titolo ad un sonetto- 
dialogo contenuto nello scomunicato opuscoletto : — 
« Chiafeu ri Chiafcu, Friseddi ri Carajesima. A lu Paisu 
malirittu. Stamparla ri la ragionu ri Binirittu Capu- 
tuostu, 1888 » — in vernacolo tegianese. 



Passa 'a vacca. Si suol dire, facendo un segno sulla ) 
bocca col pollice e con l'indice aperti, come, se volesse \ 
dire: da quia qui vi san cento miglia! In altri termini, ) 
non ho nulla. Negli Itaìienische Spri'iche gesanunelt und } 
itbersel:{t von A. %. Chwatal (Magdeburg, 1887), n. 754, \ 
è reso in tal guisa : — (( Die Kuh geht vorùber (welche > 
in Neapel vor dem Hause eines jeden Milchkiiufers ^ 
gemolkcn \vird), ^vill sagcn : Kein Gold im Hause ». S 

E che so fatto cane ? Chille so' perucchie tante rimo! ) 

Un mendico stava al sole , e si cercava Passa un ( 

quidam, e gli dice : (( Si cerca le pulci ! » E lui, di re- 
plica : « Che so' fatto cane ? Chille so' perucchie tanto 
l'uno! » Il motto, quantunque ancor vivo, è antico. 
Re Lodovico di Francia redarguì un mal destro cor- 
tigiano , che gli avea detto avere addosso una pulce. 
« Dunque mi vorrai tu fare un cane? » (Domenichi, 
Facetie , motti et burle , Vcnetia , 1571 , p. 32-3). Lo 
racconta pure il Zezza. 

L'asene de Gragnano sapevano Lettere. Frase di Giulio 
Cesare Cortese , a principio del primo libro de Li 
Travaglitise Ammnre de Ciiillo e Penìa, ormai divenuta 
proverbiale, tanto più, che si presta al doppio senso. 
Fu ripetuta anche dal Lombardi nella Ciitcceide. Natu- 
ralmente, volendo giungere a Gragnano, bisogna pas- 
sare per Lettere. 

'Ntiempo V necessità, ogne pertuso ù piioiio. Si può 
ravvicinare all'altro: « Ogni acqua leva sete ». Al cui 
proposito mi soccorre una facezia. San Bernardo, o non 
so chi altro volea convincere i suoi monaci, non dover ) 



— 125 



bazzicare nel convento nessuna donna, fosse anche la 
tisica, sbilenca, sccrpcllata lavandaja. Ordina al cuoco 
di apparecchiar delle vivande ben condito di sale, delle 
acciughe in salamoja, e simili. Poi fé' chiudere pozzi 
e cisterne. Solo in un corridojo lasciò in un testo del- 

< l'acqua lurida, nella quale si erano risciacquati i panni. 

^ Di notte, quei poveri fratacchioni, arsi, assaliti da una 
sete canina, e chiusi in convento , furono costretti a 
bersi quell'acqua stomachevole, onde l'origine del pro- 
verbio: la dimostrazione, che il sor priore avea ragione! 
Cì)i troppa 'a tira, 'a spe:i:^a. Poco diverso dal: « Chi 
troppo vuole, tutto perde », illustrato dal Guicciardini 
ne' Detti et Fatti piacevoli et gravi di diversi principi, 
filosofi et cortigiani (1569) p. 35. Ed anche per que- 
st'altro . « O tu, i', o isso » si può cavare l'illustra- 
zione dell'istesso autore (p. 21). Antonio Marino, con- 
dannato a morte in Turchia, per omicidio, cercò pro- 
crastinar Tesecuzione, sotto pretesto che avrebbe inse- 
gnato a parlare il regio elefante. Ottenne dieci anni 
di dilazione. E redarguendolo gli amici , essere ciò 
impossibile : « In tanto tempo, o morirà il signore, o > 
io, o l'elefante ». \ 

Orecchia manca, core franco; orecchia dritta, core af- ] 
fritto. Ciò riguarda, quando udiamo cornare le orec- 
chie, il sordigìino. Se ci casca qualcosa di mano, è 
qualcuno lontano, che parla male di noi, o ci nomina. 
Volete indovinare chi è stato? Se è l'orecchio sini- 
stro , cominciate a nominar tutti i vostri amici , ed il 
zufolo si ferma al nome di quel tale. Se il dritto, ri- ^ 



126 



cordate i nemici ; e la ricetta non muta. Su per giù, ) 
lo stesso si ripete degli occhi: « Uocchio dritto, core l 
affritto : uoccliio manco, core franco ». Son le palpe- 
bre, che battono. 

Me pare 'nii snulo La:^^aro. Si suole esclamare, ve- 
dendo qualcuno carico di piaghe. Quando ci fu re- 
galata la lebbra , molti invocarono l' ajuto del santo 
evangelico; e da lui intitolarono uno spitale e l'ordine 
cavalleresco ospidaliero. Di qui derivano i nostri la:(^ 
:;;ari, a principio vestiti solo di una camicia e calzoni 
di rozza tela, come gl'infermi di quell' ospedale. E si 
dice , che assumessero tal nome al tempo de'' viceré 
spagnoli (cfr. de Bourcard, op. cit. II. 6). 

Tre cose fanno guerra a li vìecchi : catarro, caduta e 
cacarella ^) . È ì\ diciannovesimo dei proverbi trimembri 
nap. pubblicati da Benedetto. Croce nel Basile (I, 66), che 
li trasse da un zibaldone ms. di un tal Luca Auriemma. 

Passaro viecchio nu trase 'ngojola. Lo pronunziò il 
principe di Salerno, quando non si lasciò vincere dai 
finti inviti di Re Ferdinando, in occasione della con- 
giura de' Baroni. Tal proverbio fu illustrato da A. 
C. Casetti, Un gru:^:;;olo di proverbi leccesi. (Lecce, Tip. 
Garibaldi, 1873), p. 17-8. 

Gomme cocona canta (0 'ntrona) chisCanno nu pigliam- 
mo pasca. Si rannoda alla seguente Htcezia : 

Non so qual parroco taccagno, invece di valersi d'un 
lunario, pose in una zucca vuota tanti semi quanto 
erano i giorni da quello delle Ceneri a Pasqua. Eran 
di quelli che, per lo più, da noi, si mangiano infornali, 

\ 

127 



formando 'o spassntiempo. Il reverendo se ne speiittliava 
uno ogni giorno, per tenere il conto esatto. Ma un suo 
nipotino, allo scopo evidente di recargli piacere, alla 
insaputa, prese una manata di semi, e la pose in zucca, 
onde scuotendola e trovandola quasi piena, notificò ai 
parrocchiani, che ci sarebbe stato da aspettare un bel 
pezzo pria di venir la santa Pasqua. 

Credere d'essere arrivalo a Chiiiiiio ». Montagna, che 
mena a Tramonti. Chi 1' ha superata , crede d' aver 
fornita la salita; ma, giuntovi, si avvede, che gli resta 
ancora molto da far per giungere al vertice. Insomma, 
si dice di chi crede d'aver raggiunto la sua meta; ed 
invece e ancora a principio dell'erta! 

Conoscere la Mecca e la Lecca. Saper tutto. Non bisogna 
essere uno Strabene per conoscere la Ai^rr^. L'altra è- 
un nome immaginario, inventato per pura assonanza. 

l>le sape quanUt In demmonio , e chiù ca iiiC seppe 
Scaccinopole da Surrìento. È nella Pistola in Uncina 
napoletana, attribuita al Boccacci; e di cui, poco fa, il 
barone Guiscardi ha fornito una ristampa con dotte 
illustrazioni. Scaccinopoli sta nel senso di uomo astuto, 
scaltro; che sa superare imprese diiìicili. Vedi a tal < 
proposito il mio scrittarello inserito nel Basile (II, 25-6). 

San Luca Vha pillata. Vuol dire, che e molto bella. 
Narra la leggenda, che questo santo ritraesse, stupen- 
damente , dal vero la Madonna col figliuolo. Ciò al 
tempo di Niceforo, patriarca di Costantinopoli. (Cfr. 
Breviarìum Hisloricorurn, Amsterdam, 161 6, in-4°). 

Chi dona caro venne, 

Ifb ^^^ 

— 128 - 



m 



JLP 



E chi te dà' chiù che non pale, 

t'ha 'ngaiinato, o 'tiganmtre te vale. 

È riferito anche nel Lo Specchio \ de la Cevertà \ o 
siano I schi:(^e morale \ aliasse | io \ Galateo Napoletano 
I pe' chi vo' ridere, e 'mpararese de crejan:;a \ de Nicola 
Vottiero I Napole lyS^ \ IsLnc la Stamparla de Giuseppe 
I Maria Porciello \ Gó" llicien:^eja de li Superejtire \ Si 
vende nella medesima Stamperia accosta la \ porta piccola 
di S. Ligiioro grana 20 sotto il N.° XXI Ave' riale. È 
la prima edizione, e perciò ho voluto descriverla esat- 
tamente. 

Ghi lappa, si veve V acqua ; 

Ghi fila, se veve '0 vino. 

Cioè chi fa molto, ottiene meno. Si racconta d'un 
tale, che, avendo occupata non so qual carica in un 
paesello, aveva riscossi gli applausi di tutti. Gli suc- 
cesse un amico, il quale, pria di assumer le funzioni, 
gli chiese il segreto per cattivarsi la benevolenza dello 
instabil volgo. Promise; e già si era al giorno della 
partenza, e nulla gli a^ ea confidato. Non mancò il solito 
accompagnamento di carrozze; ed egli lo volle condur 
seco. Si giunse quasi al confine, dove, proprio in mezzo 
alla strada , si notava un enorme sasso, che formava 
un intoppo al libero passaggio delle carrozze. Al no- 
vellino fece impressione; l'altro se ne avvide, e con 
tono amichevole gli disse: — «Collega, nei parecchi anni 
che sono stato qui, non ho mutato nulla: fin questo 
sasso è al suo posto, come lo trovai ! » — Allora capi 
l'antifona. 



Qualcosa di simigliante si attribuisce anclie a Nicola 
Valletta. Solo qui si tratta d'un preterello fatto vescovo, 
e d'un grosso Cristo esistente alla Pietra-del-Pesce, in 
Napoli. Ma la conchiusione è la stessa. 



130 — 




GAP. VI. 

USI MARINI. 




' ALTRO giorno, si varava un bastimento mer- 
cantile ; ed io volli andare a veder questo 
spettacolo. Era un bel mattino autunnale . . ; 
ma rinunzio volentieri al piacere di descri- 
vervi la festa , la folla , il concorso di sim- 
patiche pulzelle e di leggiadre signore. 

Qualche di innanzi s' era praticato il battesimo di 
rito. Un sacerdote in istola vi aveva adempito, impo- 
nendogli anche il nome. Suol derivarsi da quello di 
persona prediletta o si ripete addirittura il cognome 
di chi ha maggiore parte nella costruzione: 'o Cafiero, 
la Ciampa Emilia. Ordinariamente si suol fare a ca- 
rati; e ciascuno concorre per la sua o per le sue quote. 
Ora il legno si trovava nello scalo, quasi prossimo 
al momento solenne. Già si cominciano a tórre, a 
colpi di martello, i puntelli che lo sostengono; e si 



— 131 



affida solo alla invasatura, con la quale dov'essere lan- 
ciato neWcqiiorco piano, gergo poetico ! 

Tutti gli animi sono sospesi. Si recidono le trinche. 
All' ultimo puntello, si grida : « Fora castagna ! » Cui 
il costruttore risponde : « 'O masto ha perduto 'a cuc- 
cagna ! » Per chi noi sapesse, castagne e castagnole, son 
due pezzi di legno , che servono a mantener frenato 
il bastimento quando si vara. 

Già si muove ; già cominciano i battimani , ed a 
sventolare i fazzoletti. Già alcuni della folla hanno 
gareggiato per istrappare il cappello all' armatore ed 
al capitano. Scena , — a dir vero , — forse , poco 
consentanea a monsignor della Casa ; ma che pure 
trova la sua spiegazione nell'uso popolare. È una forma 
di augurio ! Come il bastimento felicemente è giunto 
ad inoltrarsi nell' ìiifìdo elemento (gergo arcadico !), 
chi avea strappato il cappello si presenta a' rispettivi 
possessori , e chiede loro il regalo. E accaduto tal- 
> volta che qualcuno o distratto , o perchè non inteso 
dell' uso^ vedendosi spiccare brutalmente il cappello , 
invece di regalare, ha risposto inquietandosi, o tirando 
qualche scappellotto, o ceffata. E basti di questo ! 

Fra le sei e le otto della sera, sono, come si dice 
volgarmente , 'e doje ore cf 'l» capitone dell'equipaggio. 
In questo periodo, ognuno fa ciò che vuole; ciò che 
gli accomoda , gli talenta. Si diverte a suo benepla- ( 
cito ; si sfi~ea (per adoperare un bel vocabolo parte- \ 
nopeo) come meglio gli pare e piace. 

Ma, al primo tocco delle otto , il ragazzo sclama : 



132 — 



(f Tre aummarie pe' nave ». Id est, per le altre navi. 
E il timoniere risponde : « Singo (sia) 'o bemnie- 
nuto ». Allora tutto V equipaggio passa a poppa. Il 
nuovo timoniere , andando a prender questo posto , 
risponde: « Sia e' 'a bona ventura! ». Chi è rimpiaz- 
zato lo contraccambia: «Salva e sicura». Anzi il 
nuovo timoniere aggiunge : « 'Na salvaregina à Ma- 
donna d' 'o Lauro ; 'nu paternostro e 'n' aummaria ó 
priatorio, che nei accumpagna ! ». 

Giacché siamo a parlar di usi, consentite che io ^ 
ne riferisca uno antico, ora dismesso. Come in tante 
altre cose, anche in marina vi è unr. scala ascendente, 
da mozzo a capitano. Uno degli uffici del raga^^xO è 
di lavare i piatti ; del giovanotlo di riempirli col cuc- ( 
chiajo. Ebbene, quando uno , anticamente, passava da i 
giovanotto a marinajo, il capitano se n'andava a prua; l 
e trovandolo che lavava i piatti , gli diceva : « Giù- < 
vano', posa 'a cucchiara ! » Ed egli umilmente : « Ca- ^ 
pìtà', i' nu' so' degno ! Aggio 'a fa' pe' 'n ato dieci ( 
anni 'o giuvenotto ». « Io t'aggio ditto, giuvenò', posa ) 
'a cucchiara! » — « Capita', i' nu' so' degno! » Final- '^ 
niente il Bealo (il più antico de' marinai, cosi detto, ( 
per rispetto), s'accostava in tono autorevole : « Mena ) 
mo' ! Ubberisce ó Capitano ». V. lui : « Chello , che 
cummanna 'o Beato ! » Posava il cucchiajo, e veniva 
promosso a marinajo. 

In diebiis illis, l'equipaggio era ricompensato pro- 
porzionatamente secondo il guadagno, non a mesate, 
come oggigiorno, lìssendo comuni gì' interessi , cia- 



Jì« 



scuno ambiva comandare; ed in tutto si doveva pro- 
ceder d' accordo. Spesso il Capitano era costretto a 
fare eseguire delle manovre sbagliate per pura com- 
piacenza. Cosi accadeva talvolta che mentre il vento 
si rinfrescava ed approssimava la tempesta, il Bealo, 
da prua tirava dritto a poppa; e diceva : « Capita', mò' 
avimmo 'a tene' (far resistere le vele al venlo). Ogne 
miglio va pe' ciento; e ogne marenare va pe' quatto 
(dobbiamo profitlar del tempo) ». E il Capitano, alla sua 
volta : (( Clì' avimmo 'a fa', Beato? « — « Avimmo am- 
maina' 'o laccio 'e maisto ; e avimmo 'a tene' chillo 
'e trinchetto ->. Regolarmente s' avrebbe dovuto pra- 
ticare il contrario. Ma il Capitano, per la solita condi- 
scendenza, rispondeva: « C****, rice buono 'o Beato ! ». 
E il resto dell'equipaggio, tina voce dicentes : « C****, 
è stato a senti' 'o Capitano ! ! » 

Passiamo ora al cosiddetto uso d' 'o riimmaglio. 
Accade du' volte. Quando i carpentieri finiscono di 
inchiodar le tavole da fuori al bastimento , e quando 
si alza la ruota di poppa e di prua. 

Comincio dalla prima. Allorché i carpentieri han 
finito di cingere di tavole lo scafo ed il guscio del 
bastimento, si fa un po' di festa, in segno d'augurio 
agli iniziatori del nuovo dominator delle onde. Si ab- 
bozza, a forma di bastimentino, un pezzetto di legno 
qualunque; s' inghirlanda di ramaglielti (chiedo venia, 
d'adoperar questo bel napolitanesimo) di fiori ; ed in 
parecchi si porta a casa del primo armatore. Che al- 
legria ! Che schiamazzo ! Che baldoria , per istrada ! 



c'itm- 



1)4 — 



Si sparano anche dei maschi e dei saltarelli. Vicino 
al palazzo del sor armatore due o tre colpi più so- 
lenni. Egli, naturalmente, è apparecchiato a ricever la co- 
mitiva. Si va sopra, e non mancano delle cerimonie dal- 
l'una e dall'ahra parte. Vi è posto per tutti. E quando 
i maestri ed i capi maestri si sono seduti ^ il ragazzo 
(che ha portato il simulacro del futuro bastimento), 
e il caposquadra ne tolgono un ramaglietto e lo pre- 
sentano all' armatore , beneaugurando. Se costui ha 
un figlio d' una certa età e di qualche conto , gli si 
presenta un secondo , coi più lieti auspici. L' arma- 
tore , per mostrar la sua gratitudine ed il suo gra- 
dimento, prendeva, una volta, dieci o venti piastre; 
ora, de' pezzi da cinque lire o de' napoleoni, secondo 
la sua condizione e la sua liberalità, e li pone su quel 
pezzo di legno , dovendoseli poi dividere proporzio- ( 
natamente fra loro. Oltre questo , non vi mancano \ 
mai dei regali : prosciutto, caciocavalli, vino, dolci, e \ 
che so io ! Trascorse alcune ore allegramente ; e ri- 
petuti gli auguri, si va via. Il simulacro talvolta si 
lascia , talaltra si riprende. E non di rado si riporta 
alia marina, e si spacca come legno inutile. 

Passiamo al secondo riimmaglio. Si usa, quando è 
finito il calafataggio del bastimento. Ne si ricorre al 
pezzetto di legno ; anzi ad un mazzo di stoppa inca- 
tramato. Si recinge di iìori ; e talvolta belli , se la 
stagione si presta. Nel restante somiglia all' uso an- 
tecedente. 

Si ha un'altra festicciuola, quando s'alzano le ruote 



— ir> - 



p^' ' "M 



del bastimento. V'ò gran piacevoleggiare , grande al- ì 
legria e grande sparo. Non vi mancano i soliti re- \ 
gali in danaro; un lauto asciolvere, con vini, dolci, e ) 
non di rado, anche una sporta di magnifiche sfogliate | 
delle nostre monache di Carotto. 

Ma il meglio 1' ho dimenticato , o per essere più 
esatto, l'ho lasciato in fine . . . didcior in fiindo, la be- 
nedizione del bastimento. 

Al mattino del varo, quando tutto è pronto, e già 
si sono tolti i puntelli, il capomaestro va vicino alla 
ruota di poppa e con un' ascia (specie di scure) lo 
benedice. Prima fii una croce con l' ascia , dicendo : 
« 'Nomme d' 'o Patre, d' 'o Figlio e d' 'o Spiritosanto. 
Beneritto Dio, ch'ha miso 'ncapo ó Capitano 'e fa' 'stu 
bastemiento. I' benerico chella prima vota , eh' è be- 
nuto 'o legnammo 'nterra à marina. F benerico 'ngro- 
lia e 'o punto , quanno avimmo alzato 'o primmo 
quinto. Beneritto 'ngrolia e 'o punto, quanno avimmo 
miso tutt' 'o cuorpo dinto (// corpo dd bastimento). Be- 
neritto 'ngrolia e 'o punto, quanno avimmo alzata 'a 
primma centa »... 

Cosi continua per l' intavolato e le altre parti. Fi- 
nalmente conchiude : « Puozze i' a levante e 'a mezo- 
juorno, e 'a tramuntana, e puozze passare tutte le i\c- 
scrazie; e l'urtema fosse chesta cc\ ». 

Dopo, dà un colpo con Vascia, fino alla rota di poppa. 
Indi un marinajo cala una fune per dentro alla ti- 
moniera del bastimento ; v' attacca l'ascia e la tira in 
coverta , dove rimane per l' uso del bastimento. Il 



? 

i Capitano regala un pajo di napoleoni al costruttore. ) 
) Non vi mancano anche delie barche adatte per i viaggi \ 
( più vicini , mentre i bastimenti corrono 1' alto mare, l 
) Comunissimo è il traffico , quasi giornalmente , con ) 
^ Napoli. Anche queste si battezzano, e s'impone loro { 
\ un nome qualunque : 'a V\Conarca, \i Sfoglia'.eìla. \ 

Nel guadagno si suol andare a parte, essendosi per ì 
lo più in tal guisa costruite. A proposito delle gra- '-, 
vezze loro imposte , mi piace riferire alcune parole ) 
d' un diploma di Giovanna I sui dazi di Sorrento. \ 
« In primis prò quolibet rotulo carnium recentium vel ^ 
salitarum, lardi, arsungie et casei, qui venditur ad minu- 
tum in Surrentoetcasalibus planitiei exigatur ab emptore, 
recipiendus per venditorem ultra assisium denarius unus». 
Indi discorre particolareggiatamente delle barche. 
« Item prò qualibet Barca de fera vel de alia qua- 
litate de Surrento illius scilicet qui habitat intra muros 
Civitatis Surrenti, que navigat a Surrento vel Neapoli 
usque Messenam, Salernum vel citra solvantur, prò 
quolibet viagio, grana auri sex. Si vero barca ipsa ultra 
Messenam vel Salernum navigaverit , solvat prò quo- 
libet viagio tarenum unum et medium. l£t si fuerit 
Vicum seu ad Castrummaris vel Caprum, solvat prò 
quolibet viagio grana duo». Eccetera, eccetera. Tal 
dritto , che si doveva pagar dalle barche , dalle felu- 
che e dai bastimenti sorrentini, in proporzione della 
lunghezza o meno del viaggio si chiamava falan^^af;gio. 
In un diploma di Re Ferdinando del i. VI. 1465, la 
misura era cosi determinata : 



— '37 ~ 



^ « Item prò qualibet barca portate vegetum decem i 

\ infra accedente ad Neapolim, Salcrnuni vel Misenum, i 

<. teneatLir solvere prò quolibet viagio gr. io (cap. vj) ». \ 

Cosi « prò qualibet sagittia vel portate vegetum de- < 

cem sghiffo ultra faciente viagium Neapolim , Saler- ^ 

num vel Misenum» grana quindici. Se invece, « por- ; 

tante ultra vegetes decem ultra Salernum , vel ( 

Misenum prò quolibet viagio, tarenos duos cum j 

dimidio ». Cosi un tari e dieci grana « prò qualibet < 
barca de portata vegetum decem infra faciente viagium ì 
infra Salernum vel Misenum » {cap. vij-viij). 

E dopo questo po' di lalUionim, consentitemi un'altra 
citazioncella un po' lunghetta , se non altro a titolo 
di curiosità. 

« Item prò qualibet sagitia vel barca ultra dictas ve- 
getes decem, quc ingrediatur in maritimis Porti Capitis 
Cerbuli et aliis maritimis diete Civitatis vel eius di- 
strictus, faciente viagium Salerni , Neapolis et Miseni, 
prò quolibet viagio {solcere debealur) gr. 15, et si diete 
barche essent vegetum decem infra solvantur gr. io, 
et si transeant ultra Salernum vel Misenum , solvatur 
prò quolibet viagio ut supra. 

« Item prò qualibet sagetia seu barca veniente ad 
marittimas supra dictas et pertinentias eius, et (si) ibi 
oneraverit, solvatur prò quolibet viagio ut supnx (cap. 
viij). 

« Item prò qualibet navi veniente in maritimis su- 
pradictis et (qne) oneraverit et exoneraverit, solvantur 
vice qualibet tareni 4. 



c" 



- 158 - 



« Item prò qualibet sagetia seu barca quomodocum- } 
que seu qualitercumque accedente Castrummaris de l 
Stabia, vice qualibet grana tria {cap. ix) », S 

Tutto ciò prova , non esser di data recente quei 
traffici che si costumano anche ai giorni nostri. La 
preferenza è data alla navigazione a vela, e battelli a 
vapore non se ne costruiscono mai sui nostri lidi. 

I barcajuoli della marina di Cassano (come in ge- 
nerale gli altri marinai) sono grandemente teneri di 
quella iMadonna.Ne celebrano la festa con pompa, a mezzo 
agosto. Ed ha questo di speciale, che nella vigilia tor- 
nando le barche da Napoli tutte pavesate di bandiere 
poco distante da terra, cominciano a fare un fuoco con 
carabine e fucili; fuoco , che dura un bel pezzo. Alla 
sera, si costuma mangiar dei peperoni fritti; e molti 
borghesi non isdegnano farsi quella passeggiata e par- 
teciparvi. Al mattino della festa vi è la processione, 
con l'immagine della Madonna e gli stendardi dei bar- 
cajuoli. Guai a chi manca ! In punti stabiliti si fer- 
mano , si ù la benedizione, e la povera gente offre 
dei ceri. 

II marinajo naturalmente non è solo religioso ; 
anzi spesso superstizioso. Specie , se si vede in peri- 
colo, subito fa voti alla Madonna del Carmine, a Santa \ 
Maria la Vecchia in Seano ed a Santo Antonino in ) 
Sorrento, dove, oltre i soliti simulacri in cera, non J 
mancano de' quadrettini , dipinti molto arrandellata- $ 
mente e raffiguranti la nave in tempesta ; quasi tutta ^ 
coverta dalle onde, e vicina a sommergersi, col nome ( 



— 159 



p 

/ e qualche altra indicazione. Vi sogliono andare a piedi 
\ scalzi , col quadro in mano od appeso al collo, dopo 
l aver fatta una lìicssa ptx:^u!a, (cfr. de Bourcard, op. cit. 
II , 65-70) , cioè mendicata a destra e a sinistra. In 
questa chiesa con bel soccorpo, si serbano gli avanzi 
mortali del Santo; in qual punto siano, non si è po- 
tuto sapere. Un audace tentò scavare con la zappa; 
'( ma restò accecato. Y: vi si vede dipinto in questo at- 
^ teggiamento. Ogni anno, ripete un miracolo: suda o 
^ trasuda la statua e tutta la chiesa sottoposta, abbastanza 
( umida, all'insolito calore , prodotto dalle molte genti 
\ accorse e dall' ardere de' copiosi ceri. Sotto la volta 
\ di entrata , si vede un grande osso di balena. Vari 
! compagni,, nuotando ed andando in alto mare, furon 
( sorpresi da una balena, che ne inghiottì uno^ onde gli 
\ altri recaron la cattiva nuova alla madre. Questa ri- 
i corse con fede al santo, il quale fatto apparecchiar due 
uncini di ferro da un fabbro ferrajo, andò alla marina e 
cavò dalle viscere della balena il giovanotto sano e salvo; 
ed ucciso il mostro, lasciò la costola, in segno di trofeo. 
Sulla statua di S. Antonino di Argento v'è uno scritto 
l del Ganzano (5/d/. e Fiori, VI, 7). Si dice che venuto 
( dal chiostro di Monte Casino in Castellammare di Stabia, 
presso San Catello, lo ajutò nella cura delle anime. Poi 
vaghi di solitudine, si ritirarono sopra Fagito, dove loro 
apparve San Michele, che impose edificargli un delubro. 
Di lui ha composta la vita leggendaria l'Anonimo sor- 
rentino, più volte ristampata. I marinai vi hanno una 
gran fede; e, tornando dal viaggio, una visiti na è di rito. 



140 — 



Ne minore e quella alla Madonna del Lauro , che 
fino al 1830, quando i bastimenti cran forniti di can- 
noni per difendersi dai Turchi, alla partenza ed al ri- 
torno , andavano a salutare con lo sparo di diversi 
colpi. (V. Liguori, S. M. del L. p. 42-3). 

A proposito...., come giungono in porto non mancano 
mandare per qualcuno a casa l'imbasciata, o vi vanno 
spontaneamente, sempre col pensiero d'avere '0 veraggio, 
in premio della buona novella. E tornando quante belle 
cose recano ! Quante specialità de' paesi visitati ! Non 
altrimenti d' un forestiero , che , toccando Sorrento, 
avrebbe rimorso di non provvedersi de' caratteristici nastri 
di seta, o fettucce, o di qualche lavoretto d'intarsio in ì 
legno: L' ultima industria non è molto antica , quan- s 
tunque al presente, abbia assunta serie proporzioni. Si ; 
deve , in massima parte , a Luigi Gargiulo. A prin- ) 
cipio, si restringeva a traforare un po' di legno d'arancio \ 
ed a disegnarvi delle figurine con inchiostro cinese. ; 
Poi, si è trovato modo d'adoperare ogni specie di le- ^ 
gname colorandolo ; e quindi, secondo la figura e gli \ 
abiti , si adatta il colore. Ma non lasciamo il nostro ) 
tema ! ' 

Se un compagno rimpatria prima di loro, son pre- \ 
murosi di mandare un'imbasciata, una letterina, un og- \ 
gettucolo qualunque alla famiglia. R quando si costruì- \ 
scono i bastimenti, ogni popolana suol mandare i suoi J 
figlioletti alla marina a raccogliere tiurhe e trucioli pel ì 
fuoco, onde dicendosi . che uno va a fa tacche a la \ 
marina, si vuol significare, che è povero. ? 



- 141 



La pesca non è molto copiosa ; ma non manca, 
specie dalla parte del golfo di Salerno eJ in prossi- 
simità dell'isoletta denominata i Galli. Ni l'uso è re- 
cente. Si fa menzione dal Capasse {Op. eh. p. 251) di 
un privilegio della Regina Giovanna e di suo figlio 
Carlo, in data 20. VI. 1519, in cui si accennaai — e pi- 
scatori della Città di Sorrento e Gabellotti delli pesci... 
con Vincenzo Gagliano affittatore della piscaria delli 
mari delli Galli in Principato Citra ». — Vi sono tre 
tonnare : una alla Marina Grande di Sorrento, un'altra 
a Sant'Eligio e la terza al Cantone. Il Pica, parlando del 
nostro mare, verseggia : 

Si t'aflfacce a Prospietto o Mpontamare 

Tu vide n'acqua comme a 'no cristallo... 

Nc'affiure a ghiocà' a commà-setella 

Lo cefaro, la treglia e l'alecella. 

Indi, dopo essersi diffuso ancora a celebrar l'onda 
limpida, continua : 

E a còfere noe piglici si te mine 
Le patelle, li spunnele e l'ancine. 

Tutte li pisce teneno 'naddore 
Che sentono de scoglie, che conzola. 
E no' te dico po' de lo sapore 
De lo palammeto e de la ricciola, 
E de lo tunno grasso e faudiante 
E de lo pesce, ohe ha la sp.ida 'nnante. (rg-ii) 

Sui nomi de' pesci , si può riscontrar con frutto 
il Voc. looì. comprendente le voci volg. con cui in Nap. 
ed in ai Ir e contrade del %egno appeìlansi animali parti 
di essi con la sinonimia scientifica ad ist. d'Oron^io Costa 



142 



p 

l Napoli, Fr. tAiioììno, 1846. Cfr. pure la voce pesce, nel 
I Voc. de Filop. voi. II p. 28. Nella commedia: // Gran 
\ T^ddre degli Eremi S. 'T^wi/m/Jo (V. Martorana p. 137-8), 
Vernacchio, con una spasetta di pesci^ ne ricorda pa- 
recchi coi vocaboli vernacoli. 

Per qualche notiziuola si potrebbe riscontrar pure 
1' articolo di Carlo Tito Dalbono : / marinai, naviga- 
tori, pescatori, rematori e pescivendoli nel de Bourcard 
(I, 1-13). Aggiungo uno scherzo pianese : 

A li une, a li roje, a li tre cancelle, 
La mamma, la figlia, la scauzarella, 
L'aucielle, che ghieva pe' mare, 
Quanta penne, che ne purtave; 
Ne puntava vintiqualte, 
Une, roje, treje e quatte. 

Farmi inutile accennare al mito delle Sirene, essere 
metà donna e metà pesce, con una o due code e ricca 
di 'voce COSI armoniosa da ammaliare i naviganti, come 
accadde ad Ulisse, alla Punta della Campanella. Il sor- 
rentino Onofrio Gargiulli o Gargiulo (1748-1815) ne 
tolse argomento per un suo poemetto. Le Sirene, pub- 
blicato, in Napoli, nel 18 14, presso Domenico Sangia- 
como. Spesso, i nostri marinai fanno dipingere o scol- 
pire una Sirena nella poppa, o nella parte esterna di 
una barca , o bastimento. Nò vi ha dubbio ritenersi 
qui la dimora di queste vergincttc, se dobbiamo pre- 
star fede, oltre a Sta/io, (Sylv. L. Il, e. 2 v. i), an- 
che a Plinio (III, 5), il quale scrisse : Snrrentum ciim 
promontorio KAthenaco Sireniini quondam sede. Anzi il 



- 143 



I 



Gargiulli ritiene , che hi « pietra di Apollo », dove 
giunsero le Sirene, ricordata da Igino ifab. cxlj) è ap- 
punto in questo promontorio, e precisamente dove si 
dice Kyicrapoìla derivata, a suo giudizio, da apxx Ar.òX- 
Xwvo; (p. 47 N. 4). E che il tempio vi fosse, c'informa 
Strabene (Jib. V.); anzi non pare che ben s' apponga 
l'Anastasio {Liicubr. in SnrenL Antiq. II, 247) quando 
lo dice dedicato a Giunone Argiva (id. p. 51-2). Ag- 
giunge , riscontrarsi tuttavia appo noi le tracce delle 
« sacre legazioni n, che varie città greche offrivano ad 
Apollo Pitio , il quale anche qui avea i suoi adora- 
tori. La stessa denominazione di Torca, in Massa, la 
ricava (non voglio discutere , se bene o male !) da 
eso),of/.T)v óòov teorica via , di cui parla Polluce (II, 7). 
Ecco poi la costumanza alla quale si allude, e che mi 
piace riferir con le stesse parole del Gargiulli , in- 
generosamente dimenticato : « Parte, ogni anno , nel 
secondo giorno festivo di Pasqua da Sorrento , fa- 
cendo costantemente la medesima strada, una proces- 
sione, scortata da un prete, che, attraversando i monti 
Sireniani^ ascende ad un' altura , dove la via il nome 
di Torca a prendere incomincia. Di là, scendendo alle 
coste bagnate dal mar pestano, si porta a visitare una 
cappella, detta oggi di S. Pietro Acrapoìla, che si vuol 
fondata sulle rovine del tempio di Apollo. Visita in 
seguito le Sirenuse, e per la stessa via verso la sera; 
al luogo onde parti si restituisce. Del tempo in cui 
sia stata questa usanza tra i Sorrentini introdotta, af- 
fatto non vi è memoria ; ond' è che a credere siamo S 



— 144 — 



indotti essere la medesima un avanzo de' costumi gen- 
tilesclii ». {Op. cit., p. 52-3). 

Il Pitrè , nel voi. IV delle Fiabe , Novelle e Rac- 
conti, VII delia sua 'Biblioteca, p. 421-2, scrive: e Nel 
'Barcaiuolo e il diavolo , una delle Tradi:(ioni sorren- 
tine raccolte e verseggiate da Augusto Kòpisch , un 
demonio promette e dà a un pescatore oro quanto 
ce n'entra nella sua barchetta, a patto che egli, sposa- 
tosi, gU dia a sette anni il primo figliuolo, che gli 
nascerà. Cito questo riscontro dall' Italia nei Canti 
dei poeti stranieri contemporanei tradotti da Gustavo 
Strafforello, e corredati di biografìe, p. 199. {Torino U- 
nione tipografica editrice 1859), non avendo il libro del 
Kòpisch ». 

Né voglio astenermi di riferir qualche proverbio , 
che faccia al caso nostro. 

— Lampa spisso, accosta pe' isso. 

— Chi sta a mare nàvega; chi sta 'nterra jòreca. 

— Oh ! che bellu viente a beleà' è 'o maestrale. 

— A quarto n' aparà'; a quinta nu' pesca'. 

— Frevare, punente a mare. 

— Luna allerta, marenare cuccato. 

— Quanno navega tu navega; quanno he navegato, 
fatte truvà' sarvato. 

— Quanno 'o canale {eli V^Cessina) rormc , o sce- 
rocco, o miezejuorno. 

— Arena rossa, nu' se mettene nasse. 

— Notta longa, pesciu luongo ; notta corta, pesciu 
curtu. 



— 145 - 



— Cu' l'acqua freta nu' se pegliene pisce. 

— Sarpe, addò pigile là pappa. 

— Chi vo' fa' 'i figlie puvcrielle, Tha da fa' o pe- 
scature, o pigliaucielle. 

— Quanno 'o mare è muorto, 'e pisce so' bive. 

— Carne giovene e pisce viecchie. Pesce cuotto e 
carna crura. 

Come tutti i paesi in riva al mare, anche la Peni- 
sola Sorrentina , a suo tempo , fu esposta alle incur- 
sioni barbaresche, ricordate in un canto, che comincia: 

All'arme ! All'arme! La campana sona, 
Li Turche so' arrivati a la marina 

È ne' miei Cani! Pianesi (n. 95). Vi sono varianti e 
anche in altri vernacoli, appunto perchè il fatto si ri- 
pete pure altrove (Cfr. Finamore, Focab. Abnc^. p. 271 
n. 7; Imbriani , C. delle Prov. vierid. voi. II, p. 397; 
Pitrè, nella Riv. Bolognese, 1870, p. 768; Molinaro, C. 
del pop. Nap. p, 125). 

La più memorabile fu quella de' Turchi in Sorrento 
nel 13, Giugno 1558, di cui la descrizione può vedersi 
nel Capasse {Op. cit. cap. IV). 

Ma anche delle precedenti non mancano testimo- 
\ nianze, come di quella accaduta nel 1543, di cui una 
^ Cronichetta sincrona, serbata nella Bib. Nazionale, parla \ 
, in questi termini : \ 

) — (( Die xxiii junii 1543 Neap.... Avante et post di de ) 
] S. Ioan cèrea tanta di larmata del turcho, Capitaneo \ 
) generale Barbarossa, quale erano circa cento cinquanta ) 
ì vele et se patriavano sopra le bucchc de Crapa, et se \ 



146 — 



diceva che aspettavano le galere de Pranza Capitaneo 
lo Conte de languillara de trentasei galere; però la 
cita non faceva motivo ncsciuno : ma tutta la Costerà 
de Sorrento sfrattò et sende vende in Napoli, la Torre 
de lo Greco , Castello ad mare , Vico » — (\'. Gior- 
dano , Mem. stor. di Fratta maggiore, p. 218). Al che 
potrebbe ravvicinarsi un verso di G. B. del Tufo sullo 
stesso argomento : — « Massa , Vico , Sorrento , e il 
mar di Stabia ». — (Cfr. pure Costo, Comp. della Istor. 
del %egno di Nap., ediz. Gravier, tomo II, p. 456). 

E qualcuno ritiene avervi contribuito un pochetto 
l'amenità del luogo (cfr. Genis. Lib. I, 44 ; X, 102), 
e la bellezza delle donne, celebrata nei canti popolari 
e ne' versi de' poeti laureati, diciamo così per mo' d'in- 
derei : 

Q.uei lumi, quei begli occhi, e le bellezze 
Q.uasi tutte divine. 
Dette le Sorrentine, 
Che col vivo del volto e belle irezze 
Son tante inespugnabili fortezze. 

Cosi il del Tufo. Il quale non manca di celebrare 
anche Anna Corriale, 

Che con lo sguardo sol certo farla 
Serva e soggetta tutta la Turchia. 

(Volpicella, op. cit. 157-8). Anzi, in un raro libretto , 
Lo specchio de le bellissivie donne napoletane di laconio 
Beldando (Nap. per Ioanne Sultzbach alemano, 1536), 
vi è quest'ottava riguardante una sorrentina : 

';,Mc\ ^.^— ^.-^^-^^ 

- M7 



p ■ •- ^ 

Giovanna Mastrogiudice ci resta 
Bella di modi, e bella di presenza, 
Che con il lembo della vaga vesta 
Par ch'asconda la faccia, e che non senza 
Vada piena di sdegno e invidia honesta, 
Si come da Natura in eccellenza 
Fu fatta anchor al primo luoco aspira 
Et più s'abbella, quante) più s'adira. 

E non solo queste ! Ma ve ne sono tante di gra- 
ziose ed affascinanti ! E la loro bellezza, e la partenza 
delle genti di mare ha fornito uno dei temi prediletti 
ai poeti popolari: 

Site chiù bella vuje ca n'è la rosa, 
Nzo, che ve vede, Nenna, oje se ne scasa; 
Quanno 'sto pedezzullo 'nterra posa, 
Ogn'ommo s'addenocchia e 'nterra vasa. 
Ah! se me toccaria chcsta pe' sposa, 
Chi me farria asci' chiù da la casa ?.... 

Tal canzonetta sorrentina fu musicata dal Doni- 
zetti; e mi ricordo d\'iverla vista nel Conservatorio di 
S. Pietro a Majella. Due altri canti sorrentini reca l'Im- 
briani (Cauli delie prov. mcrid. voi. II, p- 361 e 397). 
Ma più malinconico e commovente ò l'addio, il canto 
\ della partenza. E non è insolito , che il giovane ma- 
rinajo, pria di affidarsi al furore delle onde, rechi un'ul- 
tima serenata alla sua bella, al suo mesto sospiro. (V. 
Bideri, op. cit. p. 125). 

Io vengo, Nenna mia, a cerca' licenza, 
Ca lu patrone a biiordo m'ha chiammato. 
Qjjanto me pare addura 'sta partenza. 
Lo sape chisto core 'nammorato ! 



— 148 — 



A le becine toje t'arraccomanno 
Che non m'avisse a fa' qua' mancainiento. 
Non passa, te prometto, manco 'n anno, 
E torno a la marina de Sorriento. 

La parte, che m'abbusco a 'stu viaggio 
La spenno 'ncuollo a te, Ncnna mia bella; 
Appena a lu paese arrivarraggio, 
T'accatto 'nu lazzetto e 'na spatella. 

A la marina affaccete dimane. 
Vede' te voglio primma de partire. 
Tu da terra me faje 'nu vasamane. 
Da buordo io te responno co' sospire ! 

I versi, come vedete, forse, non sono d'indole schiet- 
tamente popolare; ma ritraggono, a meraviglia, il vero 
stato delle cose. Come lei resta mesta all' amara par- 
tenza ! Pure dovrà venire il momento del ritorno. Tal- 
volta Tannetto si prolunga, o si raddoppia. Non monta ! 
Gli è fedele e costante lo stesso. E quando la tem- 
pesta imperversa, prega per lui (cfr. Pitrc, XVII-309-10) 
che sano e salvo possa tornare in porto. E coi voti 
affretta quest'istante fortunato. Vi è un canto , che fa 
al proposito, intitolato : // ritorno del marinajo (Sor- 
rento), a pag. 16 del volumetto : /ìgriimi : Voìksthùm- 
liche Toesieii aiis alien Miindarlcii Ilaliens iiiid seiner 
Inseln, gesatnmelt iind iìberselil von Aiigust Kopisch. Berlin 
Verlag von Gustav Ganti 1838. È tuttora vivo nel 
nostro popolo; e con simile intestazione, fu edito, mu- 
sicato , fin dal 1825 (donde, al certo, il Kopisch lo 
trasse) nel fascicolo sesto de' Passatempi musicali, 
sia raccolta di ariette e diicltini, ecc. Napoli R.''' Litografia 



ìà^ 



— 149 — 



Militare). L' intedcscamcnio comincia: Man sa^^t : er 
ìiomml nun wieder, cr koinnil niin iviedcr ! Ma e me- 
glio recare il testo : 

Chi rice ca mo' vene, oje ca mo' vene! 
Comm' a 'na luna le voglio asci' 'nnantc. 
Doje parole io po' nce voglio dire: 
Ch'aje fatto fora, eh' aje tricato tanto ? 
Mme n'aje fatto piglia' malinconia, 
Ora pe' ora 'no pasto de chiaoto ! 
Ma mo' che torna a casa Ninno mio : 
Zitte, zitt'uocchie meje, e no' chiù chianto ! 

E mentre i fidanzati sì rallegrano del felice ritorno, 
sarebbe importunità continuare con la mia cicalata. 
Perciò è meglio far punto; e ripeto anche io, come uno 
dei nostri soliti novellatori : 

Stretta la foglia, larga la via. 

Dite la vostra, che ho detto la mia ! 



ISO — 



GAP. VII. 



GLI SPIRITI. 





'fi" RISAPUTO, che assumono diverse torme, e si 
manifestano variamente. Ve ne sono de' be- 
nefìci e de' malevoli. Quest' ultimi devono 
far la penitenza ricomparendo, e penando in 
alcuni luoghi. Mi restringo a qualche fugace 
accenno. 

^0 V^ùtnacieìlojiì folletto, uno spirito familiare, una 
specie de' Lcmiircs de' Romani. Si suol mostrare in 
abito ecclesiastico con zucchetto; e beato chi può strap- 
par glielo. L la fonte d'una fortuna, ch'era follia spe- 
rare. Si vede di sfuggita; e, spesso, in luoghi romiti, 
recitando l'uffìzio. Anzi, a tal proposito, mi piace citar 
le parole dello amico Correrà, che se ne è occupato. 
(Basile, I, 29). (( Talvolta era un vecchio venerando eoa 
parrucca e codino, che sa liva e s^ ndevaje scale, quando 
erano all'oscuro, e tirava il campanello di questa o di 



— iji - 




quell'altra porta, con grande paura degli abitanti, e con s 
gran suo contento per la paura che loro aveva cac- ? 
ciata in corpo. Spes so era una serpe che veniva ogni > 
mezzodì in quella data casa, per ingollare, un piattello, 
che gli era serbato , od un altro animale qualsiasi, e , 
sovente era un elegante giovanotto ». Pure, la forma ) 
più ordinaria è la prima. \ 

Somministra delle monete ai suoi devoti; e qualcuna ^ 
qualcuno è giunto ad arricchire. Ma guai chi ne svela \ 
il segreto, o lo lascia anche solo trapelare ! Se Io fa > 
nemico, e non ha più nulla. Anzi, deve aspettarsi una 
serqua di dispettuzzi; e talvolta anche qualche peg- 
giore vendetta. Fa cadere un oggetto e rompere ; ne 
nasconde un altro, e vi fa perdere la testa per rinve- 
nirlo; spegne il lume, e vi lascia all' oscuro, mentre 
siete solo; vi fa udire dei rumori spaventevoli e simili. 

Alla parte di basso Meta, una ragazza aveva avuta 
l'infelice idea di confidare ad un'amica, ch e il xM una- 
ciello_le a veva fat to^trovare un _ napoleone jvicino_alle_ 
scale . Egli se ne sdegna, e colta l'occasione, che era 
ata a sciorinare il bucato sulla terrazza, la picchia 
1 santa ragione, tanto che sviene, e bisogna soccor- 
rerla, e ristorarla col liquore anodino. 

Un'altra si aveva formato un bel gruzzoletto, grazie 
alla munificenza di lui ; ma essendosene vantata con 
una cugina, più non rivide il beneficatore; anzi al posto 
delle monetuzze d'oro e d'argento, rinvenne del car- 
bone. Ciò in punizione del fallo commesso. 

In Meta, una madre vedeva che la figliuola si for- 



Jì? 



'O/ad 



niva di abiti, di oggetti d'oro, e simili; e sospettò che^j 
fossero doni di qualche seduttore. Ne chiede con in- 
sistenza. Lei nega. La madre la liga vicino al letto, e 
la percuote, Einalmente la poverina confessa, che ogni 
mattina, disfacendo il letto, trovava sei carlini, sotto! 
al guanciale , depostivi dal Monaciello. Ma, svelato il 
segreto, non rinvenne più nulla, e tardi la mamma 
ebbe a pentirsi dell'insistenza importuna. J 

Un sere di lommella era continuamente tormentato 
dal Munaciello ; e prò bono pacis , pensò mutar casa, 
con non lieve fastidio. Aveva trasportato ogni mo- 
bilia , e solo gli restava il letto , che pure recavano 
via i facchini , quando si udì una voce, che ripeteva, 
in tono tripudiante : « Mo' me ne vago , mo' me ne 
vengo; mo' me ne vago a la casa nova! ». Era anche 
lui, che sloggiava, seguendo la sua vittima. Figuratevi 
l'irritazione dell'altro ! 

Talvolta è un semplice pretesto per incutere spa- 
vento. Pochi anni fa, abbasso alla Madonna di Rosella, 
si disse , che era comparso il Monaciello con gran 
terrore del vicinato, mentre erano de' monelli, che, 
rubacchiando la notte, lanciavano pietre per essere più 
al sicuro. In Tcgiano si ricorda una certa Margherita 
da Cortona, a nome Rosa Capurirota, travagliata ogni 
notte dagli spiriti , i quali la rotolarono per le scale; 
ed al mattino hi trovata morta dallo spavento. Qual- 
che malalingua mormora, che , sendo stata la ganza 
di non so chi ed avendo raggruzzolate parecchie mo- 
nete bianche e gialle, un ladro, fìngendosi uno spirito, 



1S3 — 



le avesse fatto il brutto tiro. E qui voglio riferire i 
un'altra storiella, quantunque, forse appartenente a 
diverso ordine di tradizioni. 

Si narra, che vi aleggi lo spirito di Mirichicchiii, di- 
minuitivo di medico. Rimonta a"" tempi dei Duchi. Era 
l'archiatro; e di statura un nanerottolo, donde il no- 
mignolo. Sembra, che si fosse ordita una trama contro 
il suo signore , in cui vi era anche la mano di lui. 
Ma il Duca, avvertito a tempo, fé' mozzare il capo 
a Mirichicchin , e gittare gli avanzi nella sottostante 
campagna, Sotto-corte , perchè nel superiore Castello 
dimorava la Corte. È una vendetta, che si perde nel 
mistero. Ma nel popolo è restato , che lo spiritq_di_ 
Mirichicchin esca a tarda notte, e ^ri e rigiri^ con^ 
un a lanterna in mano, nella campagna, dove cadde il 
su o cadavere. Cerca, cerca, fino al canto del gallo, e 
poi sparisce. Cerca le ossa disperse dalla vanga del_ 
contadino! 

Talvolta va in casa di qualcuno , specie sul tetto , 
e picchia con le nocche delle dita. Segno che vuole 
esser apparecchiato da pranzo. Bisogna cucinar solo 
per lui. E nessun deve gustar la vivanda, neppure s^ 
_sa2£Ìa di sale . Se gli piace, se la trangugia, lascia dei 
denari nel piatto, e torna qualche altra volta. Se no, 
vi sporca e via. Felice chi è svelto da strappargli il 
berretto_dal capo, mentre mangia, o in una delle sue 
ricerche notturne! Otterrà molto denaro, o giungerà 
a strappargli il segreto di qualche tesoro nascosto, da 
lui custodito. Ma chi sarà il fortunato ? La non è 



- i4^— 



faccenda da poco !.... Spesso ha ii berretto fra i denti, e 
si morde per isdegno le mani (non avendo i pollici), 
ed esclama : « Si avissi quisti e quisti, t'accereri ! » Ed 
avvisto d' una simile insidia , più non torna. In certi 
l^unti, quasi si confonde col Monaciello. 

Al Capo di Sorrento, e proprio alla contrada Puolo, 
si ricordano gli spiriti della villa Pollio (cfr. Stazio, 5)'/z'. 
lib. II, car. 2). Allo scoccar della mezzanotte, si vedeva 
sorgere dal mare ed andare a quella volta una fanciulla 
bianco vestita , mentre un bruno cavaliere su d' un 
alato destriero, movendo dalla città , si affrettava per 
raggiungerla, eseguendosi una'infernale tregenda. Il ma- 
rinajo, che all'avvicinarsi dell'ora, si trovava in quelle 
prossimità, interrompeva la mesta canzone e raccoglieva 
frettoloso le vele. — « I contadini dei fondi circostanti 
dei Nobilioni, dei Capece, dei Correale, si aff'rettavano a 
chiudersi nei loro abituri , e non ne sarebbero venuti 
fuori per qualunque siasi cosa, mentre che i cani stessi, 
dando segno di grande spavento , con la coda fra le 
gambe, andavano ad accovacciarsi nei siti più recon- 
diti )>. (V. Ganzano , Op. eh. VII, p. 82). E non ne 
mancano in qualche rivolo, in una grotta, in una casa, 
specie , se solitaria e di campagna. Non lasciano abi- 
tare o passare alcun tranquillo per la sua via. Tor- 
mentano, recano de' dispettucci, fino a metter sossopra 
le sedie, i tavolini e gli altri mobili. 

Pure, per non farli entrare, vi è il rimedio: pórre 
una granata od un bacile pieno d' acqua vicino alla 
porta. Volendo contar le gocce, deve passar molto 



— 155 — 



tempo; e manca la comodità d'inoltrarsi. Ma, se sono 
già dentro, non vi è rimedio, a meno che non si creda 
opportuno di farli scongiurar da qualche prete. Chi 
nasce di venerdì {venerino) non iia punto paura degli 
spiriti maligni ; anzi gli appariscono di rado. In Meta 
era morto un tale, non di buona vita. Una fighuoletta 
del vicino colono, che soleva recar del latte in quella 

( famiglia, una sera trovò aperto l'uscio di casa , senza 
f^^-^h nessuno ed il ritratto' dell'estinto, che ballonzolava in 

< mezzo alla stanza. Si ritrasse spaventata ; e ne prese 

' un ffran malore di cui non e affatto guarita. 

^ ^ Le_f^ite, ijìvece, sono naturalmente benefiche. Esseri 
soprannaturali , immortali , sottoposti a leggi speciali, 
onde il poeta le fa dolere di non poter morire. Fanno 
diventar bello un brutto, arricchire un povero, ringio- 
vanire un vecchio. Nel bel numero è la Bella 'Mbriana, 
un vero augurio della casa. Qualche popolana , riti- 
randosi , la saluta : « Bona sera", bella ^Mbri ana ! » E, 
cosi , se la propizia. Il Cortese ricorda h (brutta e la 
bona 'nibriana (Ediz. cit. p. 157 e 201 voi. IV). [Oh! 
quanta curiosità ci hanno pòrta , da bimbi, i racconti 
delle fate. Chi non ricorda quelli di Carlo Perrault; e 
de' tanti nostri novellatori , puta caso , il Basile ? Ma 
lasciamo quest'argomento ! ][ 

In Sorrento, è celebre la fita di casa Mastrogiudice 
(V^Canzano, Ibidem, IV). Si originò dall'aver Paolo di 
questa famiglia sposata una giovinetta di singolare 
bellezza, Cornelia Maramaldo di Amalfi. Si dice , che 
costei avesse vaghezza d'addentrarsi nelle scienze oc- 



156 



eulte. Air uopo profittò degli ammaestramenti di una 
tal Marzia la janara, della città di Scala, una vecchiaccia 
ottantenne, orba, lurida, che ^n^ja^ scorta di un gatto 
nero, legato ad una funicella^ in pochi istanti , si re» 
cava dove meglio gli talentay_a. Ogni sera, dileguavasi 
il lumicino dall' abituro di lei; e si udiva il miagolio 
prulungato del gatto. Cornelia Tadescò con donativi , 
mostrando desiderio d' andar con lei a Benevento. 
L'ottenne con un po' di resistenza. La fé' ungere con 
unguento di bava di rospo, di cuore di vipera, di cer- 
vello di civetta. Le fé"* trangugiare un filtro, mormo- 
rando strani scongiuri. E libratesi in aria , via ! Cor- 
nelia, vedendosi poggiare a tant'altezza, ne fu spaven- 
tata. Troppo tardi. S' intese venir meno. Fortuna, che 
arrivò ad afferrarsi ad un fumajuolo. Cosi si trovò sul 

terrazzo del magnifico palagio Mastrogiudici , con 

quello che segue : ''l^i^'àretpi^x.J^^ \^ "^a^ p^^ '^'- '^•^-^^^ 

Un vecchio, che fa da cicerone in Sorrento, un tal 
Francesco d'Aprea , mi ha raccontato un po' diversa- 
mente la cosa. Un Mastrogiudice , forse Paolo, rinca- 
sando, vicino al seggio, vede sulla strada, ignuda una 
fanciulla di meravigliosa bellezza. La ricovre , gittan- 
dolc addosso il suo cappotto; se la conduce in casa ; 
la fa vestire ammodo , e dopo nove mesi ne ha un 
figliuolo. Eppure lei è muta , non dice mai una sola 
parola ! Indarno le chiede conto della sua condizione, 
e come si fosse trovata in quel sito. Allora, un giorno, 
fa apparecchiare un gran fuoco; e lei presente, fa le 
mosse di gettarvi dentro il figlioletto. Ad un tratto 









acquista la favella, e grida pietà. Da quel momento 
comincia a parlare, e si sa, clic è di famiglia regia; e 
si conchiude il parentado ; e si celebrano con gran 
pompa le nozze. 

Diffondersi a riferire i fatti delle fate, sarebbe pro- 
prio, come suol dirsi, recar nottole ad Atene ed acqua 
al fonte. Ne son pieni zeppi i nostri conti popolari. 
Invece, parmi più opportuno spendere qualche parola 
intorno alla Tìefana. 

È una trasformazione di epifania , onde suol dirsi 
anche befania. Il vocabolario la definisce un fantoccio 
di cenci, che si portava intorno quella vigilia, mentre, 
nel giorno della festa, i fanciulli e le donne solevano 
porlo per ischerzo alla finestra. Ma non è tutto. Le 
balie danno ad intendere a' bimbi, che essa abiti nelle 
gole de' camini ; che, in quella notte , vada gironzo- 
lando di casa in casa , ed a chi la prega lasci de ^ 
regalucci nelle calze; che può trasformar tutto, le len- 
zuola in lasagna, le mura in cacio, e simili. Nondimeno, 
è capace di storpiare chi le è in uggia. Per premu- 
nirsi, bisogna mangiar delle fave, o porsi un mortajo 
sul corpo, o recitar l'avemaria della Befania, una specie 
del paternostro di San Giuliano (V. Notiiie istorìche del 
significato delle Befane, ftcc. ecc. di Doni. Maria Marini 
con un curioso idillio di Benedetto 'Buomnatlei. In Lucca 
presso il Giusti 1792, nonché le Costuwanie ed arti 
popolari perdute in Vcneiia, 1881, di Francesco Fapanni 
pag. 12-3). 

Ben diversa e la strega, o Jan ara, teg. magar a. Es- 



- 158- 



senzialmente malefica, e una donna , che ha ottenuto 
un potere soprannaturale , mercè un patto col demo- 
nio. Pettegoleggia, si stizzisce , si vendica , è gelosa , 
come le femminucce , che ne han creato il tipo, ad 

imagine e similitudine propria. Me ne sono già occu- ( 

pato in uno scrittarello : Stregonerie, inserto nel Gior- < 

naie napolitano della 'Domenica (I, i6), dal quale mi ; 

permetto riferir qualche periodo. < 

Chi nasce nella notte di Natale, o nel giorno della \ 

conversione di San Paolo , è strega , o stregone , se- ) 

condo il sesso, onde bisogna far di tutto per evitarlo. \ 

Nondimeno, chi vuol liberarsene , il rimedio è facile. !> 

Basta recidere un tralcio di vite ; e mentre brucia da ( 

un'estremità, passarlo sul braccio destro del paziente, s 

in guisa da formare una croce. Il tralcio va in fiamme, / 

e tutto finisce. E chi non è nato in quei tali giorni ( 

e vuole insignirsi delle virtù stregonesche ? Nella vi- \ 

gilia di Natale, vada allo specchio , mormorando non > 

so che strane parole. Appare il diavolo, si patteggia, l 

gli si dà anima e corpo, e tutto e fatto. 'ì 

La notte della vigilia di San Giovanni e consacrata < 

alla ridda, alla tregenda, sotto il famoso noce di Be- \ 

'ì nevento. Anche il venerdì è destinato a tale oggetto. ^ 

j L'ha detto Pietro Piperno, nel curioso opuscolo : 'Della \ 

< su per si ili osa Noce di Benevento. Trattato historico ecc. In ') 

) Napoli^ per Giacomo Goffliro , 1640. « Hanno di più [ 

\ per congregarsi in detto luogo alcune giornate desti- \ 

{ nate come fra 1' altre quella del venerdì , forsi perche ) 
/ le sceleragini che si commettano siino maggiori per 



159 - 




esser quel giorno memorabile della passione di no- 
stro Signore Gesù Cristo » (p. 34). In quest' ottava 
^ella Notte , cosi ne scrive il napolitano Domenico 
Piccinni : 

'Sta 'na noce chiantata a Bcncviento, 
Addò, comme la notte s'abbecina, 
^"•^ y^ Nce veneno copp' acqua e copp.i viento, 

■v6r~ <^ E da parte lontana e da vecina, 

j^^ \ Li streghe : parte int' a 'no vastem lento, 

ì • , Ddo de diavole so' 'na cinquantina, 

' \ Chi accavallo a 'no crapio e chi a 'no puorco, 

'/ "^ ^ fc-o^_ , Chi portala da 'n orzo e chi da 'n uorco. 

^_ \ Veramente il popolo ripete : 

(xd^ L Sott'acqua e sotta viento 

) / Sbtt' 'e nuce "e Veneviento ! 

^^ \ Ed in caricatura, s'aggiunge : 

'^ Nu' ne quaglie, nu' ne cuoglic, 

Maccarrune cu' Taglie e l'uoglie. 

Sogliono acquistar la virtù del volo, ungendosi con 
certi specifici , che si serbano in fiale, in bottigline. 
Stregare , ammaliare , affatturare , ammagare , sono i 
verbi prediletti; e magata Circe, scrisse Filippo Pinella 
nella Cìntia, favola boschereccia (1626). Terribili sono 
gì' incantesimi; ed a tal proposito, mi piace recare al- 
cune parole dell'Oliva : 

E se diceva ca nu' nc'era para, 
Ca te putcva cu' 'nu pegnatiello. 
Cu' 'nu crivo, 'na suglia, e 'na vorpara 
Spustare la natura e l'alemiente 
E 'nterra, e 'naria fa' mille portiente. 



— 160 






£IP-. 



Per altre notizie, si può riscontrare, oltre il libretto 
di Bartolomeo Spina : TDe Slrigibiis, lo scritto del Cor- 
rerà : Le streghe di Benevento nel Giornale napoletano 
della "Domenica (I, 8); e le Streghe , stregoni e fattuc- 
chieri del Zanazzo, di cui specialmente sono importanti 
le illustrazioni del Sabatini, Roma 1882. Ma non è 
solo il viaggio a Benevento. Al Piano, saltò il ticchio 
a tre compagne di girne a Tripoli, a prender datteri. 
Detto fatto. Vanno alla Marina di Cassano , cercano 
una barchetta e la spingono in mare : Votta ca simmo 
\ tre ! Eppure non si move ! Si sospetta della gravidanza 
di qualcuna di loro, e s'intona : Votta ca simmo quatto ! 

La barchetta sfila. E, proprio, eran quattro! Un 
omicciattolo dormiva saporitamente sotto la prua. 
Avvistosi del fatto , cominciò a tremare a verga a 
verga; e rimase davvero quatto, (chiedo venia del bi- 
sticcio pessimo , mezzo vernacolo e mezzo italiano). 
Le streghe ritornarono la stessa notte co' datteri ; e 
l'omuncolo ne ebbe ; ed alcuni l' han saputo da testi- 
moni oculari ! Pure , il fatto non ò locale , come po- 
trebbe sembrare , a prima vista. Si trova appo il 
Pitrè e nel Bernoni (£« strighe. Leggende popolari, Ve- 
nezia , 1874, p. II). Solo le tre diventano sette; ed 
il luogo Alessandria. 

Hanno pure la virtù di prevedere il futuro. Un ca- 
nonico di Carotto, recitando di notte l'ufficio, udì dal- 
l' alto di un noce una strega profetare i più minuti 
particolari del naufragio d'un bastimento, che accadde 
appunto pochi giorni dopo. 



161 



In un fondo di Vico, vi erano delle streghe, che con 
grande strepito mettevano in ispavento tutto il vici- 
nato. Ma una persona animosa volle con altri com- 
pagni andarle a vedere; e s'accorsero, che avevano dei 
campanelli ligati a' piedi e saltavano da un noce al- 
l'altro. Armati di fucili, minacciarono di ucciderle, se 
non iscendevano. E quando furono a terra, le conob- 
bero, e le percossero tanto, che non dettero più noja 
a nessuno. 

Se vanno in chiesa , nella notte di Natale , all'ele- 
vazione dell'ostia, debbono uscir fuori. Pure riesce loro 
impossibile, se_£ualcuno_si_ pone vicino alla porta cojì_ 
una falce ed un mazzoli noci Spi ghe in mano. Dimen- 
ticavo dire, che, al proposito stregonico, si può riscon- 
■ trare con frutto 1' operetta di Giulio Michelet ; e La) 
Strega di Gianfrancesco Pico della Mirandola , ripub- > 
blicata nel volume quadrigesimo della 'biblioteca rara,] 
Daelli. Ma torniamo ai patri lari. 

In Sorrento, accanto alla cappella olim di San Ga- 
leone , v' era a principio del secolo XII un tempio 
pagano. Vi apparivano streghe, demoni, fantasmi e si- 
mili. L'Ughelli, neìV Italia sacra, in Snrrentiun , c'in- 
forma: — « Hic tanta delusio dacmonum, tantus contra- 
riae potestatis fiebat concursus, ut nulli impune facilis 
pateret accessus ; hunc enim suis phantasmatibus cor- 
pore; illum debilitahant mente; illi mortis descrimina in- 
tcntabant ». — Anzi continua a raccontarci, che Sergio II, 
Doge in quel tempo della città, volle accertarsi con i 
propri occhi della verità del fatto. Armato e solo, una 



m.' 



162 



'JY^ 



sera , s' avvia a quella volta. Ad un tratto , si trova 
cinto da un capannello di giovinette biancovestite, che, 
riddandogli intorno, sempre più lo stringevano nel loro 
cerchio : illis eiitn ungiiibus et morsibiis dilaniare : to- 
tuniqiie sibi certatim convellere. Ma si fece animo, e si 
apri il varco con la spada. Al mattino , si trovò gia- 
cente a tcrra^ il braccio di uno di quegli idolivreciso 
con un sol colpo.... ad una di quelle furie. Indi, ricorse 
al vescovo Barbato , il quale purgò il tempio, consa- 
crandolo ai Santi Felice e Baccolo (V. Ganzano, Op. 
cit. III). ~ 

In Tegiano si ritiene, che le i maàri vadano in giro, 
di notte , a rapire i bamboli per deformarli , caccian- 
doli, ""a viva_Jorza,Jn un barile, o sttippieddu'^ imQWo) , 
e costringendoveli: un quissimile di ciò che si dice dei 
piedi, appo i Cinesi. Pónno anche gittarli sul fuoco, 
sempre per vendicarsi di qualcosa , che loro si è ne- 
gata. \'i è pure « lu vientu tristu », un vento spaven- 
te vole, una specie del simun^Md., in sostanza, di vento 
ha la sola parvenza. Un bambino scompare, si smar- 
risce una chioccia con i pulcini , una mandra di pe- 
core , una mucca, dei maiali^ , o dei seminaristi, come 
sogliono chiamarli, (cfr. pure De Nino, ibid. I, 76-7). 
La madre, che vede il figliuolo presso al cennerale de 
la lissiva (ranno), lo rimbrotta : « Ti pigliassi lu vientu 
tristu ! » Chi vuol ^premunirsi, nidossi i panni arrove- 
(f sciati, t"-*^'^^'^ t'^U^t^rV'*^ J.-t^-^*^ ^^cotti ^ti^ ^^'^'^ 

Ben a proposito , si consiglia da noi , di tener là- 
notte ermeticamente chiuse' portele finestre ;' se no, 

^^ --^^^ 



\e 



-ti-e 



7 



entra la janara_ e storpia i bambini. Nò, camminando 
a quell'ora, bisogna voltarsi in dietro. Si corre rischio 
di rimanere impietrito : un quissimile della famosa 
statua di sale. Ma vi è il rimedio per mandarla alla ma- 
lora : si appicchi a terra un coltello con manico nero , 
ed e presto fatto. Pure, vi vuol prudenza, specie parlan- 
do di qualche vecchina.Il meglio non farsi pórre le mani 
addosso. Chi vi assicura che non sia una stregacela ? 
La fattura è una specie di privativa delle fattucchiere 
r^^^^ì (cfr. Correrà, nel basile, an. I, p. 68-9). È comunis- 
T^à^l sima quella per fare andare a male i matrimoni. Una 
canzonetta dello Sgruttcndio ad tAmore, ne la Tiorba 
a Taccone (Vili) gli chiede, apostrofandolo pure Sca^- 
:(aììiniiricllo, sul che si può riscontrare il Vocab. dei Fi- 
lopatridi (II, 94): 

Gomme tu li core arruote, 
E li sbuote ì 

Chiù de 'nciarmo, e de fattura ? \ 

I capelli sono un potente mezzo per operarla; per- \ 

ciò le donne li tengono cosi gelosi. E poi si sa, che > 

le ossesse spesso vomitano trecce di capelli. Giun- ( 

^ono anche a far morire un amante ; un nemico di ^ 

cui volete disfarvi. Annodando una cordicella, e bisbi- \ 

gliando non so che parolette, muore ucciso, consunto, ) 

o come meglio piace.... cucinata la vivanda ! Ma se < 

la vostra ragazza.... o ganza è restìa o pensa ad altri, \ 

ricorrete alla fattura; e la bella.... suppongo !... o brutta, ) 

si piegherà alle cupide brame. Una canzonetta tegianese \ 

) comincia : \ 

— 164 — 



■^ 



M' liai fattu la fattura, 
Cu' 'na scorza ri limonu 



-/. /?i ^ 

E nel Micco Tassare , quando « l' ammica de Mase 
lo sgargiato » comincia a piangere ed a schiamazzare 
per la partenza del ganzo, la va a trovare una vec- 
china, che le promette il suo soccorso : 

Ca te lo faccio mo" priesto e beloce. 
Venire cornino lecora a la noce. 
E se facette dà' 'no pegnatiello 
Co" 'na vranca de fave, e 'na cajazza, 
E^e n ianeca negra 'no cortiello, 
E de sammuco 'n'argata, e 'na mazza, 
Fece de cera po' 'no popatiello, 
E mesese a parlare coninie pazza 
Chflle solete lloro asenetate, 
Credjte da le scure 'nnammorate. (I, 18-9) 

Qualcosa di simigliante è nel Candeìajo bruniano. 
Pure , il risultato fu tutt' altro che soddisfacente. In 
Tegiano, ove il bimbo piange, e non vi è via di cal- 
marlo , e il medico assicura essere dolori passeggieri, 
guaribili fra qualche ora , la madre dà una voce alla 
comare rimpetto o alla vicina : — « Cuiumnra^ mia, 
fallu ppi' Diu, 'ncarma (nap. ^nk^ianiia) zi zi (un po') 
lu ventru a 'stu criaturu, ca mu' mi schiatta ». — La 
comare, che sa il suo mestiere, s'approssima alla culla, 
comincia a palpare il sofferente, gli ricerca con le dita 
l'addome, biasciando parole misteriose d'un valore in- 
contrastabile per la guarigione. Spesso si fa un bel 
fiasco; ma pertinace è la fede nella bontà degli scon- 
giuri. Non riuscendo , si volgo alla madre , in tono 



- 165 



-^^ 



convinto : « Cummà', nun ia né quistu, ne quist'autu, 
lu criaturu ti l'ani pigliata aruocchi ! » 

Per sincerarsene, prende un piatto pieno d' acqua e 
lo pone sulla fronte del bimbo, lasciandovi cadere, a 
brevi intervalli, l'una dopo l'altra, tre g occe d'acqua , 
recitando paternostri e gloriapatri. Se le tre gocce gal- 
leggiano, senza sperdersi, vuol dire che è faccenda" cui 
deve pensare il medico; se no, vi è realmente il ma- 
locchi. In questa ipotesi , e sapendosi chi ha potuto 
« piglia' a nocchi lu criaturi )i si manda a chiamare. 
Venuto, dopo essersi scusato d'una colpa involontaria\ 
(ecco la differenza dalla fattura !) deve sputar e '^in 
viso ,a L malato, accompagnando 1' atto con le rituali : 
((( Cri sci, crisci ! Binirica ! ^ . Se 1' autore è ignoto, si 
prende una chiave mascolina , e si passa Y anello più 
volte sulla fronte del bambmo; ovvero gli si segnano 
col pollice della destra sulla fronte tante croci per 
tutto il tempo che dura questo scongiuro (che con 
le varianti del dialogo si ripete pure da noi) : 

Uocchie e maluocchie 
E furtecidde a l'uocchi 
Crepa l'ammìria. 
E schiatta li maluocchie! 

Al Piano si suol dire : 

Aglie e fravaglie, 
E si è fattura squaglie, 
O nc'è', o nun nc'c, 'a roce è sempe bona ! 

Non bisogna tirarsi addosso cattive cose : passa l'an- 
gelo, e dice : ammcu ! È da credersi, un gran baccalare. 



- i66 — 



^ come « lo chereco de Troja », ovvero « lo Sinneco de > 
( Chiunzo » per dirla col Basile, nella Clio (XXI, 229) : ? 
j ne verrà sempre meglio. Se muore un prete, devono ( 
seguirlo due altri, finché si giunge al tre, numero per- < 
fetto. Piovendogli su nel trasporto, verrà giù pioggia S 
per otto giorni. Si sogliono piantar delle croci, dove / 
si consumano reati di sangue, o segnarle rozzamente ) 
col carbone od altro sulle prossime mura. Chi, ucci- 
dendo, lecca sul ferro il sangue ancora caldo, non è 
tormentato dai rimorsi. E poi, chi vede continue fan-) 
tasimc, vuol dire, che quando si battezzò, il sacerdote ( 
omise delle parole. <■' 

Dar della strega ad una donna, è una grave ingiuria. 
Nel dritto longobardo era un delitto addirittura; e la 
maliarda, — causa di tanti mali, — si poteva ammaz- 
zare impunemente. Ma davvero non è sempre così, 
perchè, a volte a volte, non mancano di far qualche 
buona azione. Si racconta pure appo noi la novella di 
quel gobbo, che smarrì la strada, viaggiando di notte, — 
« dopo lunghi aggiramenti si trovò, per fortuna, alla 
Noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegra- 
mente ballonzolando moltissime streghe con una infi- 
nità di stregoni e diavoli. E formatosi di soppiatto a 
mirare il tafi'eruglio di quella tresca, fu scoperto, non 
so come, da una strega, la quale lo invitò al ballo, 
in cui egli si portò con tanta grazia e maestria , che 
tutti quanti se ne maravigliarono; e gli presero perciò 
cosi grande amore , che , messoselo baldanzosamente 
in mezzo , e fatta portare una certa sega_di_ butirro, 



- 167 



gli segaron con essa, senza veran suo dolore, la gobba, 
e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono 
subito subito la cicatrice e lo rimandarono a casa 
bello e guarito ». — Ma un altro compagno non si 
seppe condurre con la discrezione del buon gobbo 
di Peretola ; e la cosa non gli riuscì. (V. Francesco 
Redi, lettera di Firenze del xxv Gennajo , 1689 al 
D"". Lorenzo Bellini in Pisa). Il racconto popolare è, 
per intero, nella Novellaja fiorentina dell'Imbriani (Li- 
vorno, 1877) n. XLIII: Idiit Gobbi, con i vari riscontri 
segnati in nota. 

Ciò che è detto delle streghe, va ripetuto anche degli 
stregoni. Unico è il fondamento : esser fornito di virtù 
singolari , per aver patteggiato col diavolo. Il quale 
assume (come s'è visto anche altrove!) vari nomi nella 
mitologia popolare : Farf anello, Lucifero, Tentillo, Pa- 
rasacco , Fracassone , Bruttabestia ; ed è più o meno 
fornito di corna e di coda. Tal fiata assume forma di 
caprone, di gatto, di cane, e simili. Pure , non lascia 
mai a desiderare, in fatto d' astuzia , specie se vuole 
conquistare un'anima. Me ne sono occupato nello scrit- 
tarello : // dimonio nelle storie popolari, inserto nel solito 
"Basile. 

Questo quando opera direttamente. Ma per lo più, 
suole valersi di altri : entrar nel corpo di un malca- 
pitato; renderlo, in una parola, sbiritato. Fa delle cose 
strane, (^rlasette^ lingue, si atteggia a profeta. Gre- 
gorio III pretendeva il longobardo Astolfo esser go- 
vernato dal demonio: — «Antiquus quippe humani ge- 



— 168 — 



neris hostis diabulus ejus perfiduin invasit cor ». — 
(Lettera a Pipino del 755. — Troya, IV, 692 ec). Appo 
lo Straparola (II, 4) entra nel corpo del duca di Melfi, 
e Gasparino suo compare fuori lo caccia. iMa, non tutti 
ricorrono al ritrovato della moglie, come qui. Vi son 
degli esorcizi^atori di mestiere , che adoperano certe 
misteriose parolette. Il prete, come sapete, si vale delle 
preghiere e di acqua benedetta. 

Comunque, se è lui che opera, qual meraviglia at- 
tribuire strapotenza agl'indemoniati ? La grotta di Poz- 
zuoli si afferma opera diabolica. L'aquedotto romano 
sulla strada che mena a Salerno , si assegna a Pietro 
Barliario indi Bajlardo o Bajalardo al cui proposito il 
Finamore ha pubblicato una novella abruzzese (V ..uirch. 
per le trad. pop. 1886, voi. V, flisc. I, p. 85-8), ed il 
D'Ancona ha scritto un articolo nelle sue Varietà (I, 15), 

È inutile dire, c\\q questi maghi hanno a loro dispo- 
sizione il libro del comando. Gabriele Fasano nell'ot- 
tava vigesima del quarto canto del travestimento napoli- 
tano della Genisnleinme Liberata parlando d'Idroate dice: 
— « Ched era 'n autro Pietro Bajalardo ». — E poi, in 
nota, chiarifica : — » Pietro Berliario famoso mago, cor- 
rottamente detto Pietro Bajalardo , che meritò per lo 
suo gran pentimento, che il Santo Crocefisso spiccasse 
il capo dalla croce, a dargliene segno d'averlo perdo- 
nato. Questo gran miracolo si vede oggidì nella Chiesa 
di San Matteo Apostolo, Cattedrale della Città di Sa- 
lerno ». 

L un protagonista realmente esistito , intorno al 

D d 

fl-f|> ^ 

— 169 — 



O^TTvv >. 



p 

I quale, more solilo, si sono raccolte varie tradizioni. Lo 
) ricorda il De Renzi nella Sloria della medicina in Italia 
(Voi. II, p. II 8). Il Mazza nel libro: Urbis salerni- 
tanae historia (p. 33 e seg.) assevera d'averne visto 
il sepolcro con la scritta : « Hoc est sepulcruni m. ma- 
gistri Petri Barliari ». 

Era cultore di scienze naturali, d'alchiinia e di stre- 
goneria. Su di lui può riscontrarsi il poemetto : Vita, 
conversione e morte di Pietro Barliario, nobile Salernitano 
e famosissimo mago, composta da Filippo Cataloni ro- 
mano, che il Comparetti ha ristampato fra i 'Documenti 
del Virgilio nel medio evo. (In Livorno F. Vigo, 1872. 
voi. II, p. 283-306). Ricorda pure un' altra redazione 
meno completa , edita dal Marascandoli , in Lucca, 
nel 1799: Stupendo miracolo del Crocifisso di Salerno, 
con la vita e morte di Pietro 'Maliardi famosissimo mago, 
opera nuova per consolazione dei peccatori ; posta in' ot- 
tava rima e data in luce da Luca Pa^ien:ia napoletano. 
Con piccole varianti, si è ripubblicata in Nap(ìli dal 
solito Luigi Russo, strada S. Biagio dei Librai, n. 5; 
e si vende ad un soldo dai muricciolai. 

Si dice che una volta gli saltasse in testa di for- 
nir di porto Salerno. All'uopo raccomandò a tutti di 
uccidere i galli. Guai se uno di questi avesse cantato 
pria di compirsi 1' opera ! Tutto sarebbe rovinato. I 
/ più furono docili all'avvertimento , meno un' avara di 
donna , che nascose il suo galletto sotto un tinello 
Tovesciato. Già i sozì di Pietro avevano cominciato a 
■^ - < trasportare i sassi, che facevano al proposito. xMa, ad 



lO^ 



un tratto, quel maledetto gallo cantò chichirich); e tutto 
andò alla malora , cominciando a spuntare il giorno. ) /5w 
I compagni gittarono in mare le tre pietre che tra- X '^'/^ 
sportavano, e fuggirono impauriti. Pure, esse sussi- j J—i 
stono a testimonianza di questo fatto; e form.mo una 
isoletta nel golfo di Salerno, cioè i tre Galli , così 
detti dal funesto volatile. E che meritasse 1' epiteto , lo 
han confermato i due versi, che corrono di bocca in 
bocca : 

Si Salierno avesse 'o piiorte 
Napule sai ria muorte ! 

Nondimeno, adesso si cerca rimediare alla fallita im- 
presa. 

Il cosiddetto Bosco-di-Meta, in prossimità del posto 
daziario ed ora di pertinenza della famiglia Lauro, in 
diebiis illis era realmente un bosco; ma Pietro in una 
Niotte lo trasfornìò in un bel giardino . 

Per dire che uno è un biricchlno, ne ha perpetrato 
delle grosse , si suol ripetere : « Ne ha f;Ute chiù de 
Pietro Baialardo ». Ovvero: « Ne iia tatto chiù isso K^* 
ca Catucce », sul quale ultimo nome si può vedere ^ '^ 
un conto pubblicato da R. della Campa nel Basile. 

Una notte Pietro volendo salire per la finestra da 
una sua ganza, si fece legare ad una fune; l 'altra p er \ 'fy 
dispetto, lo lasciò a mezzo penzoloni. Ma egli manda \ ^ 
a prendere il libro del comando, e subito ò liberato. \ 
Più curiosa è la fine, che in certa guisa, si avvicina \ 
a quella di Fausto. ^ 

Pietro era vecchio e carico di colpe, e da un mo- 'ì 






mento all'altro avrebbe potuto andarsene dritto all'in - 
ferno. Ma vi e il rimedio per salvarsi. Al mattino di 
Pasqua o di Natale doveva udirsi tre messe cantate. 
Chiama un primo demonio per farsi trasportare ; ed 
avendo risposto di andare come il vento , lo licen- 
zia. E pure così quello che dice di andare come il 
sole ^ Dà la preferenza al diavolo zoppo , che afferma 
andare come la ment e dell' uomo. Si pone a cavallo 
e via ! Ode una prima messa in Gerusalemme, un'altra 
in Roma ed una terza in Salerno , indi si confessa e 
zomunica. Poi esce fuori ed avendo insistito l' altro 
•^per aver la parte , secondo lo stabilito , gli gitta una 
castagna. Il demonio^ già si sa, avrebbe voluto una por- 
zione della mistica vivanda , onde ne fu sdegnato , e 
dette col piede in terra, e sprofondò e disparve. Si dice, 
che in Salerno, si veda tuttavia questo fosso. E Pietro 
fu salvo ! 

Rinomato in Sorrento, è il diavolo di Casa Boccia 
(V. Ganzano, Op.cìt. V), e il tesoro incantato della Conca 
(id. Vili), È sulla via che mena a Massalubrese. Nar- 
rano, che tino a poco fa, allo scoccar della mezzanotte, 
vi appariva ujiJbruiio__gMyeixierq_su_^di^^ mo^ 

rello. Percorso tre volte questo spazio si precipitava 
nel burrone sottostante. Vociferavano esservi un tesoro. 
Allora vivea a lommella un uomo audace ed in so- 
spetto di stregone , roprannominato la Canesca. Gli 
ricorsero tre giovani avventati, anelanti impossessarsi 
di tanta ricchezza. Vi aveva un libro, ottenuto miste- 
riosamente da un mago. Promise il suo ajuto ; ma 



vi rello. 



t^ > 



LP— 



pretese da ciascuno l'anticipo di venticinque ducati, e 
la promessa di recare un ragazzo di loro fiducia , e 
di toccare il tesoro solo a cosa compiuta. In una notte 
di maggio, con lunga scala s' introdussero nell' antro. 
E ra bujo fitt o; ma co me vi penetr ò un raggio di so le 
tutto appare te mpestato di oro e di gemme. Il fan- 
ciullo, stupefatto, va per raccoglierne un pugno. Che 
gran frastuono ! Il libro va in fiamme , tutto si otte- 
nebra, trema il monte, e la Cenesca sclama : « Siamo 
perduti ! » Si era toccato prima del tempo il tesoro , 
che sparve per sempre, sprofondando il monte. 

L'infiltramento delle acque, in quel punto, avea for- 
mato molti stallattiti, i quali in alcune ore del giorno 
allora apparivano risplendenti come gemme. Poi li ha 
coperti il terriccio, e nulla più avanza di tale incanto. 

Anche in Tegiano si buccina di un tesoro nascosto, 
ab antico fra le rocce del monticello Petrone , per la 
sua forma detto pure « lu cuppulinu ». Un contadino 
vangando in quelle prossimità, si dolea della durezza 
del terreno , arso per la mancanza fin d' una stilla di ; 
acqua e della fame che lo rodeva. Alza gli occhi e si '; ^ 
vede comparire innanzi un monaco dalla prolissa barba \ '^" 
bianca, dalla fronte rugosa, dritto ed atticciato : « Per- { ■' ''^** 
che ti lagni ? » — « Zi' monacu miu, 'sta terra ia accuss'i ) 
tosta , chi mancu li sajetti ngi potini agghiancarla \ ^ 
(romperla), e a mi poveromu m'hana essi' l'uocchi pi' ' **' 
spisiLV 'ne. palata ». Il monaco non risponde verbo. "> '*"; 
S'abbassa, raccoglie un pugno di terra, e comincia ad l 'j— 
esaminarla con curiosità.— « Questa è ricchissima ! Là j yA* 

la. ,n^ 



sotto {al Peiroiie) v' è un tesoro che donne ». Lu ca- 
fouìi guardava trasecolato con occhi imbambolati . 
mentre il monaco continuava a parlare. E quando 
volle baciargli il cordone era scompatso ! 

Da secoli più d' uno ha almanaccato come impos- 
sessarsi di questo tesoro ; ma , scorato dalla difficoltà 
dell' impresa , e sempre lì al suo posto. Sapete il se- 
greto del monaco ? Recarsi processionalmente in quel_ 
luogo; far la com unione ad una ca^ra^jiera , che poi 
bisogna sgozzare, per immolarla al genio custode. Fe- 
rita, farà pochi passi ed andrà a cadere proprio al punto 
dove è sepolta tanta ricchezza. Ma, praticando ciò s' 
incorrerebbe nella scomunica ; e come sapete , i più 
preferiscono la salute dell' anima a tutt' i tesori del 
mondo ! 

Ormai è noto : 

A lu paravisu li belli cosi, 
Chi ngi va', ngi riposi. 
A lu 'mbiernu tanta genti, 
Chi ngi vai si ni penti. 
E nu' servi chiù pinti', 
Q.uannu si 'inta nu' po' assi'. 

Chiama ajutu, ajutu, ajutu 

Santu Antonia e Giasucristu jettani fuocu ! 

Curiosa è la piacevolezza riferita dal Domenichi : 
(Facezie, motti et burle ecc. Venezia, 1571, p. 235-6); 
di quel romito, il quale voleva metter d'accordo Dio 
col demonio. Già pareva che fosse per riuscire all'im- 
presa, tanto più, che la cosa si poteva accomodar con 
quattro parole : Peccavi, domine; miserere mei ! E il dia- 



174 



volo : « Bene sta il fatto !» — « Ma clii di noi deve 
dirle ? » — « Tu a Dio !» — « Allora non se ne faccia 
altro ! » E si parti pieno di sdegno. 

Tanta potenza doveva destar la gelosia di qualcuno. 
Di qui una lotta continua incessante fra il bene e il 
male ; fra i santi , gli angeli ed il demonio. Per tro- 
varne a bizzeffe, basta aprire i poeti, puta caso il Tasso 
ed il Milton. Anche la tradizione popolare rappresenta 
questa contesa, anzi di qui s'inizia. Nella chiesa par- 
rocchiale di Carotto , vi ha un San Michele , che ha 
sotto i piedi la brutta bestia debellata. Tra di noi 
invece di nominare il demonio si suol dire : « Chillo 
che sta sotto a S. Michele! )>. Il Pitrè (XVII, 97-8) 
ricorda una storia del Santo, con magno intervento 
diavolesco, in trentasei ottave siciliane, tuttora inedita. 

È noto, che la Madonna l'ha schiacchiato in forma 
di serpe, rettile, che e servito più d'una volta a rap- 
presentarlo. Anzi, un tempo , fin ne' suggelli i fabb 



ri 



ponevano le serpi incoronate, come si può vedere nella 
recensione del Grimm d'un libro di Moriz Haupt, in- 
titolata : Kìeincre Schrìften, JVitege mit dem Slangen. In 
Tegiano , si dà grande importanza a la ^Cammoiiii , 
detto anche Pnmpnuaìu. Va gironzando pel paese, specie, 
nella notte di Natale , in cui le incinte hanno da es- 
sere più sagaci del solito. Sgravandosi, il Pumpunalu 
sarebbe capace di rapire il neonato ed occupare il suo 
posto nella culla. Guai chi non crede a tal ratto ! In 
punizione potrebbe nascere un Pumpunalu invece d'un 
marmocchio! Di rado in questa notte fatale, i gio- 



D 



'75 



vanotti si recano in chiesa per non attaccar briga con 
tale essere terribile. Armato di nocchieruto bastone, 
,^s'imbrodola nel brago della via , e scarica una mezza 
serqua di bastonate sul 'passeggiero. Ma al primo 
tocco della campana,, i Pumpunali rincasano impauriti. 
Le madri provvide pongono una caldaja d' acqua ac- 
canto all'uscio e sotto le finestre. Cosi saltando dentro 
son costretti, loro malgrado, a prendere un bagno ed 
a nettarsi della sozzura raccattata di fuori. 

Pel fascino, volgarmente detto la jeltalnra, dopo che 
ne hanno scritto il Valletta, il Pitrè, e tanti altri va- 
lentuomini, mi restringo ad un cenno. Chi ha l'occhio 
piccolo e porcigno, o gli sbatte, o parla e sputa è un 
jettatore di sicuro, specie se porta anche gli occhiali. 
Statevi in guardia ! Basta mirare un lampadario ma- 
gnifico appeso ad una galleria per farlo cadere in fran- 
tumi; gittareunosguardo ad una gallina, che_fa l'uovo, 
per procurarle una cattiva morte; augurarvi buon di- 
vertimento , mentre vi apparecchiate ad una scampa- 
gnata, per farla andare a male. L' argomento è stato 
svolto in modo straziante dal Michelet. Ma, fortuna- 
tamente, non mancano de' rimedi. Antonio Schioppa 
ha scritto V ^Ant idolo al Fascino (Napoli, 1830). Gli 
antichi consigliavano protendere il dito medio, piegando 
gli altri , cioè marzialeggiando : Et digitum porrigito 
medium. Il carrettiere, ove^ il cavallo s'impunta, sputa 
tre_ volte al suolo, e sparge per aria uii^£ugno di terra. 
Così rompe il malocchio. I testimoni , quando vónno 
deporre falsamente, sputano prima a terra, come uno 



f^^^MJ:^^ yU*«-^* 4^ f *^ 



176 



scongiuro de' possibili mali, che potrebbero venir dalla 
menzogna. Un contravveleno sono unj>aip di cornai 
di bue su di un armadio o di un portone. Il giallo, il, 
verde e il rosso si ritengono colori avversi alla jettatura. 
Perciò il bottegajo appende delle corna cosi dipinte. ) 
Abbiamo già visto, che la mamma pone al bimbo un 
cornetto di corallo, d'avorio o d'oro. L/uomo se l'ap- 
pende alla catena dell'orologio : la^ donna un fascio di 
cornette alla collana. Forse tutto questo deriva dal^ 
l'indicare il corno^ abbondanza. E spesso anche quelli 
che allegoricamente ne sono forniti, si godono (■< senza 
pagare fida, 'no Beneviento », per valermi d'una espres- 
sione del Basile {Pent. Voi. I, p. 70). Altri costumano 
piantare un sjm^revivo, od inchiodar due barbagianni 
vicino al portone. I fabbri ferrai appendono un ferro 
da cavallo accanto alla finestra. Le noci a tre canti 
servono, allo stesso scopo. Se crepita il fuoco, è segno, 
che v'hanno ferito col malocchio; ma sputatevi dentro, 
e non avete paura. E poi , portatevi sempre in tasca 
due foglioline di ruta : è un ottimo preservativo. 

Ma non so finir questo capitoletto senza dir qualche 
parola d'un argomento che ci stringe il cuore : le anime 
de^poveri trapassati. 

Gli antichi ritenevano, che i morti loro apparissero, 
sotto forma di fantasmi, i quali, nella tradizione medie- 
vale, vanno processionando^n frotta. Sovente sono an- 
che le anime dei santi. (Cfr. Georges Edon, Nouveìle\ 
elude sur le chant Lemural 011 les Frères Arvales, et Vécriture 
cursive del Lalins,PATÌs, 1884; — Du Mcril, 'Pocsiesla-^' 



D 



>77 



iines popnìaires ; — la Leggenda aurea, eccetera). Non 
vi ha malvagio, il quale in extremis non possa avere 
un momento di resipiscenza ; e pentito de' suoi falli, 
essere accolto sotto le grandi ali del perdono di Dio. 
Negli ultimi istanti, quando tutto è finito, si cerca sal- 
var l'anima, fino ai giustiziabili. E nelle condanne ca- 
pitali, in Napoli ed altrove, la Congregazione de' Bian- 
chi confortava a ben morire. Si andavan facendo le 
sante messe pei condannati ; e mi si dice , che eran 
grida di orrore ! Ciascun contribuiva per la sua parte, 
sia anche con un'elemosina minima. Le teste de' giu- 
stiziati poi si ponevano in certe gabbie di ferro , alla 
Vicaria , a perpetuo terrore dei malfattori ! 

Queste anime, salvandosi, e trovandosi in grado di 
poter beneficare altrui , non mancano di esaudire chi 
loro si rivolge; di mostrarsi grate a quanti han reso 
loro benefici. Raccomandandosi a' buoni spiriti, più 
d'uno ha sfuggito d'essere impiccato, strozzato, affor- 
cato. Formano da angeli custodi, specie ai bimbi. Chi 
rinfresca le anime del purgatorio, ha più dritto a ri- 
volgersi loro. Le quali, spesso, han soccorso qualcuno 
in grave pericolo; lo han liberato dalle insidie. Son ri- 
sorte a bella posta dagli avelli ; si sono armate di 
ossa di morti ; han percorso od ucciso V assassino, o 
fatto qualcosa di simile. Anche i naviganti vi nutrono 
molta fiducia. Sovente sulle barche e sui bastimenti 
si raccolgono delle elemosine per procurar dei suf- 
fragi; ed alleviare, sia pure d'un solo istante, la loro 
pena. 



è. 



178 



Le fiammelle o fuochi fatui sì ritengono anime del 
purgatorio. 

Oh ! questa morte che ci cogUe all' improvviso, e 
quando meno ce lo aspettiamo con la sua h\ce fatale. 
Ma , in altri tempi , si dice che il Signore mandasse 
ad avvertire almeno una settimana prima. Cos'i ognuno 
aveva l'agio d'accomodar le cose sue; di apparecchiarsi 
al fatai viaggio; di farsi dire delle messe per la sal- 
vezza dell'anima.... o sprecare in gozzoviglie fino gli 
ultimi spiccioli. Mandava ad avvertire, per mezzo di 
un angelo , il quale dovette convincersi , che per lui 
non tirava troppo buon vento. Perciò, spiegate le ali, 
se ne tornò nella sede celeste. 

In Tegiano si aggiunge , che volendo il buon Dio 

rimediare in parte alla mancanza dell' angelo visibile, 

sostituì un rumore battezzato, (e forse a torto!) 'u cam- 

panìellu 'e San Pascale. Una donna avea la figliuola 

febbricitante. Si vede di buon mattino passare con 

) passo frettoloso. Una comare la ferma, e le chiede: — 

( « Come sta' figHata ? » — Dà in uno scoppio di pianto, 

] ed avvicinatosi il grembiale agli occhi , esclama : — 

) (f Ah ! cummara mia. Stanotte ne è venuto a truvà' 

ì '« campaniellu 'e San TascaìeH! » 

> Non m' indugio a parlare delle danze macabre. Ne 

) han discorso parecchi ; e qualche notizia si potrebbe 

l ricavare dal Vigo, dal Peignot, Rechcrches hist. et Ut. 

ì sur les dauses des inorts. (Dijon, 1826); dal Largajolli, 

) Una dan:(a dei morti del sec. XF! nell'Alto Trentino (nel- 

J V^rch. Trent." an. V ecc.). Dico solo che vi hanno 



- 179 — 



anime dannate, purganti, scordate, pezzentelle, e che 
so io !"^Alcune stanno sopra, altre sotto terra : alcune 
in alto, altre a mezz'aria. L'Ebreo Errante, che respinse 
Gesù Cristo, sotto il peso della croce, 6 condannato a 
non fermarsi mai ! Quei preti che in vita mancarono 
di reckar lemesse, devono restare sulla terra finché 
non abbiano rimediato al malfitto. Escon di notte nelle 
chiese dirute di campagna col pallor della morte sulle 
guance allampanate. Celebrano messe silenziose senza 
suoni di campanelli , od al più con lieve strepito di 
tabelle. Le ascoltano quanti in vita neppure pensarono 
ad udirle. Qualche nostro vecchio racconta, che uscito 
per faccende ad ora insolita, ed entrato in una di queste 
chiese per udir messa presto, s' è accorto della verità 
delle cose; e, mentre fuggiva, tutto è sparito in un 

istante ! 

//' 7 



-^m%^ 



i8o 






GAP. Vili. 


« 


LEGGENDE MARIANE. 


^^ff^i;/ 





IIÉéJ ARF.CCHÌE imaoini della Madonna si son tro- 
IjiKìT^ vate in modo meraviglioso, secondo asserisce 
éji-J la leggenda. Qualcuno vorrebbe farle risalire 
JJV alla proibizione di Leone III Isaurico, l'Ico- 

noclasta, o ad altra causa simigliante. Ma io 

lascio da banda simile disputa, e riferisco solo pochi } 

esempì. ( 

Chi da Castellammare muove alla volta di Meta, \ 

s'imbatte a sinistra in una chiesa con un bello spiazzo ) 

innanzi , e dedicata alla Madonna ih! Lauro. Perchè e 

tal nome? Hcco. Narra la tradizione che, al principio ì 

del secolo ottavo , questo luogo era boscoso e diru- ) 

pato, ed al vertice del monte una chiesetta del SS. \ 

Salvatore. Accade un giorno che una vecchina , vi ) 

reca a pascolo una vaccarella ; e la vede gcnullcttere ^ 



^a. 



- iSi - 



-Jì^ 




innanzi ad un albero di lauro. Che è ? Che non è ? 

La sprona per rimuoverla. Indarno. S'accresce la me- 

aviglia, quando vede a pie' dell'albero una gran fiamma. 

S^approssima. Scorge la statua della Madonna con una 

lioccia e dodici pulcini di oro. Figuratevi ! 

• La notizia propagatasi e propalatasi, giunge fino al 
vescovo il quale ordina di trasportar tutto nella cat- 
tedrale. Ma qualche giorno dopo, più non si rinviene 
al suo posto, anzi a pie' dell'alloro. Si rinnova il tra- 
sporto per ben tre volte, invano ! 

Allora si capi , che volea restare in quel punto ; e 
si pensò ad ampliare la primitiva chiesetta , ribattez- 
zata sotto il nome di Santa-Maria-del-Lauro. (Cfr, Ca- 
passo, Memorie storiche delle chiese sor renf ine, Napoli 1854, 
p. 137). E la tradizione ripetè, che quella effigie era 
stata anche vista ed onorata in oriente , sul monte 
Taborre e che per fuggir la persecuzione dell'Isaurico, 
miracolosamente aveva cercato il cielo di Meta. < 

Dell' antichità di questa cìiiesa abbiamo prove non ì 
dubbie. Il Patriarca Antiocheno riferisce un'iscrizione, \ 
dalla quale risulta che fu restaurata nel 1206 e con- ) 
sacrata da Alfcrio arcivescovo di Sorrento , assistito ( 
dai vescovi di Stabia e di Jìqua. Il Borrelli ne fa men- ( 
zione in un documento del 1218 , allegato nel som- ) 
mario de' fatti della lite fra il seggio di Nido di Na- ? 
poli e la famiglia Vulcano. L' incoronazione si fé' il 
2 giugno 1748 , e presso il capitolo Vaticano sono 
indicati i vari miracoli. Ma lasciando queste ed altre 
notiziucce, voglio solo dire, che la festa se ne celebra 



— 182 



Ji^ 



con gran pompa nel giorno otto settembre; e che del- 
l'argomento si è occupato pure il Ganzano e più com- 
pletamente il P. Francesco Liguori , La Madonna del 
Lauro, Stor. documentata del santuario di Meta. (Avel- 
lino, Maggi, 1888). 

Nel Rivolo di Meta vi è una Madonna su tufo ben 
serbati, e di cui la festa si celebra nel due luglio. A 
mezzo del secolo decimosettimo, la Vergine apparve 
in sogno tre volte ad un tal Domenico Trapani. Gli 
impose di far cavare in quel punto , sotto un cespu- 
glietto , perchè vi avrebbe rinvenuto un tesoro. Ma 
eseguendo ciò al mattino si trovò quell'imagine. L'istesso 
Trapani vi fé presto elevare una cappella , alquanto 
in alto, perchè trovandosi in un rivolo, non fosse so- 
verchiata dall'alluvione. 

• Santa-Maria-di-Galatea prima era nel casale di tal 
nome, in prossimità de' colli di Fontanella. Assunse 
questo nome da un tempietto dedicato alla dea ma- 
rina Galatea. Mutati i tempi ed il culto vi fu sostituita 
la Madonna. Vi si pose una statuetta di legno dorato, 
stile greco-bizantino , nella quale si rappresenta ada- 
giata sur una sedia col bambino in grembo. 

Si pretende questa la prima chiesa del Piano. Ed 
anche quando , aumentata la popolazione , so ne edi- 
ficarono altre nelle varie borgate , continuò ad esser 
la parrocchiale, e li si adempiva al precetto pasquale 
ed agli altri sagramenti. Ma facciamo un passo in dietro. 
I Mauri ed i Saraceni nelle loro piraterie si spinsero 
fin U\ su ; e misero tutto sotto sopra , e distrussero 



- 183 - 



m 



anche la chiesa. Dopo vari anni, vi tornano i naturali, 
senza darsi alcun pensiero del delubro e della statuetta, 
che credevano fatta in pezzi. Pure, nel 1580, un bel 
mattino di primavera , una donna pascolando il suo 
armento in prossimità della quondam chiesetta,ode una 
voce, che l'invita a rimuovere quelle erbe e quelle 
spine , che nascondevano l' effigie fra quei ruderi. La 
donna non se ne dà per intesa ; ma la voce si fa più 
insistente. Non vede nessuno'; e si pone ad origliare. 
Alla terza chiamata conosce esser voce divina. Subito, 
fa quanto le si era detta, e scovre l' imagine. 

Con grande gioja comincia ad annunziar la lieta -no- 
vella ; e tutti si affollano meravigliati. Vi accomoda 
una cappellina con fiori e lampada accesa ; ed ogni 
popolana vi accorre a curiosare ed a recitar preci. Di 
qui cominciano i miracoli. L' imagine fu trasportata • 
nella chiesa di Mortora ; ma quei di Galatea dolenti 
andarono a riprendersela; e la collocarono in altra cap- 
pellina di fiori.... La dimane, con meraviglia di tutti, 
fu ritrovata nella chiesa di Mortora , dove e anche 
adesso. Quegli ritennero, che si fosse involata di notte; 
e perciò la riportarono a Galatea, custodendola gelo- 
samente. Lidarno! Si rinvenne nella nuova chiesa, onde 
la lasciarono andare, ritenendo esser questa la sua vo- 
lontà. Si conservò ivi; e nel 1657, rifatto l'aitar mag- 
giore, venne posta su questo in una nicchia di marmo 
quadrangolare a figura di piramide troncata , dove 
tuttavia si conserva. (Cfr. Cenni storici di S. M. di G. 
ecc. già citati, nonché il Ganzano). 



dt^- 



-184 - 



p 

Anche di Santa-Maria-dcl-Toro-in-Vico-Equense sì 
racconta una storia consimile. 

Non so che Caterina, storpia ed ammalata, in una 
notte del 1530, vide insogno una maestosa Signora: 
« Va, Caterina, — le disse — nella grotta di Villauto, 
e là, innanzi alla mia immagine guarirai ! ». Al mattino 
svegliata, raccontò tutto ai genitori, e li sollecitò a con- 
durla in quel luogo. Kssi si mostravan repugnanti , 
sembrando ciò inverosimile, tanto più che quella spe- 
lonca serviva come stalla di animali vaccini. Finalmente 
vi s'indussero più per contentarla, che per altro. E 
molti per curiosità o per devozione , vollero accom- 
pagnarla. 

Arrivati nella grotta , alcuni coloni si fecero a de- 
nudarla delle erbe e dei dumi. Qual meraviglia ! Di 
sotto uscirono delle magnifiche pareti , e finalmente 
l'effigie della Madonna. La Caterina in un eccesso di 
fede si trascinò a pie dell'immagine; e si rialzò guarita. 
i In quel punto fu eretta la chiesa, che pure oggi esiste; 
forse la più bella del Vicano. La festa si celebra pom- 
posamente nella terza domenica di ottobre. 

Ma donde quest'origine? È facile a dirsi. Nel se- 
colo decimoquinto vivea in Vico una brava e pia per- 
sona, Natale Villauto. Per sua devozione fò dipingere 
nella grotta di un suo oliveto la Vergine col figliuolo 
in braccio. Lui morto, gli eredi non vi badarono più 
a segno da perdersi fin la memoria; esistervi in quel 
luogo l'imagine che fu rinvenuta come ho detto. (Vedi 
il Cnnzano). La Madonna di Pozzano si trovò in un 



- i8s - 



pozzo , dove era occultata ; al qual proposito si può 
riscontrare V Istoria deìf immac;ine di S. Maria di Polivano 
(Castellammare, 1859) del P. Serafino de' Ruggieri. 
Nel soccorpo di Sant' Antonino vi e un'antica im- 
magine , appo la quale si raccoglieva la confraternita 
dei Battenti {Fustigantinm). Ve ne è un' altra dal ti- 
tolo : tAuxiliniìi Cristianoruììì. Si trovava in Casarlano 
nel 13 giugno 1558. I Turchi invasori la pugnalarono; 
e si racconta, che versasse lacrime e stille di sangue. 
Nella stessa parrocchia v' è un artVesco, rappresentante 
la Vergine col bambino in braccio. Maria Palumbo 
pascolava jHia_giovencji in quelle_v|cinanze^ Da mezzo 
a' cespugli ode una voce : (■ Di' a tuo padre, che venga 
a scavare in questo punto; e troverà una mia imma- 
gine ! » Lei non se ne dà per intesa ; ma la scena si 
ripete un secondo e un terzo giorno , nel quale le 
dette anche un colpettino sulla guancia. Allora riferisce 
tutto al padre, il quale scava e ritrova l'immagine. 
Li, a poco a poco sorse una chiesa, che con relativa 
abitazione nel 1425 fu affidata ai Padri Domenicani 
di Napoli. Così da una relazione serbata nell'Archivio 
di S. Pietro Martire ; e trascritta pure nel libro dei 
matrimoni del 1679 esistente nella parrocchia di Santa 
Maria di Casarlano. Dell' argomento si e occupato al 
solito anche il Canzano. 

A Seano vi è 1' imagine di 5. Maria La Vecchia. 
Forse è detta cosi perchè la più antica di quelle parti. 
Ricorre la festa nel due luglio. Gran fede vi hanno 
i marinai; ed ultimamente ne celebrarono con pompa 



— 186 






il centenario. Presso questa chiesetta , in tempo di 
guerra, o quando imperversa la tempesta, si veggono 
delle fiammelle accese, /// ajiint ! 

Pure Santa Maria delle Gra:{ie in Vico Equensc , 
nel secolo deciquarto , fu ritrovata in una chiesetta 
quasi colma di terreno^ in vicinanza delle mura della 
città. 

Altra ve ne e in S. Agata , pure molto antica. La 
festa ricorre nel secondo giorno di Pentecoste. L'altare 
della chiesa è una .bellezza: mirabilmente intarsiato di 
madreperle, agate, lapislazzuli, corniole ed altre pietre 
preziose. Verso lo scorcio del secolo decimoquinto, vi 
venne un lupo da Fagito, e rapi la figlioletta d'un tal 
Festinese di Massa. La mamma, spaventata, fece il voto 
alla Madonna di edificarle un tempio, se la fanciulla fosse 
restata illesa. La belva giunta vicino all'immagine di-i 
pinta sul muro della strada, si fermò lasciando la preda. ^ 
E si mantenne la promessa ! (cfr. il Ganzano). A San-J 
t'Angelo a Riviezzolo, con una semplice benedizione, 
si snidarono i lupi che infestavano quelle contrade. 

Anche in Massa Lubrense (jnassae, aggregazione di 
due villaggi, lubrense dal delubniin di Minerva. — Ca- 
passo, Op. cit. p. 4), vi è S. Maria della Lobra. La 
festa si celebra nel quindici agosto. I marinai alla vista" 
di Capo Corbo la salutano affettuosamente. Con la/ 
nuova fede, al tempio di Minerva, nella collina Fon- 
tanella, fu sostituito quello della Vergine, in parte coi 
ruderi dell'altro , e si dipinse l'effigie sopra una dello 
pareti. Distrutto dai Turchi nel 1564-70, fu eretto un \ 



- 187 - 



altro a Campitello, dove si recò V istessa immagine tolta 
dal muro con singolare perizia da Costanzo Para- 
scaldolo (V. Sor. sac. ed ili. del P. Bonaventura, San- 
t'Agnello, 1877, P- 55-64)- 

h, giacché siamo su l'argomento consentite che ag- 
giunga qualche notizia intorno alla Madonna delle 
Galline in Pagani, la quale si collega al nostro tema. 

La festa si celebra nella domenica /;/ albis , ma se ) 
piove troppo , si rimanda. Ricorrerebbe pure neir ul- ) 
tima domenica di luglio , e non §e ne tien conto. ì 
Dura tre giorni a cominciare dal sabato, e nel lunedi ( 
vi sono molti giuochi pirotecnici. La processione è il ; 
punto culminante, e si fa in domenica. La statua della ( 
Madonna percorre tutto il paese con accompagna- ] 
mento di preti, fratelli delle varie congreghe, banda 
e concorso di popolo. Scopo precipuo è la questua. 
Ogni popolana ha già pronta una o più delle migliori 
galline, o delle tortorelle e dei colombi, che sogliono 
tingere amarante. Al passaggio le lanciano. E per lo 
più si fermano sul piedistallo della statua, abbastanza 
grande ed a due piani, a mo' d' una scansia , o svo- 
lazzano intorno. Lo spazio sarebbe angusto. Il mastro 
di festa toglie quei volatili , e talvolta anche qualche 
coniglio, e li vende li per l'i, e molti li acquistano per 
devozione. \^i è chi offre delle gabbiette (\) trionfo) piene 
di colombi , sollevate da quattro aste unitamente alle 
assicelle adorne di carta dorata e colorata. I parecchi 
vaccinai conducono innanzi alla processione vacche , 
giovenche, montoni, e fin qualciie maiale, tutti nastri 



— 188 



a vari colori. Li vendono, e il guadagno va alla Ma- 
donna. I questuanti non mancano di zelo , perche la 
raccolta riesca copiosa. Si recano fin nelle botteghe , 
e ciascuno contribuisce per la sua parte. 

Ma donde il titolo delle Galline? Vi ò chi ritiene 
(fra cui il quondam Monsignore Ammirante) derivare 
dall'aver le galline, razzolando, scoverta l'imagine della 
Madonna; e così e scritto sotto alle figure che si so- 
gliono dispensare in occasione della festa. Altri dal 
tributo di galline, che fin dalla edificazione del tempio 
cominciarono ad ofi^rir le divote. Comunque, tale ap- 
pellativo valse a distinguere S. Maria del Cannine 
della Fia:iia , dall' altra nel convento dei Frati. Nò la 
specificazione è irriverente. In Capua vi ha S. Maria 
dei Sorci (Suricorinn), detta cosi, perchè non so che Ar- 
rigo Imperatore, dormendo in quel sacello, e leccato 
per divina intercessione dai sorci , guarì da un' osti- 
nata lebbra (cfr. Can. Pratillo nei Commentari al Pel- 
legrino, t. II, n. 3, T>e Basii. Suricorum). 

La nostra immagine rappresenta la Madonna col 
figliuolo in braccio , e fu rinvenuta nel principio del 
secolo decimosettimo. V era stata una inondazione, 
tanto che per soccorrere i sequestrati in casa, morenti 
di inedia, bisognava andar con le barchette, donde de- 
rivò una moria di cinque o sei mila persone. Capita 
un forestiero storpio e paralitico, che per carità viene 
allogato vìqW Oralorio, contiguo alla parrocchia di San 
Felice /;/ Princis detto pure spoglialo/o, perche vi con- 
venivano dei confratelli carnìelitani, e vi serbavano i 



— 189 — 



Uà 



loro abiti , solendo seppellire i defunti. La sera, quel ', 

tale rivolge le sue preci a quell' immagine che dalla ) 

parete gli pende sul capo, e si pone a russare. Verso l 

mezzanotte è svegliato da una voce celeste, e si trova \ 

guarito. Le campane scosse da mano ignota , comin- ^ 

ciano a squillare. Si destano i cittadini che accorrono \ 

a sincerarsi coi propri occhi dell' accaduto. ) 

Si pone subito ad edificare una chiesa , per avere ì 

un luogo più decente. La quale, — come dicono, — :' 

fu recata a compimento da cinque muratori con al- ) 

trettanti manovali in cinque mesi. In questo tempo ^ 

non cadde stilla d'acqua. Ma, terminato il lavoro, venne ' 

giù pioggia a catinelle, e si ebbe copiosa raccolta. [ 

Di qui la serie dei prodigi. Frate Angelo d'Amato, ) 

nel convento di Castellammare di Stabia si trovava , ^ 

da un quinquennio, orbo ed attratto di mani e di \ 

piedi. Nel calen di maggio 1609 [ì] pensò farsi recare ) 
su d' un carro alla nuova chiesa. Deposto sul pavi- 
mento, alla sola invocazione della Vergine, riebbe il 
moto e la vista, e celebrò la messa di ringraziamento 
su quell'altare. 

Antonio Di Simone del casal dei Pccorari era in- 
vaso dal demonio. Invano preci ed esorcismi ! Ma 
bastò condurlo nel tempio per vederlo liberato. Lo 
stesso accadde ad una tale Silvia Pagano. Antonio 
Basile di Sanseverino, viaggiando per un sentiero dif- 
ficile, precipitò col mulo da spaventevole altezza, fra- \ 
cassandosi; ed alla sola invocazione , si trovò sano e ^ 
salvo. V era un ribaldo paesano, Andrea Pepe , alias \ 



— 190 — 



Capitan Garzicchio, che capitanava un branco di ban- 
diti. Nel 1660 si nascosero nel vetusto castello accosto 
alla piazza di Pagani Corte-in- Piano allo scopo di sva- 
ligiare quanti convenivano alla festa dell' ultima do- 
menica lugliatica. Ma si suscitò una tempesta , che li 
spaventò; ed appena dispersi tornò il sereno; e si ce- 
lebrò una festa solenne con gran concorso di gente. 
Allora s^inanimirono a ritentar la prova; e discesi nel 
piano , si trovarono arrestati ed inchiodati da una 
mano invisibile. Raddoppiando gli sforzi, più s' avve- 
devano d' esser cinti da una catena adamantina. Due 
anni dopo, un tal Giuseppe Frabacile trasportato nel 
tempio mortalmente ferito , ne usci sano e salvo. Il 
medico Francesco Tortora, mentre nel 1739 da Age- 
rola (dove esercitava la professione) si recava a Gra- \ 
guano a curare una monaca nel monastero di S. Ni- ) 
colò di Mira, precipitò da un'altura insieme col suo ca- } 
vallo. Invocata la Vergine, gli sembrò vederla per l'aria '^ 
che lo staccasse dal destriero, che restò sfracellato, e ^ 
sviluppati i piedi dalle staffe, lo condusse felicemente \ 
lontano dodici palmi. E quando la famiglia , avuta la ì 
cattiva novella, lo piangeva morto, sei vide ricompa- l 
rire innanzi sano e salvo. \ 

Ne minori sono i fatti con l' intervento delle gal- 
Jine. Nel 1660 una donnacchera era indebitata fino 
alla cima de' capelli; e gli sgherri vanno per porre il t 
marito in gattabuja. Lei promette una gallina alla Ma- > 
donna perchè lo liberi. Birri e creditori entrano in ) 
casa, e colpiti d'istantaneo accecamento, noi pònno 



D 



— 191 



rinvenire, l-, una quissimile dei soldati Siri comandati 
da Elino. 

Nel 1697, Domenico Amarante, cappellano della 
chiesa , si quistiona con i governatori ed ordina alle 
donne di casa di non dare la solita gallina ai que- 
stuanti. Questi partono colle mani vuote : la gallina 
si precipita dalla terrazza nel cortile e muore. Le don- 
nette spaventate li richiamano, e ne consegnano un'altra. 
Un quidam, nel 1708 ordina alla famiglia di dar 
r equivalente della gallinella destinata come offerta; 
invece, perchè ben grassa, si fosse apparecchiata per 
la mensa. Si pose a cuocere ed esalava un gratissimo 
odore. Ma quando apparve in tavola era tutta inver- 
minita e schifosa, a segno che si dovette gittare. 
-f^ Nel 1696, una femminuccia paesana, dovendo an- 
mA dare non so dove, lasciò ad un'amica una gallina con 
\ l'incarico di consegnarla a suo tempo ai governatori. 
iP ? Ma lei vinta dall'avarizia, la sostituì con altra di minor 
*^^ \ pregio. Nella vigiUa della festa quella tale gallina allo 
i^^K spuntar del sole, se ne vola alla volta della chiesa; e 
trovatala chiusa si ferma sur un vicino pogginolo. 
Indarno accorre molta gente per acciuffarla. Invece, 
spalancata la porta , se ne vola su 1' aitar maggiore , 
dove resta tutto il giorno senza toccar cibo. Poste- 
riormente, viene esposta al pubblico in un gabbione^ 
e le uova, dispensate, dettero salute a vari infermi. Le 
penne erano di color tanè , abito della Madonna del 
Carmine. 

Nel 1708, un sagrestano ruba ed occulta una di 



- 192 



L 



queste galline ; ma gli scappa in mezzo alla folla e 

fugge sul piedistallo della statua. Lo stesso avvenne ^ 

l'anno dopo in S. Marzano. Un'avara nasconde la gal- ) 

lina già promessa. Ma sendovi ancora i questuanti , ( 

spicca un volo , e s' imbranca fra le altre (cfr. Sagro j 

novenario per onorare la gran Signora e Madre Maria SS. ) j 

del Carmine, volgarmente delle Galline, proteggilrice della \ \ 

ciità di Nocera dei Padani, coronata nel XXX settembre l 

ì 

di questo corrente anno di nost. salate MT)CCLXXXFII, ; 

ecc. di Giuseppe Messina tìcc. In Napoli nella stam- 
peria Paciana). Precedentemente v' erano altri due li- 
bretti , l'uno stampato in Trani nel 1724; l'altro in 
Napoli nel 1763. Qualche altra notizia su Targomento 

si potrebbe cavare dalla Storia illustrata de' santuari ^ 

più celebri, delle festività più solenni ecc. di M. T. di ( 
Gaspare de Luise, impressa pure in Napoli, nel 1873. 

Parmi inutile aggiungere, che il quadro di Mater- ) 

domjnij. in Nocera, fu rinvenuto sotto terra; un' altra ( 

imagi nejii Avigliano, su di un sambuco; 1' Incoronata ? 

di Capitanata sopra una quercia, ecc.Ta lista è lunga. ^ 

E potrei raggruzzolare parecchi esempli , se non vi ^ 

fosse rischio d'andar troppo lungi dal nostro centro. \ 

Pure, — so non m'inganno, — queste molteplici cspli- ? 

cazioni si ponno raccogliere sotto un sol punto di vista. ^ 

È sempre la tradizione, che attribuisce alle varie imma- ] 

gini un' origine meravigliosa , rimontando per lo più } 

ai tempi degli Iconoclasti, quando furono fatte segno l 

ad una fiera persecuzione ed anche le nostre contrade } 
erano rette da governo greco. Ma al cessare della pro- 



'9J 



scrizione , cominciarono a far capolino , risplendondo 
di maggior luce. Pure i fatti mirabili che si raccon- 
tano, e che porgerebbero campo a non pochi raffronti, 
si ripetono su per giù gli stessi , qua e là , per cui 
mi son ristretto a riferirne una sol volta, come sem- 
plice saggio, j ^ 






— 194 — 



<? 




GAP. IX. 

SALUTI ED AUGURII. 




1^ L saluto è degli angeli. Salutare e cortesia; 
^^ rendere il saluto dovere. I saluti si adattano 
alla persona. Ed è primo l'inferiore, che deve 
salutare il superiore. Che diamine ! 

Fra gli uomini si costuma cavarsi il cap- 
pello; fare una scappellata. Se di condizione più mo- 
desta baciano le mani : « Saluto Vostra Eccellenza ! 
Buon bespero ossignuri' ! Buona notte ! Buona sera ! 
Santa notte ! Buon giorno ! » E simili sono forme e 
formole ordinarie. 

Gli amici {hic ci hacc homo !) si baciano in viso, e 
doppiamente quando vón rendere la cosa più aftettuosa. 



L'ha detto il P 



armi in v 



ersi bellissimi; ed un bigotto 



avvocato del nostro foro ha stampato una allegazione ( 

sul bacio. / 

Gli ecclesiastici o le persone di chiesa sogliono , 



'95 



dialogizzare : « Viva Gesù e Maria » — « E San Giu- 
seppe 'ncumpagnia ! ». Ovvero : « Ogge e sempre ! » 
Di lontano si suol salutare facendo un segno con la 
mano; o toccando con la punta delle dita le labbra , 
come in segno di baciamano. 

Curiose son le « Cerimonie e creanze proprie usate 
da' Cavalieri napolitani » e delle quali il del Tufo ci 
ha serbato memoria. Vedendo un amico si dice : 
Son tutto vostro sfTè : l,i cas.i niÌA 

E di Vossignoria; 

Servasi pur di me, dove mi vede 

Atto a servirla a cavallo od a piede. 

Se s' imbatte in una persona di maggior momento 
esclama : « Vi son schiavo, vassallo e servidore ». Se 
vede una donna in cocchio, o avanti all'uscio , o alla 
finestra, si cava la berretta e le s'inchina. 

Come cosa divina, 
Dal suo cavai, se sul cavai si siede. 
Subito che la vede. 
Se la scorge in terra, le fa gran reverenza. Se si 
trovano a passar due cavalieri per uno stesso punto, 
subito si complimentano : 

Vada per cortesia 
Di grazia padron mio, Vossignoria. 
L'altro con leggiadria 

Replica al primo : fi Or qui starcni cento ann i, 
Se non va prima il mio signor Giovanni. » 
« Deh ! vada pur (risponde il Cavaliero) 
Vada pur volentiero. » 
Ma l'altro alfin : " Come a buon servitore 
Obedrò al mio signore » (Op. cit. p. 164-5). 



In Tegiano è proverbiale : 

Ti salutu bell'arcu, bellu pintu e beliti fattu, 
A chi ti veri e nu' ti saluta, lu culoru tramuta ! 

Si suol dire, che chi vede l'arco baleno, e non re- 
cita questi versetti è preso dall'epilessia. 

Ed ora passiamo agli auguri. 

In ogni festa od onomastico non mancano certi 
strimpeliatori andar intuonando gli orecchi con una 
musica di nuovo genere, e prodigando auguri sempre 
in vista di qualche mancia. Gli amici se ne sogliono 
scambiare per affetto ; i contadini per ossequio ai loro 
padroni o proprietari. Anzi vi aggiungono dei regali : 
frutta, pollastri, olio, vino, eccetera, con le più tenere 
espressioni del cuore, quantunque espresse un po' roz- 
zamente nel loro linguaggio : « Pe' cient'anne !... Mille 
■"e cheste ghiurnate .'...Puzzate campa' quanto 'o pane 
e 'o vino ! Maluocchie nu' nce pozzano ! Puazze aunnà' 
de beve, comme l'acqua de lu mare ! » 

I nostri contadini sono detti volgarmente parytinale 
o par:(onare da par:^ionale o par:;jaìe, mezzadro, mezza- 
iuolo. Una volta, coltivando la terra, dividevano il ri- 
colto con l'affittuario. Ora, non più. Il Lombardi scrisse \ 
nella Ciucceìdc (IX, 17) : 

Gomme 'n vede' li cane, eh' abbajamio 
Correno 'ncuollo a uno dioto a l'uorto 
Vola lo parzonaro, e ba sbuffanno. 

La sera dell'ultimo dell' anno si suol girare di casa 
in casa; ed al suono del lammnrro beneaugurare : « La 
bona sera e buon pencipio r' anno » cantando alcune 



- 197 



parti d'una nota canzone, che io lio pure pubblicato 
altrove , occupandomi di proposito di tale uso (Ar- 
chivio per le tradi:^ioni popolari , voi. II. p. 359). Poi 
si specificano gli auguri a ciascuno dei componenti , 
cominciando dal padrefamiglia : «o/4 chillo caro palre ! ». 
E l'altro risponde: Aiìimen ! A quelli, che hanno una 
professione si adattano delle parole, come, che possano 
sanare gli ammalati , vincere le cause e simili. E poi 
nella canzone ve ne è per tutti. 

Né meno curioso è ciò che si pratica dalla mezza 
notte in poi. Per lo più degli uomini van girando di 
porta in porta, scagliando vicino a ciascuno una pietra 
calcarea, e pronunziando ad alta voce le parole sa- 
cramentali : « Tanto puozze guadagna' chist' anno , 
quanto peso i', 'a preta e tutt' 'e penne». Al mattino 
si presenta per ottenere la rimunerazione , e ripete : 
« Siate janco e cuntento cu' tutt' 'a famiglia. 'O Se- 
gnore v'aonne 'e bene », e simile. Più tardi non man- 
cano capannelli di ragazzi , con manate di ramuscelli 
di lauro, che girando di casa in casa, augurano a tutti 
buon capo d'anno : « 'O lauro a vuje , e 'a 'nferta a 
me ! ». 

In questi giorni (come in generale in ogni festa) 
i pezzenti sono più insistenti. Fate loro la carità , e 
non mancheranno di colmarvi d'auguri. Specie in tempi 
di penuria, è comunissimo fra di noi l'andar pezzendo, 
o meglio il pc:(;^ire (adopero questo bel vocabolo dia- 
lettale ingiustamente escluso dalla lingua, mentre pure 
ha accolto il sostantivo, e pe:i::;endo unito al verbo an- 



-Jì5 
— 1Q8 — 



dare). Cosi spesso hanno occasione di <( fare pasca », 
cioè ammannire un buon pezzetto con ogni altro oc- 
corrente. Non voglio mancar di dire potersi istituir 
raffronto fra la canzonetta pianese con quella abruz- 
zese di Santa Siliviestro (Basile, an. I, p. 32, 80); e 
con quanto narra il De Nino (Usi e Costumi ^bru:^- 
:(esi,\l, 172-7). In occasione d'onomastico si sogliono 
tirar le orecchie, perchè quando sono lunghe indicano 
vita prospera e feconda. 

Bevendosi qualche liquore, specie del vino, invece 
di brindisi de' desinari illustri , si suol ripetere più 
modestamente : « A la salute vosta ! Me lo puzzate 
dà' pe' cient'anne ! »). E di risposta : « Pozza scennere 
'ncuorpo ! ». 

In alcune case non si ponevano a mangiare, senza 
aver prima baciata la mano ai genitori ed ottenuto da 
costoro o dal più anziano il benedicite. Gustando una 
frutta nuova per la prima volta (uva , fichi, pesche , 
duricine, albicocche tee.) si ringrazia innanzi tutto Dio, 
che ci ha fatto campare un altro anno, (cfr. Cinquanta 
can:(oni popolari napoletane, n. XXXIII). Oppure si dice 
un gloriapatri , cosi si guadagnano le indulgenze. In 
Tegiano sclamano : « Gesus ! » e poi recitano un pa- 
ternostro. 

Anche fra di noi (come altrove, e da qualcuno pure 
adesso, puta caso, le donne d'Introdacqua in Abruzzo) 
pare che si costumasse recider le chiome alle fanciulle 
che andavano a marito ; onde augurar tale recisione, 
era lo stesso che affrettar le nozze. Ci autorizza a 



199 — 



ritener cosi la divulgata frase vergine in capillis, mentre 
è ripetuta nelle leggi longobarde : filias in capiUo in 
casa relidas. Se le innupte avevano i capelli , osserva 
il Muratori^ le maritate dovevano essere senza o qual- 
cosa di simile. Ciò e confermato dai versi del Man- 
zoni, in cui Ermengarda ricorda alla madre d' averle 
essa recise di sua mano le chiome nel di dello sposalizio. 
Ora, la formola più comune d'auguri in simile ricor- 
renza è : « Salute e figli mascule ! » Alle ragazze : 
« Puozze ave' bona sciorta ! ». 

Ai bimbi suol dirsi : (f Crisci ! » in segno di salute. 
In Tcgiano : « Benerica ! ». Oppure : « Benericu Santu 
Martinu ! ». 

In un canto a figliola riferito nella Guida Pratica 
del Dialetto napolitano, MaruUi-Livigni, (p. 63) si con- 
chiude : 

A la salute s(>je mo' a la cantina 

Janimo a bevere tutte uommene compagne. 



— Salute, nenna bella, statte bona, 
Ca mo' te vene tutta 'sta canzona ; 
Tiene fravecato int' a lo pietto, 
Ca pe' te mena ognuno li confiette; 
Q.uanno farraje la sposa co' Nicola 
Bannera, arcebannera d' 'e figliuole. 

— E santa notte a te, faccia de rosa, 
Va te cocca, va cojeta a riposare... 

— E santa notte, nenna bona e sola 
Figliò, salute a te; figliò figliola... 

Quando uno starnuta ^ si suole augurar felicità. Ai 
giorni nostri si ripete macchinalmente ; ma in altri 

— 200 — 



tempi in Roma (591 ?) ed altrove, vi fu un'epidemia 
mortifera , che avca per segno lo starnuto. La gente 
moriva starnutando, al dir del popolino. Di qui pre- 
tendono l'augurio : — « Dio t'aiuti! » cioè: — « Iddio 
ti scampi dalla morte ! — Dopo la scoverta dell' Ame- 
rica venne di moda : — « T'ajuti Iddio, se non è ta- 
bacco ! » ricordando esser questo un potente starnu- 
tatorio (v. M. Di Martino, Lo Slanmto, qcc. Noto 1882). 
.Dopo l'augurio, l'altro risponde con un ringraziamento, 
fra cui : — « In servizio vostro », volendo dire, di goder 
buona salute per adoperarla a prò di chi ha fatto voti 
per lui. Pure oggi alcuni novatori vorrebbero fare 
smettere un tale uso, che è assai più antico della suc- 
cennata epidemia. Otto Reinsberg Dùringsfeld, in uno 
scrittarello , Felicità, volgarizzato dal nostro Di Mar- 
tino (Pavia, Successori Bizzoni , 1876), nota oppor- 
tunamente , che pure i Greci solevano esclamare , in 
simile riscontro : « Vivi ! » ovvero: — « Iddio ti con- 
servi ! » — ed i Romani : — « Salve ! » Anzi, aggiunge 
che Edw. Tylor {'Die ^Anfange der Ciiltiir) osserva, 
costumarsi anche presso i barbari. Chi è vago delle 
varie formole, riscontri il grazioso libricciuolo. Tra noi 
la formola più comune è : — « Viva ! » o— « Felicità ! « 
E l'altro risponde : — « Grazie ! » Oppure : — « Santo 
e viecchio ! » — Quando uno a principio di una ma- 
lattia starnutisce, non è buon segno : ottimo, se con- 
valescente. Talvolta, si attribuisce air inizio d' un ca- 
tarro, onde si suol chiedere a chi starnutisce : — (f E 
che? Hai preso il catarro ? >j — Le beghine consigliano 



crocesignarsi starnutando , perche un demonio profit- 
tando della bocca aperta (e ciò anche in caso di sba- 
diglio) potrebbe entrare nel corpo del malcapitato. 

In Tegiano due volendosi beneaugurare, costumano 
ripetere questa filastrocca : 

— « Neh ! cummà' ? .> _ « Qno ! « 

— « He accunzatu lu niulinu ! » 

— « Acconza, accunzaria ! » 

— « Chi me manne ? » 

— « Te manno Mariuccia. » 

— « Vienetenne, Mariuccia, 
Che bella farina te voglio fa', 
Janca e munatella (fina, fina), 
Corame 'e 'na piccola fajelia. 
Auza 'stu perù, 

Carcame 'sta mola, 

Cu' 'nu bellu maritu, si Diu vole ! » 

Questo nel caso che le vuol bene; in contrario, mo- 
difica cosi l'ultimo verso : — « La pozzo vede' scapez- 
zata , si Diu vole!» Non ce da scandalezzarsi. Ab- 
bondano gli auguri poco gentili, come questo : 

Che te scennesse aute e tonne, 
Quanto 'a muntagna 'e Somma. 

Ovvero quest'altro : — « Chella mamma, che te sciu- 
glieva 'o cape 'e spave {aW ombelico) nu 'nce per- 
deva ! » Non manca qualche scherzo : 

— « Oh ! bene mio. e che luna ? 

— « È la Riana stella, 
Quanno nu' tengo renare, 
Vache facenne zella ! » 



Forma quasi 1' ironia, la caricatura degli auguri. A 
chi si vuol male, in Tegiano, si suol ripetere^ specie 
a^ marmocchi ; 

Lu putintissimu rimoiiiii, li brutta spezia, 'nu riscenzu 
La frevu a trièminilu, la frevu malegiia. (convulsione) 

Ed in qualche altra occasione : — « Puozzi aumintà' 
comu la nevu a lu spitu (^schidione) ovvero « comu la 
nevu a lu solu ! » Arieggiano certi complimenti, che 
si sogliono scambiare fra di loro paesi e paesi, come 
questo : 

Maratea, senza sole, 
Uommene senza parole; 
E, se le corna avessero frasche, 
Maratea saria 'nu bosco. 

Ovvero : — « Pagani, magani o magari » — O que- 
st' altro , che si dice di Scafati, il luogo natio dello 
Sgruttendio, attribuito ad un tale che si era punto con 
le ortiche : 

Scafati, schifati, 
Malacqua, nialagente 
E pure l'erua è malamente. 

Il che mi riduce alla mente, che in altri tempi era 
tenuto come un peccato contro il secondo comanda- 
mento, l'aver chiamato Iddio parziale o spagnuolo, come 
si dice nello Specidum Confessarionun (1525) del ci- 
lentano Fra Matteo Corradono. Prova non dubbia dcl- 
l'avvcrsione de' Napoletani verso gli Spagnuoli. 

Dicendo di uno: « Se ne pozza perde' 'a semmenta ! » 
significa che vada alla malora , al diavolo, se ne di- 
sperde fino il ricordo. 



— 203 



è 



-u^ 



« Felice notte a chi resta! — « Chi ne ha avuto avuto: ; 
non m'importa un fico! » — « Puoz/e essere salutato ^ 
da 'no campanaro! », cioè, si possa sonare a morte ^ 
per te. — «A mala pasca che te vatta!», possa aver ,; 
male ! 

Ma lasciamo questo tema, e torniamo a' sinceri au- 
guri. In Tegiano , specie in occasione di partenza, si 
suol dire : 

Pozza fiurisci la terra chi camina! 
Puozza aumimà' comu aumenta la messa ! 
Pozza fiurisci comu la mazza ri S. Giuseppa ! 

Ivi, di Natale verso un'ora di notte, il padrefamigUa 
o il più anziano pone sul fuoco un ceppo (slreppone) 
non senza essersi tutti prima prostrati a faccia a terra, 
e recitata un'avemaria. A chi compie il rito, la fami- 
glia ripete in coro : « Lu puozze mette' pe' 'n ati cien- 
t'anni , figUu miu...tata miu ecc. ». Il ceppo si lascia 
al fuoco , finché si consuma. Talvolta dura due fino 
ad otto giorni. Ciò che supera, si serba come un po- 
tente rimedio contro la tempesta. Ove il tempo im- 
perversa, si pone fuori alla finestra; e tutto finisce in 
un attimo. Allo stesso scopo si adopera una falce in 
testa, una paletta od un coltello. Da noi si ritiene 
cattivo augurio spazzare di sera; lo stesso se si versa 
del sale e dell' olio ; di lieto , se si rovescia il vino. 
Ove una cucitrice agucchiando si punga e ne spicci 
sangue, buon segno : quella veste dovrà consumarsela 
lei. 

Trovarsi una formichina addosso è lieto augurio. 



204 



P 

l Cosi una lucertola a due code. E le contadine riten- 
gono, che chiudendone una nella cassa o cassone del 
grano, quello che vi si serba , aumenti a vista d' oc- 
chio. Vedendo venire in casa una fartalhi; reca buona 
nuova, specie se una vaccarella di San Bartolommeo, 
che non deve mai uccidersi. In Tegiano la stessa virtù 
attribuiscono a /// piircieddn ri Sanili ,ylnlonitt. Come 
si vede con lest.i, specie da chi ha qualcuno fuori, puta 
caso, in America! È sicuro indizilo di dover ricevere 
fra breve una lettera. 

In Ischia nelle ore pomeridiane della vigilia di San 
Lorenzo si costuma scavar la terra , per rinvenire i 
carboni del santo, il quale, come sapete, fu arrostito 
sulla graticola. Questi carboni sono sacri e, portati in 
casa, questa è senz'altro benedetta. Ma i più non ne 
trovano; e devono rassegnarsi nella speranza d' esser 
più fortunati un altro anno , se vaghezza li stimola. 

In Massa Lubrense si ritiene, che facendo inghiottire 
ad un bambino un cuore crudo di rondine squartata 
viva , esso cresca un omino ammodo con la zucca 
piena di buon sale ; ma a quanto dicono, non sempre 
si raggiunge l' cifetto. Pure si pratica con fervore , e 
con parole d'augurio. 

lì chi non ricorda le belle cose che sogliono augu- 
rare le donne , cullando i bamboletti ? Le espressioni 
contenute in alcune ninne-nanne ? Le invocazioni al 
sonno per tarli riposare? Anche il del Tufo (0/). <://., 
p. 41-2) ha ricordato il principio di parecchie di tali 
canzonette : 



— 20S — 



O Nunziata min, falla dormire 
La Nunziata nu' volc canzone. 
Ma vele paternuostc e orazinnc. 

Ed alla figlia mia, 

Santa Maria, che ognuno te chiamma 

Mannaie 'nu marito senza mamma. 

Potrei ancora continuare, ma sono stanco; e se qual- 
che curioso lettore ha avuto la pazienza di seguirmi fino ? 
a questo punto, dev'essersi annojato. È meglio quindi ^^ 
rimandar la cosa ad un' altra volta _, supposto che ce 
venga il capriccio. Pel momento non voglio perdere 
anche io l'occasione di mandargli un lieto augurio ! 



Fine. 



N„. 

— 206 



LJla,. 



^-■^^-- 



INDICE 



Al Dott. Giuseppe Pitrè Pag. V 

ALCUNE TRADIZIONI ED USI NELLA PENISOLA SOR- 
RENTINA » i 

CAPO I. — Bambinerie ■ . . » j 

Prime cure materne. — il campanello di Sant'Antuono. 
— Rimedio per non andare in Cornovaglia. — Come 
si viene al mondo. — Trastulli infantili. — Presepe. — 
Scimiotteggiamenti. — Castighi in iscuola. — Giuochi; 
e// //il lappa ! 'Irica e scainpag itola! Tiiigtcla, pingula! Lu 
juocu re li brecce; Scole seni iste! Tuppè, tuppè! A spacca- 
stroiniiiola; A inamiiiera e nocella; Cniiniià' seta-selella; A 
nasconiie'; ^4 «/rt^^u e piu\o. — Sticiiiie, stieune, mia cor- 
tina! Ipotesi esplicativa. 

C.\PO II. — Feste, fiori e i-rutì a w 28 

Carnevale ed i suoi giovedì. — Ln rato tegiancse. — 
Minestra maritata, con ricetta del Tufo-Cortese. — Ca- 
satelli. — Uova pente descritte da Dei-Tufo. — Agnello 
Pasquale.— Offerta pasquale della vassalla sorrentina. — 
La mongana di Sorrento, lodata da Ortensio Landò. — 



— 207 — 



w- 



? 



Burri piancsi. — Giuncata. — Diverse specie di ficlii e 
voci di venditori. — Copeta di San Martino. — Bucco- 
lica natalizia. — Anguille di Sarno. — Vari trastulli mat- 
tacini, forze d'Ercole, Lucia canazza. — L'ultima sera di 
carnevale. — Quaresima. — La morte di Sorrento.— La 
domenica delle palme e le frasche di Scano. — La be- 
nedizione delle case. — Fiori recati dagli amanti. — Il 
majo sorrentino.— Regalo del Grillo ad un governatore 
di Sorrento. — I gigli di Nola. — Fiori, cristalli e ven- 
tagli agli Eletti di Napoli. — Offerta del Municipio al 
Re. — Focaraiii nella vigilia dell'Assunta.— Prognostici 
delle maritabili nella vigilia di San Giovanni. — Festa 
di San Pietro. — La caccia del bufalo. — La cuccagna. 

— Statuto sorrentino sull'esequie e sul lutto. 

CAPO III. — DiVHRSI RIMEDI! » 58 

Segretisti.— Frottola per fare uscire sangue dal naso. 

— Catarro. — .Mal d' orecchie e d" occhi. — Vermifugo. 

— Rinforzar le reni. — Acqua d'Alinuiri, e relativa fi- 
lastrocca. — Dolori di membra e di denti. — Malsot- 
tile. — Verme di finocchio. — Funghi. — Come si me- 
dicano le contusioni , e testimonianza del Cortese. — 
Virtù chirurgica de' Vulcani. — Come si sana il verme 
del cavallo. — Destriero di Virgilio. — Denti vecchi e 
nuovi. — Parafulmini mistici. — Li canna ed il serpe. 

— I cerauli. — Le formiche che mangiano i nidi degli 
uccelli. — La gallina cantatrice. — Non è da intrecciare 
i capelli di venerdì. — Previdenza pria di bere. — Come 
si trova una cosa smarrita. — Le cent'uova ed i pazzi. 

C.-\PO IV. — Agricoltura e cacci.\ ''77 

Feracità del suolo della penisola sorrentina celebrata 
dal Pica. — Arance, smercio e perchè si chiamano por- 
togalle. — Prima predica di S. Pietro in Sorrento. — Con- 
tini-a il viaggio e capita a Mojano. — Sant'Antonino e 
gli .\rolesi. — La Madonna e la Grotta acquara. — Gesù 



208 



uOS 



e 



Cristo ed i lupini. — La pioggia. — Proverbi astrono- 
mici. — Colio d'ortiche. — Il pane in famiglia. — Sgom- 
bro dei fondi e delle case. — La luna e sue influenze. — 
Marcoffo nella luna. — La calamita nel poz?o. — Il porco 
cammarato , e la gallina con la pepitela. — Il fumo 
delle legna verdi. — Le api che sciamano. — I sambu- 
chi. — Qualche proverbio sulla frutta. — Il Calbi. Nomi 
^ di vacche. — Caccia delle quaglie. — Caccia de' fringuelli, 

de' passeri, delle code bianche. — Proverbi cinegetici. 

CAPO V. — Paremiologia Pag. 1 1 1 

Proverbi. — Apoftegmi; frasi ecc., spiegate: C\Celtere 
Vassisa a le ccetrole. — Ncalania vai, Kcatania ueiigo. — 
Tene doje facce come San Matteo. — Dare c'"o sidece 'iitena. 
— Pure 'e piilece hanno la tosse. — Tassa '« vacca. — 
E che so' fatto cane ? — Chille so' perucchie tante l'uno; 
— Vasene de Gra;rnano sapevano lettere. — Gallina vecchia 
fa 'o brodo buono. — 'Nliempo 'e necessità ogni pertuso 
è puorto. — Chi troppa 'fl tira, 'a spe^a. — Passaro viec- 
chio nn trase 'ngajola, — Camme eccola canta. — Cre- 
dere d'essere arrevato a Chiiingo. — Scaccianopole da Sur- 
riento ecc. 

CAPO VI. — Usi m.-^rini ..131 

Varo di un bastimento. — 'E doje ore d' '0 capitone. — 
Promozione del ragazzo a giovanetto.— Il Beato. — 'O rum- 
maglio. — Benedizione del bastimento. — Gravezze im- 
poste ai battellieri e naviganti sorrentini al tempo di 
Giovanna I. — Festa alla marina di Cassano. — Voti e 
devozioni del marinajo. — S. Antonino. — L'intarsio ed i 
nastri di seta sorrentini. — Pesca; e special'tà di questi 
mari. — San Pietro Acrapolla e processione annuale. — 
Proverbi pescatori. — Invasioni turchesche. — Bellezza 
delle donne sorrentine. — Canto amoroso. — Il canto della 
partenza. — Canzonetta del riniiatrio. 
CAPO VII. — Gli Spiriti » 1 5 , 



— 209 — 14 



'0 Miuijciello e sue gesta. — Punizioni di chi tradisce 
il segreto. — Rosa Capurisota. — Mirichicchiu. — Gli 
spiriti della villa Pollio. — Rimedio per non farli en- 
trare in casa. — Le fate. — La Bella 'D\ibriana. — La 
fitta di casa Mastrogiudice. — La Befana. — La janara, 

— Congresso stregonesco sotto la Noce di Benevento. 

— Potenza delle streghe ed antidoti. — La vecchia cap- 
pella di San Galeone. — La vientu trista. — La fattura, 
confermata coi versi del Cortese. — Rimedi contro i ma- 

( locchi, ecc. — II Gobbo di Peretola. — Demonio e ma- 

( ghi. — Lotta fra il bene e il male. — Il 1 umpunale. — y^/- 

ì tattira e suoi antidoti. — Le an'.ine dei trapassati. 

( «^APO Vili. — Leggende mari.we Pag. i8i 

s Madonna del Lauro di Meta con la chioccia ed i 

\ pulcini d' oro. — Ritrovamento di Santa Maria di Ga- 

\ latea , da Mortora. — Santa Maria del Toro in Vico 

) Equense. — La Madonna delle galline in Pagani ; pro- 

cessione e tradizione. — Confraternita de' battenti. — La 
Vergine di Casarlano. — Immagine del Rivolo di Meta. — 
Santa Maria della Vecchia in Seano. — S. Maria delle 
Grazie in Vico. — Santa Maria della Lobra e culto re- 
lativo. — Madonna di Pozzano. — Osservazioni. 

CAPO IX. — Saluti ed Augurii » i9J 

Saluti e baci. — Cerimonie de' cavalieri ai tempi di 
G. B. del Tufo. — .'\uguri. — L'ultima sera dell'anno. — 
Buoncapodanno. — Q.uando s' ha una frutta novella, — 
Starnuto e felicità. — Auguri tegianesi. — Ironia. — Ceppo 
di Natale. — Carboni di San Lorenzo Cuore di ron- 
dine. — Commiato. 



.o$a-^!e=^- 



" 'irò 
Principali pubblicazioni dello stesso autore. 




V Ciiiciuanta oanti po>). iiap.— Milano, Ambrosoli, 1881. In-IG" di p. :5-J. 
^ Cento Canti di Sei-rara d'Ischia —Milano, Brigola, 1882, id. p. 64. 
^CJanii del pop. di Piano di Sorrento — id. 188.'5 p. 128. 

Uì\ povero diinenticato iCamillo l'aturro, poeta dialettale inetese). 

— id. Pagnoni, 1882 p. 10. 
Graleota in Parna.so, venticincine motti di F. GS-aliani, 
ed una satira in terza rinaa. — Napoli, Pesole, 1885. In-S" p. 10. 
Ijiriclie inedite di A.les.-^andro IPoerio— Piano di Sonento,1887. 

In-4" gran formato, p. 16. 
In IVIorte del Ho.i a— Campobasso, lamiceli, 1887. fn-i" piccolo di p. 20. 
Alcuni brani degli awertiinenti inediti di Ciccio d'A.n- 

di'ea a' nipoti — Napoli, Pesole, 1885. In-4'' gr. di p. 10. 
XJn paternoster, un'avcmai'ia ed una salveregina ver- 
versegtiiate dei tempi viceregi^ali— Napoli, Cosmi 1887 id. 
^1^ XXIV Villanelle ed una tavola in vernac^olo jiagogna- 
nese con alcuni detti e pregiudizi pop. — Palermo, Pe- 
done-Lauriel, 1886. Estratto dall'.lrc/iit-. jier ìe tradiz. pop. lu-S" di p. -2ò* 
X Canti del poi>. di S. Valentino — id. p. 40. 
K Canti pop. tegianesi — id. p. 2i 

I ohiocliiari nel mandamento di 'J'egiano. — id. p. 8. 

^ «^entocinriue villanelle raccolte in S. "Valentino — Napoli, 

Priore, 1888. ln-4'' di p. 72. 
^ Un altro vocabolario napolitano — id. di j). :58. 
XV (Jttave raccolte in JDiano — id. In-ie^ di p. 24. 
Come si sposano in Tegiano, («so pop.) — id. p. 40. 
I^a Carestia di Na^}. la Bocca della Vei-ità, racconto, 

satira — id. In-4» gr. p. 10. 
Dubbi sul Galiani — Torini), Fratelli Bo.i;i. Iii-IO" gr. p. 120. 

II pi'iino libro delUi Coiuiìo.sizione del mondo di Re- 

Htoro d'A.rezzo dal Kiccai-diano 316 1— id. Im-4° p.XlV-ti4. 
Frammenti del AVisiieare e dell'Imbi-iaui contro l'ie- 

tro Colletti - id. 1889. ln-4» gr. di p. 16. 
ICugac (versi) — id. In-lO" bislungo di p. 54. 
l.ia vita di G-ii-olamo 'l\^rlarotti sci-it (a d.i C 'Icnienlino 

Vannetti — id. In-i» di p. .36.